Intervista a Juliette Binoche a Venezia

A Venezia Juliette Binoche ha vinto la Coppa Volpi nel 1993 per Tre colori – Film blu, il capolavoro di Krzysztof Kieslowski.

«Però non sono venuta a ritirarla: la sera della premiazione ero in ospedale, avevo appena partorito il mio primo figlio, Raphäel» (la seconda è Hana, oggi 15 anni, ndr).

I figli c’entrano sempre: torna al Lido con una storia di dolore e maternità. Come si affronta un ruolo simile?

«In realtà non volevo interpretare L’attesa. Temevo di ripiombare nella sofferenza vissuta proprio con Film blu, l’odissea di una madre che deve elaborare la morte del marito e della figlia in un incidente. Mi hanno convinto alcuni aspetti del mio personaggio».

Quali?

«La sua insistenza nell’accantonare o addirittura negare il dolore, lo sforzo di pensare positivo nonostante tutto. Non è stato facile comprendere: ho fatto un lungo lavoro di preparazione, anche se poi, all’inizio delle riprese, ho lasciato spazio all’improvvisazione».

Essere madre ha reso questa prova più facile o difficile?

«Somigliare alla donna che interpreti è sempre un aiuto: se certe esperienze le hai vissute, puoi raccontarle al meglio sullo schermo. Il pubblico se ne accorge».

Juiette Binoche e i figli

Come affronta la vita sentimentale dei suoi figli?

«Cerco di essere partecipe, senza invadere i loro spazi privati. Raphaël oggi ha 22 anni ed è fidanzato da 5 con una ragazza che ormai è parte della famiglia, come una figlia. Lei vuole diventare un’attrice e mi chiede sempre consigli».

Ma non si sente in soggezione nei suoi confronti?

«All’inizio forse sì, ma poi si è resa conto che sono alla mano. L’anno scorso siamo andate al festival del teatro di Avignone insieme, come due amiche, a guardare spettacoli e parlare di recitazione. Per lei, prima che la madre del suo fidanzato, sono qualcuno che condivide la sua stessa passione. E poi mio figlio detesta il teatro: lei può parlarne più con me che con lui».

Prova mai invidia per le colleghe più giovani?

«Fare un confronto è inevitabile, a 51 anni. Ma tengo a mente una verità: anche loro, come me, hanno dei difetti» (prima risata, ndr).

Non teme quindi di presentarsi struccata, come in questo film?

«Fa parte del mio lavoro: non posso cambiare il look che la storia richiede solo per vanità. A volte, però, quando mi guardo allo specchio senza neanche un filo di eyeliner, penso che non è giusto: non mi merito un trattamento simile!» (seconda risata, ndr).

Uno dei temi principali de L’attesa è la religione. Lei è credente?

«No, anche se da piccola ho frequentato scuole cattoliche. Diciamo che la mia famiglia mi ha cresciuto nel segno di altre “fedi”: comunismo, femminismo, ecologismo. Oggi sono il risultato di questo mix».

A Venezia è venuto Johnny Depp, suo partner in Chocolat. L’ha incontrato?

«No. Credo che non avesse molto tempo… Ha troppe fan!».

Cosa ricorda di quel set? «Johnny odia il cioccolato. Dopo l’ennesimo ciak tra tutte quelle praline aveva la nausea».

E dell’Oscar vinto nel 1997 per Il paziente inglese?

«Fu una totale sorpresa. Tutti pensavano che il premio sarebbe andato a Lauren Bacall. Per un po’ ho convissuto col senso di colpa per averglielo “rubato”, poi mi son detta: è andata così, vorrà dire che lo tengo!» (terza risata, ndr).

Pensava di non meritarlo?

«Un attore deve sempre correre rischi, non avere certezze. Quando si arriva al punto di credere “Questo riconoscimento mi è dovuto”, è ora di farsi da parte».

Dove tiene la statuetta?

«Be’, se la metti sul comodino, ne puoi fare un uso molto… intimo (quarta risata, ndr). Scherzo, ma le risposte spiazzanti sono divertenti, no?».