E se nel nostro armadio ci fossero troppi vestiti?

Elizabeth L. Cline, autrice di "Siete pazzi a indossarlo" (Piemme). L’indagine di Cline è un viaggio dagli Stati Uniti alla Cina all’Italia, per scoprire cosa si nasconde dietro le montagne di abiti low cost che oggi affollano i nostri armadi

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di

Cristina Sarto

Collezioni che si rinnovano ogni settimana, prezzi convenienti, tessuti economici: la corsa alla moda “fast” ci spinge verso un consumo usa-e-getta degli abiti. Con enormi danni all’ambiente, e non solo. Lo denuncia l’americana Elizabeth L. Cline in un bestseller appena uscito in Italia. E in questa intervista

Costa poco, dunque perché non prenderla? E così, benvenuta alla decima camicia bianca o a 7 paia di sneaker in un colpo solo, come è riuscita ad arraffare la giornalista Elizabeth L. Cline in una battuta di shopping nel 2009. Salvo poi pentirsene e trasformare il mea culpa in un bestseller appena sbarcato in Italia: Siete pazzi a indossarlo! (Piemme). «Quando ho visto che le scarpe cadevano a pezzi, ho intuito che nel fast fashion dei piccoli prezzi c’era qualcosa di sbagliato» dice la cronista, che collabora anche con il New York Times. «Indagando, ho scoperto un sistema che pompa la produzione a più non posso, come si fa con gli steroidi: più indumenti, più in fretta possibile e a costi sempre più bassi. La moda che a noi sembra economica in realtà ha un costo altissimo, che grava sui lavoratori e sull’ambiente».

Partiamo da chi sta alla macchina da cucire.

Per spendere meno, le produzioni sono localizzate dove la manodopera costa poco. Nel 2005 oltre il 77% dell’abbigliamento importato in Europa proveniva da Cina, Bangladesh, Vietnam e Cambogia. Il problema è che gli utili ingrossano solo il conto in banca dei grandi brand: al contrario, negli ultimi 5 anni i salari degli operai tessili sono diminuiti in modo costante, a fronte di ritmi di lavoro sempre più incessanti.

Lo stile cheap and chic è davvero nemico del Pianeta?

Certo, come del resto tutta l’industria della moda. Per produrre qualsiasi capo, servono molta acqua e sostanze chimiche che donano ai tessuti le qualità che apprezziamo nel prodotto finito. Ovviamente l’impatto è maggiore nelle economie di scala, cioè quelle che mettono in vendita grandi quantità di abiti. Se lo shopping sfrenato non rallenta, questo settore sarà responsabile di quasi un terzo delle emissioni mondiali di carbonio consentite dall’Accordo di Parigi sul clima.

Eppure si parla sempre più spesso di moda sostenibile.

È vero, e il vostro Paese sta facendo da apripista, con una serie di linee guida appena approvate dalla Camera Nazionale della Moda Italiana per invitare i marchi a limitare, o abolire, gli agenti nocivi. Non solo. Grazie ad alcune innovazioni tecnologiche made in Italy, oggi si possono creare vestiti da materiali riciclati. Per esempio, ho appena comprato un costume da bagno in Econyl, un tessuto composto da nylon rigenerato.

Spesso, però, i capi eco-friendly costano una fortuna

Non sempre. H&M, uno dei principali colossi del fast fashion, è anche uno dei marchi più attenti ai temi ambientali. Ora bisogna che i consumatori facciano pressione attraverso i social media perché anche gli altri brand, come Zara e Primark, compiano scelte sempre più etiche: rispetto per il Pianeta e nessuno sfruttamento dei lavoratori.

È possibile resistere a un paio di jeans a 15 euro?

Per molto tempo io non ci sono riuscita. Ma non sempre è necessario. Per diventare modaiole consapevoli, senza spendere una fortuna con i prodotti di lusso, basta seguire il consiglio della grande Vivienne Westwood: «Compra meno, scegli bene e fallo durare».

In pratica?

Mai fare shopping con i minuti contati. Gli indumenti vanno provati con calma, per capire se ci servono davvero. Chiediamoci: «Mi sta bene? Lo indosserò più di 2 o 3 volte?». Di solito queste domande placano la pulsione che ci spinge a correre alla cassa solo in virtù del prezzo stracciato. Così si fanno acquisti più ragionati, evitando di intasare gli armadi con vestiti che poi ammuffiscono appesi alle grucce.

Sta invocando un cambio di mentalità?

Esatto. Con le collezioni che si rinnovano ogni settimana, la moda veloce ci ha spinto verso un approccio usa-e-getta, come quello degli influencer di Instagram: indossiamo un abito una volta e poi ce ne disfiamo. Abbiamo perso la cultura del vestito buono, che siccome costa di più, va tenuto con cura, sfoggiato più volte, tramandato ai nostri figli.

Che cosa ne pensa dei guardaroba a noleggio?

È un’opportunità fantastica, e il segnale di un mondo che vive una rivoluzione. Sta cambiando il modo di consumare la moda. Affittare un abito, ma anche prenderlo in prestito da un’amica o acquistarlo di seconda mano, è una scelta che fa bene all’ambiente, oltre che al portafoglio.

Non sarà la fine degli acquisti a prezzi stracciati?

Non credo. Anche se alcuni dati spingono a pensarlo (nel primo trimestre del 2018 H&M ha registrato un calo di oltre il 60% dell’utile, ndr), il fast fashion non è in crisi: si sta solo riorganizzando con strategie di vendite diverse, dai negozi al web.

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