Prendete nota: un castello nella contea di Cork, in Irlanda, un’Audi 6, una Bmw e una Ducati (praticamente una Ferrari su due ruote). E poi cavalli, pecore, cani. Una passione sfrenata per la vela, il giardinaggio. E le sigarette: Silk Cut extra mild. Ecco l’elenco dei “vizi” di Jeremy Irons, l’attore che recita come un dio e vive come un principe. Ma ce ne sono altri, che vogliamo scoprire. Incontriamo il divo per la promozione del suo nuovo film, Inland Empire (dal 9 febbraio nei cinema). L’impatto è forte: Irons è senza dubbio affascinante. Tenebroso e un po’ scostante, seduce con uno sguardo e con la voce calda e profonda, ma ha anche un non-so-che di ambiguo. Del resto, in passato è stato l’interprete di film che hanno dato scandalo ed è l’attore preferito da registi visionari come David Cronenberg e David Lynch, autore di Inland Empire.

Mr. Irons, com’è stato girare questo film dove pensieri e incubi si susseguono apparentemente slegati?

«Lynch mi dava le battute solo il giorno prima del ciak: una sensazione assurda perché non sapevo assolutamente dove volesse andare a parare».

Quindi non le ha detto che tipo di personaggio stava interpretando?

«L’ho capito solo dopo aver visto il film» (ride, e si toglie gli occhiali).

Non era preoccupato?

«Affatto, perché trovo David un grande: è simpatico, intelligente, onesto, diretto, affascinante. Certo un po’ strano: quando vedi le sue opere ti chiedi chi sia mai per evocare il mondo dell’inconscio in maniera tanto efficace».

Lei però è abituato a lavorare con dei fuoriclasse.

«Ho avuto molta fortuna. Sa, in realtà io non ho poi così tanto talento».

Sta scherzando vero? Ha appena ricevuto un Golden Globe!

«Sì, come migliore attore non protagonista per la serie tv Elizabeth I, dove interpreto il duca di Leicester».

Recita anche nella vita? Si dice che lei viva come un principe nel suo castello in Irlanda.

«Mi piace stare là. Ho i miei cavalli, le pecore. Seguo il giardino, vado in barca. Sto con mia moglie Sinéad. Fare l’attore è stressante, e io ho bisogno di mesi in mezzo alla tranquillità della campagna per riprendermi».

Fare l’attore è tanto stressante?

«Sei sempre sotto pressione: quando non lavori devi tenere i contatti, quando lavori devi recitare».

Mai avuto la tentazione di smettere?

«Be’, cerco di lavorare il meno possibile. E sono molto selettivo nella scelta delle parti. Però la vita costa: per restaurare il castello ho speso tantissimo (i bene informati dicono 800 mila sterline, ndr), poi c’è la manutenzione, e i conti devono essere saldati» (ride e allarga le braccia).

Non sembra particolarmente orgoglioso della sua carriera.

«Non è proprio così. Le rivelo il mio vizio segreto: io faccio film per guadagnare i soldi che mi servono per fare il tipo di vita che mi piace».

Insomma, ha le mani bucate.

«Be’, sì lo confesso».

Sua moglie cosa ne pensa?

«A lei va bene così. La nostra è una coppia solida, stiamo insieme da 29 anni, condividiamo tutto. E comunque Sinéad è il mio ago della bilancia. Mi riporta sempre a un equilibrio».

Come ha scelto di diventare attore?

«Non è stata una decisione razionale. Dopo essere stato educato in modo molto tradizionale, mi sembrava che il mondo fosse di una noia mortale. Così sono diventato una specie di zingaro: suonavo la chitarra e stavo ore con gli amici a parlare davanti al fuoco. Ho fatto mille lavoretti finché mi è capitato di salire sul palcoscenico».

Non sia troppo modesto.

«Ma è andata proprio così. Avrei anche potuto fare il veterinario: mi piacciono molto gli animali. O l’architetto: sono affascinato dagli spazi e dalla forma degli edifici».

E così non avremmo avuto le sue celebri interpretazioni che hanno fatto scalpore. Come quella di Humbert Humbert, l’uomo che ama la figliastra adolescente in Lolita. Un ruolo che molti suoi colleghi hanno rifiutato per paura di danneggiare la loro carriera.

«Detesto l’ipocrisia, non credo nei buoni e nei cattivi, tanto che scelgo  perlopiù di interpretare personaggi pieni di ombre, ambigui, complessi. Comunque avevano ragione i miei colleghi: per un certo periodo dopo Lolita le proposte hanno scarseggiato. Detto questo, ho trovato ridicole certe reazioni scandalizzate: come se la pedofilia non sia un dramma da discutere apertamente, anche con un film».

A lei che tipo di film piace?

«Me ne vergogno, ma non vado molto al cinema. Abito in campagna».

Sembra un uomo proprio tranquillo: il rischio non è il suo mestiere.

«Do questa impressione? Al contrario. Io adoro il rischio: amo la velocità, correre in moto. Per me è liberatorio, mi dà una sensazionale ebbrezza. E poi sa una cosa? Anche se mi rendo conto che è pericoloso, mi piace scommettere sulla vita».

 

Jeremy Irons

Nasce a Cowes, sull’isola di Wight in Gran Bretagna, il 19 settembre 1948. Suo padre è un contabile che gli impone una rigida educazione. A 13 anni, Jeremy entra in un college del Dorset, dove affina la sua capacità di cavallerizzo. Dopo il diploma tenta la carriera del batterista, ma senza successo. Quindi si iscrive alla Old Vic Theatre di Bristol. Prima di diventare attore, fa un sacco di lavoretti, tra cui suonare davanti ai teatri. Nel 1978 sposa l’attrice Sinéad Cusack: hanno due figli, Samuel 28 anni, e Maximilian, 21.

 

I suoi successi

Jeremy Irons ha dato vita a personaggi sexy e ambigui, o a eroi di altri tempi. Conquista le fan ne Il danno (1992) di Louis Malle. Nel 1995 recita nell’action movie Die Hard-Duri a morire. Ma è solo una parentesi: l’attore preferisce registi di culto, come Claude Lelouch che lo chiama per And now… ladies and gentlemen (2002). Nel 2005 gira Le crociate. Nel 2006 Casanova.