«Non servono ali grandi per spiccare un volo lontano e felice». Tutti, armati di volontà e passione, possiamo trovare il nostro posto nel mondo. Milena Palminteri è tornata in libreria con Le ali in una stanza dopo lo straordinario successo di Come l’arancio amaro (entrambi Bompiani), 350.000 copie vendute e il Premio Bancarella nel 2025. Un ritorno atteso per l’autrice che ha lavorato per tutta la vita negli archivi notarili e ha iniziato a scrivere solo nel 2024. Un secondo romanzo che è anche una sfida: confermare, dopo l’esordio diventato caso editoriale, di essere tra le voci italiane più capaci di intrecciare sentimenti e memoria con una scrittura elegante che richiama la grande tradizione letteraria siciliana.
Il nuovo romanzo di Milena Palminteri si snoda tra il Liberty e la ricostruzione post bellica

In Le ali in una stanza Palminteri torna nella sua città natale, Palermo, e la attraversa in un arco di 40 anni, dal fervore del Liberty alla devastazione delle due guerre, fino all’avanzata della politica e della mafia nel business della ricostruzione. Al centro della storia Giulio Jacona, architetto che sogna di trasformare l’Hotel Kemonia, ereditato dal padre, in un gioiello della modernità, e Irene Scordato, giovane appassionata di scienze naturali. Il loro amore è attraversato da ambizioni, incomprensioni e non detti, poi la guerra e l’epidemia di poliomielite – che colpirà gli uomini di famiglia – cambieranno gli equilibri. Accanto a loro si muovono zia Ninì, femminista ante litteram, Ernesto Basile, oggetto dell’amore impossibile di Irene, i figli “imperfetti” Ernesto e Vittorio, Liria, avvocata che dovrà scegliere tra la fedeltà alla famiglia e la libertà di opporsi alla mafia.
Dopo il successo del primo libro per lei la stesura del secondo è stata una vera sfida
Dopo il successo di Come l’arancio amaro era in ansia?
«Sì. Ho lavorato molto di più a questo libro, ci ho messo tutta l’anima, perché sapevo di avere di più da perdere».
Il protagonista, Giulio, da uomo moderno si trasforma in marito possessivo e padre assente. Perché?
«Ho dato a Giulio tutti i presupposti per essere un uomo del domani: laureato in Architettura e desideroso di dare un volto nuovo alla sua città, sicuro di sé, con una madre che, pur senza grande cultura, era indipendente. Ma non conta solo l’educazione familiare, conta anche l’ambiente sociale. Siamo ai primi del ’900 e quando Giulio accompagna Irene all’università si rende conto che tutti gli sguardi degli uomini sono su di lei, quindi non è entusiasta della scelta di laurearsi della sua futura moglie. Poi arriva la chiamata alle armi e lui, visto che lei è incinta di suo figlio, la sposa per procura. Ma, tornato dalla guerra, gli monta dentro una mascolinità sempre più prepotente».
Irene, la protagonista, prende decisioni anche in disaccordo con il marito
Irene è forte, però non riesce a lasciare Giulio.
«Irene trova il coraggio di agire anche nei momenti difficili, come quando decide, in disaccordo col marito, di far operare il figlio Ernesto, colpito dalla poliomielite. Giulio pian piano la delude e lei comincia a prendere come pietra di paragone l’architetto Ernesto Basile, uomo capace di comprendere l’animo femminile, di cui si innamora. Se fosse stata libera, forse avrebbe avuto il coraggio di scegliere l’amore vero».
Durante la guerra molte donne svolsero attività maschili
Ninì, sua sorella, è una femminista. Era possibile a quell’epoca essere così libere?
«Sì, durante la guerra, con tanti uomini lontani o morti, molte donne iniziarono a svolgere attività tradizionalmente maschili: Ninì si occupa in tutto e per tutto della sua famiglia e della comunità, alla fine riesce persino a entrare in Comune come impiegata».
Giulio non stima i suoi figli. Vittorio, il secondogenito, pur di essere “visto” dal padre, abbraccia il fascismo e va al fronte.
«Vittorio, scapestrato e poco incline allo studio, si rende conto che il padre non lo considera capace di condurre il Kemonia. Cerca allora un riconoscimento attraverso la guerra, tornando da eroe. Suo padre è fiero, ma lui si rende conto che quello che cercava non era il riconoscimento giusto e farà qualcosa di utile per la sua terra».
Ernesto, invece, trova la sua strada fuggendo dal padre.
«Sa di essere considerato “imperfetto” da Giulio. Studia per diventare medico, finché il dottor Pagliaro gli indicherà la strada che gli restituirà sicurezza. Alla fine sarà proprio Ernesto a salvare il padre dalla poliomielite e Giulio capirà che i suoi pregiudizi gli hanno impedito di vedere davvero quel figlio buono e talentuoso».
Nel romanzo si parla anche dei legami tra mafia e politica
Perché ha scelto la Palermo della ricostruzione?
«È un periodo che sento profondamente perché ero lì: la Palermo della speculazione edilizia, quando la politica si è servita della mafia e insieme hanno distrutto la città. I bombardamenti l’avevano già messa in ginocchio, poi l’inurbamento l’ha trasformata. Il Liberty è stato affiancato da palazzoni. Ero così disillusa che negli anni ’70 sono andata via. Penso che chi è rimasto sia stato eroico e che, con il senno di poi, forse quello era il momento in cui avrei dovuto aprire le ali non per andare via, ma per restare».
La componente storica è fondamentale nel racconto. Quanto ha pesato la sua professione di una vita?
«Gli archivi storici mi hanno insegnato che i personaggi si comprendono solo inserendoli nel tempo in cui vivono».
La scrittura di Palminteri riflette la grande tradizione letteraria siciliana
La lingua ricorda i grandi autori siciliani. Sente l’eredità della tradizione?
«Li ho letti tutti, da Verga a Pirandello, a Consolo e Bufalino. In Consolo, in particolare, avvertivo la musicalità della nostra lingua: è qualcosa che inevitabilmente è entrato a far parte della mia scrittura».
Nel romanzo la memoria delle leggi razziali diventa un monito per il presente?
«Il Presidente Mattarella ripete che la democrazia va curata ogni giorno: quando cominciamo a scalfirla, è già troppo tardi. Per questo la memoria è fondamentale, conoscere ciò che è accaduto ci dà gli strumenti per riconoscere i segnali, quando tornano. E poi la cultura, che ci aiuta a non rimanere abbindolati dal potente di turno. La cultura è resistenza e, quando non si è più preparati a resistere, il rischio è enorme».
Tutti i personaggi, a modo loro, spiegano le ali: è il senso del titolo?
«Sì. Ognuno riesce a trovare la sua strada. Liria è la donna moderna, capace di fare scelte indipendenti, Vittorio, con la decisione di restare e combattere la mafia, rappresenta la saggezza che arriva con l’età, Ernesto fugge per realizzarsi come medico e ricercatore negli Usa. Una fuga che sento vicina alla mia. Io, come lui, ho avuto una seconda vita e un riscatto, con qualche rimpianto per ciò che avrei potuto fare restando. In questo senso, il romanzo è anche un risarcimento per la mia amata città».