Agosto, tempo di pausa dal lavoro e di vacanze o di rallentamento dei ritmi. C’è chi stacca davvero e chi si porta il lavoro in spiaggia. Chi controlla continuamente la propria mail aziendale dallo smartphone e chi la sera in albergo fa finta (?) di lavorare con il pc sulle ginocchia. Per la gioia ehm noia dei compagni di viaggio.

Se ti riconosci in questo quadro sappi che molto probabilmente rientri nei casi di dipendenza da lavoro, una vera e propria compulsione che si manifesta proprio quando “si deve” andare in ferie. A proposito, il riposo sembra un dovere, no? Anzi, se ci si concede dei giorni di vacanza, ci si sente un po’ in colpa. È proprio questo il punto: il workaholic (o dipendente da lavoro) associa la vacanza a un obbligo. Perché vive come una mancanza il lasciar perdere il lavoro per un po’.

Per saperne di più, leggi la nostra intervista al Prof. Roberto Pani, psicoterapeuta e docente di Psicologia clinica all’Università di Bologna.

dipendenza da lavoro

Dipendenza da lavoro: tutto nasce da una passione

Spesso la dipendenza da lavoro inizia con un semplice appassionarsi a ciò che si fa. Una passione che si manifesta in una notevole concentrazione che rende il lavoratore capace di ottenere alte prestazioni professionali. Con il tempo, le ore dedicate al lavoro si moltiplicano fino a occupare i weekend, la sera e i giorni di festa. Si è già nel regno della dipendenza, quando la dedizione ha lasciato il posto a un modo ossessivo di lavorare – duro e sodo – che il workaholic considera normale.

Giorno dopo giorno, il dipendente cronico di lavoro si dimentica di avere una vita. Così nel tempo libero svolge attività connesse alla professione: per esempio legge un approfondimento professionale oppure si collega a siti internet inerenti il suo settore. E se non può lavorare, accusa segni di malessere, proprio come un’astinenza da una droga (che però in questo caso è positiva). E qui sta il punto cruciale.

Una dipendenza connotata di positività

Difficile che il lavoratore riconosca di soffrire di dipendenza da lavoro, proprio perché lavorare è considerato giustamente sano e positivo. «Inoltre, la nostra società occidentale, improntata sul lavoro, non aiuta ad inquadrarla come una malattia, soprattutto oggi che l’economia è sempre più incerta» spiega l’esperto.

«In passato il workaholism colpiva prevalentemente uomini in carriera, ma oggi riguarda anche le donne e ogni tipo di occupazione. Dai dirigenti agli impiegati, soprattutto quelli con mansioni intellettuali.

Lo stereotipo vuole che la scusa ufficiale dell’attaccamento al lavoro sia l’ambizione o la necessità di guadagnare e accumulare denaro, ma in realtà dietro c’è altro».

dipendenza da lavoro

Come si manifesta la dipendenza da lavoro?

I sintomi di un attaccamento eccessivo al lavoro compaiono con gradualità e appaiono tali solo a chi osserva da vicino il “drogato” da lavoro. «È raro infatti che il protagonista si accorga in prima persona della sua “nobile” dipendenza, almeno all’inizio, ma sono spesso i familiari che con preoccupazione notano alcuni segni, quali:

– una dedizione particolarmente intensa;
– energie spendibili solo nelle prestazioni professionali;
– ossessione nella ricerca della perfezione;
– tempi da dedicare al lavoro, incredibilmente dilatati;
– assenza di vita sociale.

«Nei casi più gravi, il dipendente da lavoro ignora il resto della sua vita: le relazioni sociali si riducono, i rapporti sentimentali si impoveriscono, gli hobby e le passioni sono ricordi del passato, le persone da coltivare sono solo quelle legate all’ambiente professionale e così via.

È come se il tempo a sua disposizione diventasse uno spazio vuoto da riempire solo dagli impregni professionali, possibilmente intensi e svolti perfettamente. Naturalmente si tratta di comportamenti messi in atto in modo inconsapevole» chiarisce l’esperto di psicologia.

workaholism

Perché si diventa dipendenti da lavoro?

Al di là dell’incertezza economica e professionale verificatesi negli ultimi tempi, i motivi del workaholism sono da ricercare nel passato. «Spesso il malato di lavoro si ispira a modelli appresi in famiglia o a scuola, dove il lavoro (o lo studio) era associato al concetto di nobile, un’attività che rende l’uomo giusto, forte e virile.

Non è raro, infatti, che diventino workaholic gli ex primi della classe, che magari si son sentiti in dovere di mantenere il ruolo di bambini “prodigio” o di dimostrare continuamente – anche a se stessi – di esserne all’altezza. Così, può accadere che in momenti di fragilità, frustrazione o vuoto, questi ex bambini brillanti trovino conforto nel lavoro duro. Sempre se, nonostante l’età anagrafica, conservano una certa insicurezza “giovanile”» spiega il dottor Pani.

Come mai ci si riversa proprio sul lavoro? «Perché l’occupazione ha una caratteristica pulita e positiva, che da un lato rinforza la fiducia in se stessi, dall’altro fa sentire accettati dagli altri.

Si può anche azzardare che la dipendenza da lavoro abbia un legame con il narcisismo: il lavoratore dipendente-cronico ha bisogno di conferme e di difendersi dal vuoto, cercando soluzioni in un impegno che lo faccia sentire socialmente apprezzato» continua lo psicoterapeuta.

Cosa nasconde la dipendenza da lavoro?

Nei casi più severi, un vuoto affettivo, una mancanza di autostima, una fragilità emotiva, una difesa da un’angoscia, ma sono solo ipotesi e non certezze: ogni persona ha la sua storia. «Di certo possiamo affermare che alla base della dipendenza da lavoro può esserci la delusione sperimentata in esperienze di vita (distanti dal lavoro) che fanno riemergere l’antica insicurezza» risponde lo psicoterapeuta Pani «Così, si fa strada l’idea, forse inconscia, secondo la quale lavorare è un comportamento che non delude e non tradisce, ma che al contrario offre sicurezza, invitando così a dipendere e ad immergersi totalmente in questo».

Ecco che giorni lavorativi intensi permettono di far affiorare un senso di potere che conforta, comprovato anche da motivi strettamente biochimici: pare che il dispendio intellettuale faccia aumentare la produzione degli ormoni responsabili dell’euforia (noradreanalina e dopamina). E si instaura un circolo vizioso che richiama il bisogno di dedicarsi compulsivamente al lavoro, per stare bene e affermare la propria forte identità professionale.

lavoro tossico

Cosa si può fare per superare il workaholism?

«Si può tentare di far notare al workaholic questo comportamento esagerato, e nello stesso tempo offrirgli molto affetto e attenzione. E arriviamo ad un punto cruciale: il dipendente da lavoro chiede implicitamente di “essere considerato” anche se contemporaneamente nega questo bisogno di attenzione, attraverso la modalità del buttarsi sul lavoro.

“Lavoro molto, sono autosufficiente, quindi onnipotentemente e non ho bisogno di nessuno”: è la riflessione estrema che fanno i workaholic. In realtà queste persone hanno bisogno di essere riconosciute e apprezzate, devono sentire che gli altri li valorizzano in modo adeguato, cioè affettivo, anziché sempre attraverso l’elogio professionale» – dice lo psicoanalista Pani.

Tuttavia, si può davvero superare il workaholism quando è il protagonista in prima persona ad accorgersi di una dipendenza che lo sta isolando dagli altri e lo sta rinchiudendo in una prigione. I primi passi per recuperare la libertà da un lavoro massacrante possono essere rappresentati da:

– concedersi delle pause;
– forzarsi a interrompere il lavoro in un orario accettabile;
– cercare un hobby o uno sport che “costringa” ad alzarsi dalla scrivania: distrarrà e ricaricherà nello stesso tempo;
– non sentirsi in colpa se non si è stati perfetti.

dipendente da lavoro

Dipendenza da lavoro e da internet sono collegate?

Dato che la maggior parte dei workaholism usano gli strumenti digitali, potremmo dire chiederci che chiunque sia sempre connesso a smartphone e tablet sia a rischio. Qual è il discrimine tra le due forme di dipendenza?

«Navigare eccessivamente – e sottolineo eccessivamente – su internet uò far riferimento ad un’altra compulsione, non legata necessariamente al lavoro. In questo caso, gli strumenti elettronici, in generale, e i social network, in particolare, sono abusati senza la necessità specifica di comunicare per lavoro, ma solo per lo scopo di farlo. Il fine spesso è quello riempire un vuoto che si sente dentro di sé» – precisa lo psicoanalista.

Avere il cellulare sempre in mano per trastullarsi in un gioco senza fine, o inventarsi continuamente motivi per “interrogarlo” su qualunque cosa (si pensi alla mania di digitare le curiosità su Google) o per salutare amici su Whatsapp è uno stratagemma compulsivo di riempire una mancanza. Non sempre però si lega alla dipendenza dal lavoro, perché chi è dipendente da Internet può non essere interessato alla propria posta aziendale ma solo a “Candy Crush”, per esempio…

A cosa porta la dipendenza da lavoro?

«Se eccessivo o trascurato, il workaholism può portare ad affaticamento, ansia, mal di testa e irritabilità, depressione e problemi di stomaco. Il malato cronico di lavoro non conosce sosta, si dimentica di dormire, mangiare e curare il proprio corpo. Infatti o ingrassa o dimagrisce in modo visibile. Non fa attività fisica e fa uso di nicotina e caffeina per aumentare la concentrazione.

È bene intervenire, prima che accada “l’evento” a svegliare il workaholic: un esaurimento nervoso, la rottura di un matrimonio, un trauma, quando non addirittura un grave problema di salute che lo costringe al Pronto Soccorso». Anche in senso metaforico.