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«Se non capisci chi è il nemico, come fai a iniziare a combatterlo?». Durante il lockdown il nemico comune sembrava evidente: il virus, il contagio, il contatto con gli altri. Eppure per la scrittrice Chiara Gamberale, nemico non è stato solo il “là fuori”, ma anche il “qui dentro”. Il malessere interiore vischioso che insidia quelli che, come scrive Elena Ferrante, ogni tanto si ritrovano ai limiti della smarginatura: «Quella cosa che se arriva, tu non ci sei più, e sono sempre le 2 di notte».

Così nella raccolta di riflessioni intitolata Come il mare in un bicchiere (Feltrinelli, uscito il 25 giugno), Chiara ha scelto di raccontare, con la consueta trasparenza, come la fase 1 l’abbia sorpresa sulla soglia della depressione, ma anche come piano piano sia riuscita a costruire un equilibrio tra il pericolo esteriore e quello interiore, tra la costrizione imposta dalle autorità e la libertà ritrovata. Al punto da domandarsi: «Come è possibile che una parte di me, proprio quando si è ritrovata imprigionata, si è sentita libera come non mi capitava da chissà quanto tempo?».

Nel libro illustri l’insospettabile fascino dell’obbedienza: durante il lockdown ci è stato evitato di scegliere chi vedere e chi no, cosa fare e cosa rifiutare. Insomma, di assumerci la responsabilità della nostra vita. Credi che questo fascino esista per tutti?

«No. Ma esiste di certo per le persone smarrite, che fanno fatica a prendere decisioni perché pensano fino allo sfinimento a tutti i pro e a tutti i contro… Io sono così. Sono sentimentale e a volte so che sarebbe giusto, razionalmente, fare una cosa, ma il cuore mi chiama verso un’altra direzione. E non riesco a silenziare né una voce né un’altra. Perciò, come ho scritto, quello che temevo era che, una volta guarito il mondo, tornassi ad ammalarmi io. A perdermi nella raccolta indifferenziata dei giorni».

Chiara Gamberale
Chiara Gamberale

Concentrarsi su di sé quando è in atto una tragedia epocale sembra il lusso di chi non ha niente di più serio a cui pensare. Tu stessa, pure reduce dall’infarto di tua madre, per mesi ti sei chiesta «se ha senso usare una prima persona singolare in questi giorni». Come rispondi?

«Di sicuro potersi concentrare sulle proprie emozioni è stato un lusso di chi non è stato colpito dal virus in prima persona o non ha perso i suoi cari… Ma capire che cosa ci succede dentro è anche un dovere, e tanto più lo diventa quando succede qualcosa di così estremo come è stata questa pandemia. Credo che sarebbe davvero un peccato, dopo un’esperienza così gigantesca, non prendere degli spunti per cambiare e, per citare il mio libro, “rendere interiori e spirituali i gesti che per proteggerci da quest’incubo abbiamo dovuto imparare”. Ogni giorno mi impegno per essere all’altezza delle parole che ho scritto. Così, tra l’altro, ho lasciato l’analisi. Ho detto almeno 3 “no” che, prima del lockdown, non avrei mai avuto la lucidità e il coraggio di dire. Se ricevo un invito, anche solo per un caffè, anziché precipitarmi a rispondere, prima mi chiedo: mi va? O lo farei solo per non dare un dispiacere a chi mi ha invitato?”».

Quindi prima dicevi sempre sì, anche se non ti andava?

«L’ho fatto. In realtà ho sempre saputo chi mi dava e chi mi toglieva energia. Eppure non mi comportavo di conseguenza, perché schiacciata da atavici sensi di colpa e dall’idea che gli altri siano sempre più importanti di me. Ora invece provo a essere coerente. Naturalmente il numero di persone con cui ho a che fare è diminuito drasticamente. Perciò spero che chi mi legge possa prendere il mio libro come una storia di speranza, un incoraggiamento ad arrivare alla mia stessa conclusione».

Quale conclusione?

«Dobbiamo avere il coraggio di tenerci stretto quello che questi mesi, involontariamente, ci hanno insegnato. Per esempio, ho raccolto molte confidenze di persone che, durante il lockdown, hanno capito che fosse arrivato il momento di chiudere la loro relazione di coppia o che invece l’hanno riscoperta… Ecco, spero che, adesso che torneranno tutte le distrazioni che il mondo ci può offrire, le persone portino avanti le loro scelte, le loro illuminazioni. Non possono essere gli amanti a tenere in vita i matrimoni, no?»

Tu hai compiuto 43 anni durante la quarantena, che hai passato con tua figlia Vita. Dopo l’isolamento dai suoi coetanei, cosa vorresti che lei imparasse sulla distanza dagli altri?

«Vita, appena ha rivisto i suoi amici, è subito entrata di nuovo in sintonia con loro. Vorrei che, a differenza mia, non ci mettesse 40 anni per capire che un minimo di egoismo, nella vita, è salutare. Perché, a furia di sintonizzarsi sui bisogni degli altri, rischiamo di perdere di vista i nostri desideri. Proprio com’era successo a me».

Adesso in libreria

Martedì 30 giugno alle 18,30 quanti avranno acquistato una copia di Come il mare in un bicchiere (Feltrinelli) nelle librerie aderenti all’iniziativa potranno partecipare a un evento online in cui porre domande a Chiara Gamberale. Per aderire basterà andare su feltrinellieditore.it/live, registrarsi con il proprio nome e il codice assegnato dalle librerie con l’acquisto del libro. Info su www.feltrinellieditore.it.

Dalla parte dei bambini

(Foto gentilmente concessa da Chiara Gamberale)
(Foto gentilmente concessa da Chiara Gamberale)

Chiara Gamberale, qui sopra ancora con la figlia Vita, devolverà il ricavato di Come il mare in un bicchiere alla onlus Casa Oz (www.casaoz.org). «Questo libro fa capo a un dolore che ha ferito il mondo: e sento sia naturale che al mondo vada il suo ricavato. Casa Oz si occupa di garantire una quotidianità il più possibile serena a bambini che sono gravemente malati e alle loro famiglie. In queste mie pagine ci sono tanti bambini, a cominciare dalla mia. E tante famiglie, anche se diverse dal modello tradizionale di riferimento. Ma altrettanto traboccanti d’amore».