E' l'amore che fa girare il mondo 

Cambia il modo di cercarlo e di esprimerlo, ma a muovere la nostra vita è sempre lui: quel tuffo al cuore...

di Annalena Benini  - 09 Giugno 2008

"L'amore con l'amore si paga", cantava quel tale - cioè Ivano Fossati. Ma ognuno adesso chiuda gli occhi e scelga la colonna sonora del proprio amore (le mie canzoni cambiano ogni mese, a giugno è tempo di Battiato). L'amore chiede, pretende amore in cambio: "amor ch'a nullo amato amar perdona" erano Paolo e Francesca, erano altri, più assoluti tempi, poi è arrivato Jovanotti, ha preso quegli stessi tuffi al cuore e li ha messi nella sua Serenata Rap: "Amor che nullo amato amar perdona, porco cane, lo scriverò sui muri e sulle metropolitane".

Perché l'amore è tutto, pazzesca energia che centuplica le nostre forze e in un secondo ce le toglie, struggimento che non passa, dolore dolce e tremendo, lacrime, sorrisi. L'amore è vita. E ora che è morto il grande regista Sydney Pollack, chi riuscirà a darci un altro Come eravamo? Un altro serenamente bastardo Hubbel (Robert Redford), capace di rispondere soltanto «Lo so» a Katie (Barbra Streisand) che gli dice:

«Non troverai mai nessuna come me, nessuna che creda in te quanto ci credo io o che ti ami quanto ti amo io»

Il tempo passa e ci scoraggia, gli uomini cambiano, i secoli incupiscono e tutti a dire quanto siamo peggiorati, quanta speranza ci è stata tolta, quanto è più brutto il mondo, scuro il cielo, cattivi gli uomini, adesso, ma l'amore no, l'amore resta, dà ancora il senso ai giorni, agli anni, alle sere, uscire di casa per incontrarla, andare al lavoro e pensare: «Lo vedrò», vestirsi per lui, leggere quel libro per raccontarlo a lei. C'è bisogno d'amore, servono parole d'amore. Guardate i film presentati all'ultimo Festival di Cannes, guardate quante storie d'amore: per esempio Sanguepazzo, di Marco Tullio Giordana con Monica Bellucci e Luca Zingaretti, storia tragica e scandalosa di due amanti, Luisa Ferida e Osvaldo Valenti, celebri attori durante il Fascismo; o Mezzanotte a Barcellona di Woody Allen con Scarlett Johansson e Penélope Cruz, triangolo sentimentale tra un pittore e due turiste americane. Hanno appena fatto perfino un convegno a Firenze per celebrare gli ottant'anni di L'amante di Lady Chatterley, passionale e indimenticabile romanzo di David Herbert Lawrence. Le signore ricorrono a lifting e botulino per conservare il più a lungo possibile la faccia dell'amore (quella con le labbra pronte per un bacio e gli occhi spalancati dall'innamoramento). E gli scienziati provano sempre a catalogare scientificamente l'amore: endorfine, formule chimiche, percentuali, vogliono spiegarci perché ci innamoriamo, perché tradiamo, perché poi ci passa, vogliono prendere i nostri tuffi al cuore ed esaminarli al microscopio, metterli in un'ampolla di vetro e farci degli esperimenti. Allora, registi che ci fate commuovere, cantautori, artisti, fidanzati, amanti, cassiere, professoresse, attrici, casalinghe, parrucchiere, mamme, uniamoci e diciamolo, una volta per sempre: non levateci il mistero dell'amore! Non strappateci il romanticismo, i nodi in gola, le recriminazioni, le minacce.

L'amore non è classificabile, l'amore non si spiega, si vive. «Più me ne occupo e meno ne capisco, è un mistero insolubile», dice la scrittrice Barbara Alberti, che da 24 anni fa la "aggiustatrice di cuori", cioè risponde alle lettere dei disperati sentimentali; la sua Posta ora è sul settimanale A, lei non ha mai gettato una lettera e a casa ha sedici metri cubi di problemi di cuore stipati in soffitta. L'amore non cambia, «altrimenti non capiremmo più Otello e Desdemona» sostiene. Ci sono alcuni motivi ricorrenti ed eterni: «Se una ragazza mi scrive una lettera descrivendomi l'uomo meraviglioso che le sta accanto, l'uomo della sua vita, il compagno giusto, so già che alla quinta riga scattano le corna».

Ma le forme dell'amore, quelle sì sono cambiate negli ultimi anni: «Si fa di tutto pur di non mischiarsi con l'altro: chat, Second Life, sms, tradimenti telematici mentre il marito guarda la partita o chatta anche lui con un'altra, ma non ci si tocca, non ci si guarda». Anche Massimo Gramellini, vicedirettore di La Stampa, ha una rubrica di posta del cuore (che è diventata un libro Longanesi, Cuori allo specchio ) e riceve lettere di persone che si sono lasciate in chat, senza essersi mai viste: si sono corteggiate in rete, hanno fatto l'amore, hanno litigato e poi fine, con un clic. «Sono amori fatti solo di parole, mentre l'amore vero contempla il silenzio, i gesti» dice. «Mi piaceva una ragazza, lei aveva freddo e io le misi il mio maglione sulle spalle, lei poi mi disse che fu quel gesto a farla innamorare». L'amore ai tempi della tecnologia, in certe forme esasperate che Barbara Alberti definisce "onanistiche", non è proprio quello che ci eravamo immaginati di vivere, non è Love story, insomma (che tra l'altro finisce in modo eccessivamente straziante), non è Anna Karenina, ma il tuffo al cuore arriva anche via sms, magari nel mezzo di una riunione, perché qualcuno ha saputo trovare la frase giusta e allora la giornata diventa bella all'improvviso, con le stelline negli occhi e il sorriso stampato, anche se tutt'intorno è un vero schifo. «Viviamo in uno stato di depressione latente» sostiene Gramellini «non abbiamo una visione del futuro, pensiamo al mutuo, alla fine del mese, l'unica cosa che contrasta questo grigiore è l'amore, un'energia positiva che si nutre di progettualità: amiamo una persona e pensiamo alle magnifiche cose che faremo insieme. Anche la fine di un amore è un momento importante: è forse l'unico modo in cui riusciamo a guardarci dentro, finché la ferita è ancora aperta, facciamo scoperte su di noi che possono davvero farci cambiare. Insomma, l'amore è un'esperienza estrema».

Due regole amorose imparate in anni e anni di posta del cuore: le persone felici non scrivono lettere, si godono la felicità e basta; quando stiamo male con noi stessi andremo sempre a sbattere addosso a storie sbagliate, con persone sbagliate che specchieranno il nostro disagio. Perché l'amore centuplica noi stessi, veicola quello che siamo, nel bene e nel male. E poi si soffre, sì, e si scrive agli sconosciuti: «Le lettere che ricevo servono a levarsi un sospetto, a liberarsi di un trauma, a sentirsi meno solo o a sentirsi protetti, usando un nome fasullo, dall'incubo del gossip: raccontare una pena d'amore a un'amica non è certo garanzia di riservatezza» dice Carlo Rossella, detentore della posta di Chi. «Io mi comporto da medico impietoso: mollalo, lascialo, tradiscilo, vattene, ma provo sempre una grande tenerezza per queste signore un po' "fané" che mi fermano per strada, mi chiedono consigli, hanno le occhiaie e sono sempre innamorate». Magari soltanto innamorate di un pensiero d'amore. Antonella Boralevi tiene la posta del cuore di questo giornale, riceve cento lettere a settimana, studia ogni parola, ogni virgola, esamina la calligrafia di quelle scritte a mano, «mi immergo per due giorni interi la settimana nelle storie degli altri, ne esco distrutta». E crede che l'amore, oggi, sia «il fantasma che le persone si costruiscono come placebo contro la solitudine: parlano d'amore ma non lo vivono affatto, fanno l'amore ma senza amore. Non vogliono rischiare di stare male». Qualcosa è cambiato, è vero, ci si va più cauti, più pigri, ci si difende con barriere di telefoni cellulari, fiumi di parole e di sentimenti scritti prima che vissuti. Poi però ci si butta, siamo ancora in grado di farlo, lo facciamo ogni giorno: cerchiamo mani da stringere, e vite da dividere. Lo faremo per sempre.

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