Può capitare che qualcuna resti senza romanzo: la sorella di mezzo, per esempio. Nelle famiglie numerose come nei grandi classici, i ruoli si distribuiscono in fretta e quasi sempre senza consultare chi li dovrà indossare: la bella, la brillante, la ribelle, la piccola di casa. E poi c’è quella che resta, per esclusione, l’unica che nessun altro ha ancora preso: goffa, seriosa, poco interessante. In Orgoglio e pregiudizio quel ruolo tocca a Mary Bennet, terza di cinque sorelle, quella che canta peggio delle altre e cita moralisti a cena mentre tutti aspettano solo che smetta. Un’outsider, all’interno della propria famiglia.

Un romanzo e una nuova serie tv sull’altra sorella Bennet
Jane Austen le aveva riservato poche righe e nessuna tenerezza. Janice Hadlow, per anni dirigente BBC, nel romanzo L’altra sorella Bennet, dal 22 settembre in libreria con Piemme, gliene restituisce un’intera vita. La sorella di mezzo, considerata da tutti noiosa e immeritevole, rimasta fino a oggi ai margini della storia, imparerà ad accettarsi per quella che è davvero e a riprendersi in mano un destino che altri avevano già scritto per lei, uscendo finalmente dall’ombra in cui l’avevano relegata la sua famiglia e il suo luogo d’origine.
E dalle prossime settimane Mary avrà anche un nuovo volto, quello di Ella Bruccoleri, protagonista di The Other Bennet Sister – Orgoglio e riscatto, il period drama in dieci episodi in arrivo dal 26 settembre in esclusiva su Sky e in streaming solo su NOW, due episodi a settimana. La serie, creata da Sarah Quintrell e Maddie Dai e prodotta da Bad Wolf per BBC One, segue Mary da Longbourn ai salotti di Londra fino alle colline del Lake District, in un viaggio che è tanto geografico quanto interiore. Non a caso, intervistata da NPR proprio su questo passaggio, la stessa Hadlow ha raccontato che «ciò che la vita in città ti offre è l’opportunità di reinventarti»: uscire di casa per Mary significa prima di tutto potersi allontanare da radici diventate ormai zavorre e poter così finalmente vedersi da fuori.
Quando un’etichetta diventa una profezia
La parte più scomoda della storia di Mary non è che venga giudicata. È che, dopo un po’, impara a giudicarsi nello stesso modo in cui lo fanno gli altri. Sua madre la definisce priva di fascino davanti a lei, senza troppi giri di parole, e Mary – come capita a chiunque cresca sentendosi ripetere chi è, prima ancora di aver avuto modo di scoprirlo da sola – finisce per crederci. Gli psicologici la chiamano profezia che si autoavvera: non basta essere descritti in un certo modo da bambini, bisogna anche continuare a comportarsi in modo coerente con quella descrizione, perché altrimenti la famiglia intera dovrebbe rivedere l’idea che si è fatta di noi. È più facile restare nella parte assegnata che disorientare chi ci ama.

C’è un episodio, raccontato dalla stessa Hadlow in un’intervista al New Books Network, che mette bene a fuoco questo meccanismo. Per la Mary miope del romanzo, l’autrice si è ispirata a una delle figlie di Giorgio III, terrorizzata all’idea di portare gli occhiali in pubblico per paura di essere derisa. Mrs Bennet, davanti allo stesso dilemma, fa il calcolo opposto a quello della figlia: meglio apparire gradevoli che vedere bene, «uno scontro madre-figlia su ciò che è più prezioso al mondo e su ciò per cui vale la pena fare dei sacrifici». E quando Mary si concede un timido moto d’affetto verso un giovane apprendista ottico, socialmente troppo in basso per lei, basta il terrore del giudizio materno a soffocarlo sul nascere. Una “piccola” ferita iniziale, ma è lì che Mary impara per la prima volta quanto costi, nella famiglia che le è capitata, desiderare qualcosa solo per sé.
Il rifugio nella mente
Mary reagisce come reagiscono in tanti quando il corpo o il fascino non sembrano un terreno su cui vincere: si rifugia nella mente. Libri, citazioni, moralismo da salotto: più che pedanteria fine a se stessa, per lei è un rifugio. Se non posso competere sul piano in cui vengono giudicate le mie sorelle, mi costruisco un piano tutto mio, dove le regole le decido io. È un meccanismo di difesa vecchio quanto l’umanità: intellettualizzare per non sentire il dolore di non essere scelti. Funziona, per un po’. Poi però la domanda arriva comunque, prima o poi, ed è quella che rende la storia di Mary così poco ottocentesca: quanto di ciò che pensiamo di essere è davvero nostro e quanto, invece, è solo la reazione – a forza di ripeterla – a un giudizio che qualcun altro ha pronunciato una volta, tanto tempo fa?
Il prezzo di essere diverse (e non nel modo giusto)
Nella Regency Era il valore di una donna si misurava quasi interamente sul mercato matrimoniale, e su quel mercato Mary non ha nulla da offrire: non è bella, non è arrendevole, non sa farsi desiderare. È, in altre parole, un fallimento secondo i criteri del suo tempo. Il che rende la sua emancipazione, più avanti nella storia, un atto quasi politico prima che sentimentale. Ma è impossibile non notare quanto quei criteri, cambiata la cornice, ci suonino familiari: oggi il pianoforte suonato male si è trasformato in un fisico che non rientra nei canoni, una country dance inglese eseguita inciampando in un un’estroversione che non sai simulare nemmeno sforzandoti, ma il meccanismo che decide chi viene notato e chi resta sullo sfondo non è cambiato granché. C’è sempre uno standard a cui tendere, come la parte più stretta di un imbuto per cui mettersi tutte, diligentemente, in fila.

C’è poi un dettaglio che rende Mary ancora più scomoda della sorella “giusta” da imitare. Elizabeth Bennet è arguta, spiritosa, anticonformista, e per questo viene amata, persino dai lettori più severi. Mary è anticonformista senza essere affascinante: rigida, seria, priva di quella leggerezza che rende la ribellione simpatica invece che irritante. È la prova che la società tollera chi esce dal coro solo se lo fa con grazia. Chi è diverso e basta, senza il bonus del carisma, resta semplicemente diverso. E la differenza, da sola, raramente viene perdonata.
Sorelle, non per forza sorellanza
Cinque figlie femmine sotto lo stesso tetto, poche risorse, un futuro che dipende da un buon matrimonio: in queste condizioni la sorellanza non è un dato di fatto o genetico, è un lusso che in poche si possono permettere. Jane ed Elizabeth sono molto legate, Lydia e Kitty formano un fronte comune tutto loro: Mary resta fuori da entrambi i gruppi, non abbastanza brillante per le prime, non abbastanza frivola per le seconde. È una delle verità più dolorose messe in scena dalla storia dei Bennet: essere sorelle non basta a proteggersi a vicenda, se in casa si insegna, anche senza volerlo, a competere invece che a farsi squadra.

E al centro di tutto resta lei, Mrs Bennet, che proietta sulle figlie le proprie ansie con la stessa naturalezza con cui distribuisce complimenti e sarcasmo: c’è la preferita, c’è chi va bene così com’è, e c’è chi diventa (senza saperlo) il capro espiatorio della famiglia. Non serve essere cresciuti nell’Inghilterra di Jane Austen per riconoscere quella dinamica. Basta essere cresciuti in una famiglia qualsiasi, con un genitore che, anche amando, non riesce a smettere di confrontare.
Vedere ed essere viste
La parte più delicata del percorso di Mary arriva quando qualcuno, finalmente, la guarda senza doverla prima correggere. Non un principe azzurro che la salva dalla propria insignificanza (sarebbe la morale più pigra possibile), ma qualcuno capace di vederla per quello che è, senza chiederle di recitare una parte diversa da sé per meritarsi attenzione. È lì che l’amore smette di essere un premio da vincere gareggiando con le sorelle più interessanti e diventa riconoscimento: qualcuno che si accorge di te senza che tu debba prima sparire. È un inizio, non un arrivo, perché l’autostima non si prende in prestito da nessuno. Ma chi si è abituata ad analizzarsi solo attraverso il giudizio delle altre persone, può aver bisogno di occhi nuovi prima che dei propri. Non per dipendervi, ma per ricordarsi che uno sguardo diverso esiste e che è da lì che può ripartire per (re)impararlo da sola.

Lo stesso diritto a un lieto fine
Janice Hadlow lo ha spiegato meglio di chiunque altro: adoriamo tutte Elizabeth Bennet e vorremmo essere lei, ma se siamo oneste ci riconosciamo più spesso in Mary, impacciata, insicura di sé e del proprio futuro, mai del tutto a suo agio nella propria pelle. Ed è per questo, ha aggiunto l’autrice, che «le donne come Mary hanno lo stesso diritto a un lieto fine di Lizzie». Ecco il motivo per cui, duecento anni dopo, la storia della sorella su cui nessuno avrebbe scommesso un penny continua a parlarci. Perché tutte, almeno una volta, abbiamo sentito il peso di un’etichetta scelta per noi da altri e la fatica muta di doverla portare per anni prima di trovare il coraggio, o semplicemente l’occasione, di strapparla via.