«Li abbiamo visti arrivare dal nulla, e dal nulla costruire un impero. Abbiamo visto il loro impero crescere e poi farsi cenere. Abbiamo visto la struggente parabola della famiglia che per un lungo istante ha illuminato il mondo, ma non ne abbiamo mai visto l’inizio. Questo è l’inizio…». Dopo i bestseller I leoni di Sicilia e L’inverno dei leoni (diventati nel 2023 una serie tv diretta da Paolo Genovese, con Michele Riondino e Miriam Leone protagonisti), la scrittrice siciliana Stefania Auci firma il terzo romanzo della saga dei Florio: L’alba dei leoni (Nord), prequel che narra il percorso che porta i fratelli Paolo e Ignazio da Bagnara Calabra a Palermo.
La trama del nuovo romanzo L’alba dei leoni
Fine ’700: i Regni di Napoli e Sicilia, sotto la guida di Ferdinando di Borbone, sono minacciati dai francesi, che costringono Ferdinando a rifugiarsi a Palermo. Ma a Bagnara Calabra, dove vive l’umile famiglia di Vincenzo Florio, arriva solo l’eco della grande Storia. In compenso, non mancano i problemi familiari. Il padre, duro come il ferro che lavora nella sua forgia, vorrebbe che i figli Domenico e Francesco continuassero la sua attività di fabbro; Domenico acconsente, ma Francesco, ribelle e sognatore, scappa di casa. Rapito dai briganti, lascia per mesi nel panico le sorelle Domenica e Mattia e la madre Rosa.
Dalla Calabria alla Sicilia
Una sera, con l’aiuto della giovane Petronilla, ritrova la libertà e sposa la ragazza, ma il terremoto del 1783 fa crollare tutti i sogni familiari. Sotto le macerie muore la madre Rosa e la famiglia va allo sbando. Il padre Vincenzo si risposa con Giovanna e i figli minori Paolo e Ignazio decidono di cercare il loro destino lontano da quella terra matrigna. I due fratelli aprono un’aromateria a Palermo, diventano armatori e con il commercio inizia la fortuna che li porterà a essere una delle famiglie protagoniste della storia della Sicilia e del Paese ai tempi dell’Unità d’Italia.

La saga di Stefania Auci, tra storia e fantasia
Come nasce questo prequel?
«L’idea già aleggiava nella mia mente, ma sul set della fiction, nel momento della partenza di Paolo, Ignazio e Giuseppina da Bagnara Calabra per la Sicilia, è si è accesa la miccia».
Nel ’700 i figli erano schiavi della volontà paterna.
«Erano proprietà del padre. C’era un quadro sociale che soffocava le istanze di tutti quelli che aspiravano alla libertà. Domenico, il primogenito, si rassegna al suo destino, mentre Francesco, insofferente alle pressioni familiari, se ne va. Ma pagherà cara la libertà, perché sarà costretto per mesi a una vita difficile e violenta, al seguito di malviventi senza scrupoli. Tranne uno, che in parte contribuirà alla sua salvezza».
Descrive il brigantaggio, tra storia e invenzione.
«Il brigantaggio non nasce dopo l’Unità d’Italia: allora assume una connotazione più politicizzata, ma nel ’700 era un fenomeno dovuto alla povertà e alla deriva di certi destini, come racconto attraverso i personaggi del libro. C’erano anche donne: spesso erano le compagne dei briganti, ma a volte anche i capi delle bande, specie nel periodo post-unitario in bassa Campania e in Basilicata. Per parlare del brigantaggio mi sono servita delle poche fonti storiche esistenti, il resto è fantasia».
Matrimoni combinati e amori impossibili
Le donne erano destinate a matrimoni combinati.
«Non dobbiamo pensare con i canoni odierni. Era normale che i matrimoni servissero per la dote e per i figli, come dice Paolo del suo matrimonio con Giuseppina. Rosa, Mattia, Domenica, Angela, Giovanna sono un po’ come le nostre nonne: dopo le nozze si imparava a provare affetto l’uno per l’altra. Non c’era il concetto di amore che abbiamo oggi, ma l’idea condivisa che un marito andasse prima rispettato e poi amato. Tanto che molte, quando perdevano il coniuge, dicevano: “Gli ho voluto bene” e non: “L’ho amato”».
Unica eccezione, Francesco e Petronilla, ragazza istruita, figlia di ricchi proprietari terrieri.
«Loro si amano davvero e lottano per sposarsi e realizzare il sogno di Francesco di fare il calzolaio. Ma, paradossalmente, a quei tempi le donne che godevano di maggiore libertà non erano quelle delle classi agiate come Petronilla, bensì le più umili, come la “bagnarota” Giovanna o come Rosa, che non smette di fare la filatrice neanche dopo il matrimonio. Anche loro dovevano contribuire al bilancio familiare e portare a casa i soldi, quindi godevano di piccoli spazi di autonomia».
Durante il terremoto muore la madre, Rosa. Vincenzo si risposa e i figli si allontanano definitivamente da lui.
«Il terremoto del 1783 distrugge completamente Bagnara. Dopo la morte di Rosa, Vincenzo cerca una donna che si occupi della casa e della famiglia e sposa Giovanna, che lo fa sentire di nuovo giovane e potente, ma non riesce a dargli altri figli. A quell’epoca la colpa della mancanza di prole era sempre e solo della donna, non era concepibile la sterilità maschile».
Esistevano anche amori nascosti e impossibili, come quello tra i cognati Giuseppina e Ignazio.
«Molti amori erano destinati a rimanere irrealizzati, perché prima veniva il concetto di onore e poi tutto il resto. Ignazio non avrebbe mai portato via la moglie a suo fratello Paolo, nonostante Paolo non fosse il marito ideale. Veniamo da quel retaggio culturale, basti pensare che il delitto d’onore in Italia è stato abolito dal Codice Penale solo nel 1981».
Paolo sarà l’artefice della fortuna dei Florio…
«Paolo lascia Bagnara e va in Sicilia. Con rabbia e determinazione si distacca dal padre e dalle pressioni familiari. Tutti quelli che fanno una grande ascesa hanno qualcosa in più: intuito, intelligenza, voglia di farcela, fame. Ignazio, suo fratello, è un uomo mite, ma lo seguirà e insieme daranno avvio alla fortuna dei Florio».
Stefania Auci: «La scrittura è metodo»
Il romanzo è un mix magistrale di storia documentata e narrazione coinvolgente. Quale aspetto preferisce del suo lavoro?
«Amo la parte della ricerca e trovo divertente come la grande Storia si incastri con le vicende delle persone comuni».
Ora che la trilogia è conclusa, cambierà rotta come i fratelli Florio?
«Se questo è il classico modo furbo dei giornalisti per estorcere informazioni sul prossimo libro, le dico subito che non le dirò nulla (ride, ndr). Invece, per quanto riguarda la scrittura, non sento l’ansia da prestazione, mi preme di più che il risultato del mio prossimo lavoro sia quello che ho in mente».
Lei è insegnante. Come concilia le sue attività?
«Non sono il tipo “genio e sregolatezza”. Credo che il lavoro di scrittore richieda metodo, quindi, grazie al fatto di lavorare part-time come insegnante, mi dedico alla scrittura tutti i giorni».