L’altro giorno rivedevo su Sky il film Piuma di Roan Johnson, uscito in sala pochi mesi fa.

Dopo, sono stato attraversato da una serie di domande che mi hanno portato molto lontano, persino al modo in cui, nelle nostre relazioni, finiamo per essere padri e madri dei nostri compagni.

Piuma parla di Cate e Ferro, due adolescenti romani che aspettano un bambino.

A differenza da quanto ci si possa aspettare, il film non parla della scelta di tenere il bambino. Cate e Ferro hanno già deciso di tenerlo, per vari motivi (tra cui il fatto che Cate, se abortisce, non potrà più avere figli).

Il centro del racconto è, invece, su come, l’attesa di questo bambino, costringa Cate e Ferro e le famiglie da cui provengono a diventare adulti.

Mentre lo guardavo, pensavo che si diventa davvero adulti non tanto quando si è madre o padre (e alcuni dei personaggi di questo film infatti hanno figli e non sanno tenerli), ma quando si è pronti per esserlo.

Si è adulti cioè, dice in qualche modo il film, quando siamo innanzitutto capaci di essere padri e madri di noi stessi (e solo poi, eventualmente, di un altro essere umano).

Il ritratto che viene fuori di questa generazione, e di quelle appena o molto precedenti, è quella di persone incapaci di essere madri o padri di se stessi.

Non so bene che cosa voglia dire esattamente essere padri e madri di noi stessi, ma sono sicuro che quest’espressione risuona in qualche modo dentro ciascuno di noi.

Va a toccare quelle parti di noi in cui ci sentiamo vulnerabili, i luoghi della nostra personalità in cui ci sentiamo insicuri e ci riporta alla memoria i momenti in cui non siamo stati in grado di reggere adeguatamente al dolore o agli eventi che ci hanno invece travolto.

Quelle volte che abbiamo chiesto a un altro di guidare la macchina al posto nostro.

Si potrebbe cercare un motivo storico: forse per la prima volta, si è formata una generazione di genitori che ha potuto spostare l’obiettivo delle proprie vite dalla sopravvivenza – in cui ognuno doveva pensare un po’ a sè – al benessere – che include la possibilità di far stare meglio anche i figli. Questo sistema, però, forse non ha saputo educarci all’indipendenza.

E poi il fatto che i figli si facciano sempre più tardi: anche se non è fare figli che rende adulti, come insegna Piuma, spostare un po’ o molto in là nel tempo l’ipotesi di doversi occupare responsabilmente di un altro essere umano, ci ha deresponsabilizzati verso noi stessi. 

Il problema, tralasciando per un attimo i figli, si riflette anche nelle nostre relazioni di coppia.

Perché finiamo per cercare quelle figure materne e paterne che ci mancano nelle persone con cui stiamo.

Oppure, parallelamente, mano a mano che cresciamo, a nostra volta, sentiamo come un bisogno naturale la necessità di proteggere qualcuno, e quindi di essere padri e madri di qualcuno (in altre epoche, ripeto, lo saremmo stati di figli arrivati in giovane età).

Spesso è un movimento di compensazione: siccome non voglio ammettere di non saper essere madre e padre di me stesso (è così difficile ammetterlo, è una sconfitta talmente bruciante), dimostro a me stesso di saperlo esserlo per un altro.

Un po’ come quando i depressi cercano situazioni pericolose per sfidare la morte, pur di non ammettere che ne hanno paura.

Penso anche a un altro personaggio incontrato in un film, nelle sale in questi giorni: Lasciati andare di Francesco Amato. Il personaggio è quello di Paola, la coinquilina della protagonista Claudia.

Ansa

Ansa

Claudia è una personal trainer incasinata, con un figlio con tendenze distruttive. Paola, che non ha figli ed è una persona evidentemente irrisolta, vorrebbe essere compagna di Claudia, e lo fa insinuandosi nella sua vita con il ruolo di madre.

Claudia, con i suoi casini, ha sempre bisogno di qualcuno che la tiri fuori dai guai e la aiuti con suo figlio.

Si instaura, così, tra le due, un rapporto morboso, che, solo l’arrivo del personaggio interpetato da Toni Servillo, lo psicanalista Elia (ovvero un’altra figura paterna), riuscirà in qualche modo a spezzare.

Insomma, queste due esigenze, questa domanda e offerta di maternità e paternità, questa richiesta e bisogno di esercitare protezione, si incontrano nelle relazioni di coppia.

A farmi intravedere fino a che punto questo ci possa portare – oltre a guardarmi intorno, a rivedere cioè le relazioni che ho vissuto e quelle di cui sono circondato – è stato invece un libro, che è una specie di Bibbia del presente e che potrebbe essere citato per capire e spiegare tantissime delle cose che ci accadono attorno: Troppi paradisi di Walter Siti.

Qui, in un segmento della storia, il protagonista, che è lo stesso Walter Siti, scrittore e professore universitario, intrattiene una relazione con un ragazzo più giovane, Sergio, a cui finisce per fare da padre, quando la passione si esaurisce.

Questo ruolo gli fa accettare, con un dolore che lo porta quasi a distruggerlo, persino tradimenti in casa, perché è convinto che servano alla crescita del suo amante/figlio.

Nel momento in cui si sostituisce lo schema della relazione di coppia con quello della relazione genitoriale, diventano accettabili cose che altrimenti non sarebbero nemmeno concepibili, perché entra in partita la comprensione, una sentimento che appartiene anche alle relazioni di coppia, ma non della stessa qualità delle relazioni genitoriali: la comprensione di una madre o di un padre può essere anche infinita.

Molte madri o molti padri arrivano ad accettare, perché fa parte della loro natura, che i figli siano degli assassini o dei ladri.

Nel libro, Siti porta alle estreme conseguenze questo schema. Dopo la relazione con Sergio, ne nasce un’altra con Marcello, un personaggio pieno di bellezza, ma ancora superiori problemi – di soldi e droga. Una relazione complessa, impossibile da liquidare con poche parole, ma uno degli aspetti preponderanti di questa storia è, ancora una volta, il bisogno di essere madre e padre di qualcuno.

Il personaggio Siti arriva all’annullamento di se stesso per tenere fisicamente in vita Marcello, totalmente bisognoso di attenzioni, soldi, protezione: di mestiere fa l’escort. Arriva a mentire, a rubare e svendersi pur di covare il nido oscuro in cui allevare il suo “cucciolo”.

Le relazioni dove si manifesta l’essere madri e padri sono, in sostanza, verticali, come lo sono i rapporti con i genitori, si basano sul bisogno di qualcuno più debole verso qualcuno più forte.

I greci avrebbero chiamato questo amore agàpe («l’amore della madre per il figlio, l’amore che abbassandosi abbraccia», dice Siti in un altro libro), distinguendolo dall’eros («l’amore che aspira al possesso della bellezza e solo possedendola si veste d’assoluto»).

Ma chi sostiene il ruolo del forte non è poi davvero forte e nemmeno esente dal dolore, se è vero che questo bisogno di essere padre e madre di qualcuno è anche, in parte, per nascondere un’incapacità di essere padri e madri di se stessi: si sviluppa, come nel caso del personaggio Siti (o di Paola nel film di D’Amato), un rapporto di dipendenza distruttiva verso l’oggetto di cui prendersi cura.

Una dipendenza pari a quella della droga: come Marcello, che mente e si prostituisce per la droga, anche il personaggio Siti, dicevo, arriva a mentire, rubare e a prostituirsi intellettualmente per mantenerlo.

Le relazioni di coppia sane dovrebbero essere forse solo orizzontali: un rapporto alla pari, dove ci può stare che qualcuno a volte vada sotto e qualcuno vada sopra, ma alla fine ci si ritrova a fianco.

Forse, in definitiva, dovremmo avere il coraggio di entrare nelle relazioni solo quando abbiamo imparato a essere madri e padri di noi stessi e ognuno di noi sa che cosa questo voglia dire, a quali vulnerabilità faccia riferimento.

Solo così possiamo costruire relazioni orizzontali.

Non trovo immagine più bella per descriverlo di quella di un film con Don Camillo e Peppone: loro due, che, come si sa, sono sempre in contrasto, si ritrovano a correre insieme in bici su un lungo viale alberato.

Come al solito, finisce per essere una gara: ma se uno dei due rimane indietro, l’altro lo aspetta e ricominciano a gareggiare insieme. Così dovrebbe essere l’amore sano, un correre a fianco.