La storia di Clara è una storia raccontata per consolare qualcuno. All’inizio di Barbie e lo Schiaccianoci c’è Kelly, la sorella più piccola di Barbie, che in una sala di danza prova un passo, inciampa e si arrabbia con se stessa. Barbie si siede accanto a lei e comincia a raccontarle una storia. In tante questa cornice l’abbiamo dimenticata, perché da bambine aspettavamo la neve, i topi, il principe… Rivista oggi, nella rabbia di Kelly, che non è ancora tristezza e non è già resa, c’è un modo di stare al mondo che noi perfezioniste conosciamo bene. Io mi definisco perfezionista ma senza la civetteria con cui lo si dice ai colloqui di lavoro, dove passa per un difetto che in fondo è un pregio. Il mio perfezionismo è fatto soprattutto di paura: di sbagliare, di essere giudicata, del momento in cui qualcuno potrebbe guardarmi con più attenzione del solito e accorgersi che non sono all’altezza. Kelly, da bambina, ha già trovato un modo per evitare quel momento: smettere prima.

Il nuovo “Barbie e lo Schiaccianoci” su Netflix

Nel 2026 Barbie e lo Schiaccianoci, il film d’animazione del 2001 che ha inaugurato la serie dei lungometraggi animati di Barbie, torna su Netflix per il suo venticinquesimo anniversario. La piattaforma ospiterà anche uno speciale animato inedito di 45 minuti, annunciato da Mattel per novembre. La nuova versione riprende il mondo del classico con un cast di personaggi diverso: Barbie «Malibu» interpreta Clara, mentre Barbie «Brooklyn» veste i panni della Principessa Confetto. La storia si svolge in un universo musicale e magico, con nuove animazioni e coreografie.

“Barbie e Lo Schiaccianoci” torna con uno speciale animato completamente nuovo e rivisitato
Una scena dello speciale animato completamente nuovo e rivisitato di “Barbie e Lo Schiaccianoci”, su Netflix da novembre. Foto: Mattel.

Il film originale aveva ambizioni che da bambine non potevamo cogliere: le sequenze di danza si basavano su coreografie messe in scena da ballerini del New York City Ballet e la colonna sonora attingeva alle musiche di Čajkovskij, eseguite dalla London Symphony Orchestra. Era una storia di magia e avventura, ma anche un racconto sul coraggio.

Un nonno severo e una zia che racconta

Nel film del 2001, Clara è orfana e vive nella Germania di fine Ottocento con il fratellino Tommy e il nonno Drosselmeyer, un uomo burbero e severo. A portare un po’ di incanto in casa è la zia Elizabeth, che le racconta le sue avventure e la vigilia di Natale le regala uno schiaccianoci di legno. Due adulti che la guardano in modi opposti. Viene da chiedersi quale dei due sguardi pesi di più su una ragazza che sta crescendo. La risposta la conosce chiunque abbia ricevuto un complimento e una critica nella stessa settimana, finendo per rimuginare soltanto sulla seconda.

Poco dopo, Tommy rompe un braccio allo schiaccianoci nel tentativo di strapparle il regalo. Clara lo aggiusta con cura prima di addormentarsi accanto all’albero. È curioso: con un oggetto rotto ha una pazienza che, per tutto il film, farà più fatica a riservare a se stessa.

Rimpicciolire

A mezzanotte il salotto si anima: dal buco nel muro sbuca un esercito di topi, il gufo sull’orologio del nonno prende vita e lo Schiaccianoci impugna la spada. Clara prova ad aiutarlo, ma il Re dei Topi la rimpicciolisce con il suo scettro fino a renderla alta quanto lui. Da quel momento la casa diventa una giungla domestica: l’albero di Natale è una foresta, i festoni sono liane a cui aggrapparsi. Per tornare della sua misura, Clara dovrà trovare la Principessa Confetto, l’unica in grado di spezzare il sortilegio.

Da bambina trovavo buffa questa scena: Clara minuscola che si arrampica sui festoni e cerca di cavarsela in un mondo diventato improvvisamente enorme. Oggi mi fa un po’ tenerezza, perché so che cosa significa quando le cose più piccole assumono proporzioni spropositate e io ci giro intorno, cercando un sentiero che non c’è.

Da adulti non si rimpicciolisce per magia, ma attraverso piccole rinunce che passano per buone maniere. A volte mi blocco davanti a un compito nuovo, a una richiesta, a una possibilità che fino a poco prima avrei desiderato. Mi sento piccola davanti a una fase enorme della vita, come se dovessi prima dimostrare di essere pronta e soltanto dopo potessi cominciare. Peccato che la sensazione di essere pronta arrivi dopo aver fatto le cose. Come una ricompensa per averle fatte senza esserlo (assurdo!). Anche Clara comunque non sceglie di partire, ma è l’incantesimo a non lasciarle alternative.

Il perfezionismo è difficile da lasciare anche perché, per un certo periodo, funziona. Mi rende affidabile, precisa, una persona sulla quale si può contare. Il problema è che il prezzo da pagare cresce insieme ai risultati: ogni cosa riuscita alza l’asticella della successiva, ogni errore sembra mettere in discussione non solo il perimetro in cui è avvenuto ma anche tutta me.

Il perfezionismo che ci viene richiesto

Che non si tratti di una fragilità individuale lo suggeriscono i dati. Nel 2019 gli psicologi Thomas Curran e Andrew Hill avevano analizzato questionari raccolti tra il 1989 e il 2016, riscontrando un aumento del perfezionismo tra gli studenti universitari. Nel 2026 i ricercatori hanno aggiornato e ampliato quell’analisi, esaminando 307 campioni per un totale di 82.939 studenti universitari di Stati Uniti, Regno Unito e Canada. Lo studio, pubblicato su Psychological Bulletin, ha rilevato un aumento di diverse forme di perfezionismo e un’accelerazione, dai primi anni Duemila (proprio gli anni in cui usciva il film), di quello definito «socialmente prescritto».
È la percezione che gli altri si aspettino da noi standard impossibili da raggiungere e siano pronti a giudicarci severamente. Non significa necessariamente che le persone intorno a noi pretendano davvero la perfezione, ma che possiamo vivere le loro aspettative come una pressione continua, anche quando nessuno ce la sta imponendo esplicitamente.

I dati riguardano studenti universitari dei tre Paesi studiati, non italiani, e non dimostrano che tutte le persone della nostra generazione siano più perfezioniste. Ma descrivono una tendenza che mi è familiare: il timore di sbagliare, il dubbio di non fare abbastanza, la sensazione che ci sia sempre qualcuno con cui confrontarsi e qualcosa da migliorare.

Lo specchio

Nello scontro finale il Re dei Topi ferisce gravemente lo Schiaccianoci. Clara si mette in mezzo per proteggerlo e lui trova la forza di usare la spada come uno specchio per rimandare contro il nemico il suo stesso incantesimo. Clara bacia lo Schiaccianoci, che torna a essere il principe Eric. Si scopre così che la Principessa Confetto che cercavano era proprio lei: lo è diventata spezzando l’incantesimo e salvando i suoi amici, quando era ancora minuscola e spaventata.

Clara non diventa coraggiosa quando torna grande: torna grande perché è stata coraggiosa da piccola

Dello scontro, lo specchio mi è rimasto in mente più del bacio. La voce che ci ripete che non siamo abbastanza, se la ascoltiamo con attenzione, spesso ha un accento che non è il nostro: è fatta di confronti, di aspettative, di sguardi severi raccolti qua e là nella vita, cuciti insieme fino a sembrare un pensiero nostro. Anche nel film, quando Clara si sveglia e corre dal nonno a raccontargli tutto, lui liquida la sua storia come frutto dell’immaginazione. La sua avventura è finita, ma quello sguardo resta: è possibile aver vissuto qualcosa di gigantesco e sentirsi comunque poco credibili quando proviamo a raccontarlo. Non so se quella voce si possa zittire. Ma si può cominciare a trattarla per quello che è: un’opinione, spesso nemmeno nostra, e non la descrizione di come siamo davvero.

Un finale meno perfetto

Alla fine del racconto Kelly torna al centro della sala e, insieme a Barbie, riesce a eseguire il balletto senza sbagliare. Da bambine sembrava il lieto fine giusto. Oggi ci vedo un po’ una trappola, invece: il coraggio viene premiato con un’esibizione impeccabile, come se avesse senso solo quando tutto riesce, che è esattamente la clausola che il perfezionismo aggiunge a ogni singola cosa che decidiamo di fare nella vita. Mi piacerebbe un finale diverso, con una Kelly che sbaglia ancora un passo e arriva in fondo lo stesso, e una Barbie che non ha bisogno di dirle «visto che ce l’hai fatta?», perché il punto non sarebbe più quello. Il momento che conta, nel film, dura pochissimi secondi e non resta per molto tempo in vista (un po’ come noi trattiamo i nostri meriti e traguardi): Kelly, che aveva smesso, decidere di riprovarci senza sapere come andrà.

Con la lentezza di un bradipo, a 25 anni, proprio quanti ne compie Barbie e lo Schiaccianoci, comincio a sospettare che non tutto quello che faccio debba essere perfetto per avere valore. Dai, ora devo solo imparare il “menefreghismo”, come mi consiglia sempre qualcuno che conosco. O, come direbbe la mia parte più severa, rischiare di diventare arrogante.

Le iniziative per i 25 anni di Barbie e lo Schiaccianoci

Oltre al ritorno del film originale su Netflix e al nuovo speciale animato, coreografato da Debbie Allen, Mattel ha avviato una collaborazione con il Teatro alla Scala per avvicinare i bambini alla danza. Fino al 15 novembre è attivo un concorso legato all’acquisto di prodotti Barbie: in palio, per otto bambini estratti entro il 20 novembre, una giornata alla Scala tra gli spazi storici e il dietro le quinte, con l’incontro con i ballerini del Corpo di Ballo, una prova a cui assistere e l’emozione di salire sul palcoscenico.

A Milano, nel negozio FAO Schwarz, c’è un angolo dedicato alla linea ispirata al film, e nel weekend del 7 e 8 novembre si terranno due appuntamenti gratuiti per bambini: sabato una docente e alcuni allievi della Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala offriranno un assaggio di danza, domenica ci saranno laboratori creativi a tema.

Ambassador italiana del progetto è Virna Toppi, Prima Ballerina della Scala, che ha incontrato le giovani allieve della scuola milanese CavalleriSpazioDanza per raccontare il suo percorso. Una parte del suo compenso, insieme a un contributo di Mattel, finanzierà una borsa di studio per un giovane talento della Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala.