Elinor Dashwood ha diciannove anni, il cuore in frantumi e davanti a sé una nuova conoscente che le confida, con una dolcezza da biscotto al burro, di essere fidanzata in segreto con l’uomo che lei ama. Elinor ascolta e risponde con garbo. Poi promette di non dire niente a nessuno. Il giorno dopo c’è la casa da far quadrare, e lei se ne occupa. Se Elinor fosse una nostra amica, la chiameremmo “forte”. In casa Dashwood la chiamano “ragionevole”, che è un modo gentile per dirle che può cavarsela da sola.
Con questa fama Elinor torna in sala il 22 ottobre: nella nuova versione di Ragione e sentimento diretta da Georgia Oakley e distribuita da Universal Pictures ha il volto di Daisy Edgar-Jones, mentre Marianne è Esmé Creed-Miles. A più di trent’anni dal film di Ang Lee, in cui Emma Thompson era Elinor e vinse l’Oscar per la sceneggiatura, è l’occasione per riguardarle da vicino.
Tre sorelle, una madre e tanti modi diversi di attraversare lo stesso inverno
Le ritroviamo nel momento peggiore. Morto il padre, le sorelle Dashwood e la madre devono lasciare la tenuta di Norland e trasferirsi in un cottage. La casa passa a John, il figlio del primo matrimonio, e alla vedova restano una rendita modesta e tre figlie da sistemare: Elinor, la maggiore, Marianne, che ha sedici anni, e la piccola Margaret. In un’Inghilterra dove il futuro di una ragazza passa dal matrimonio, perdere i soldi significa perdere anche un po’ di scelte.
La madre è affettuosa e generosa, più portata agli entusiasmi che ai conti. Elinor pesa ogni parola prima di dirla. Marianne dice tutto quello che sente nell’istante in cui lo sente. Sono loro due, e il modo in cui attraversano lo stesso inverno, il centro della storia.
Elinor non è fredda
È quello che pensa Marianne: vede la sorella composta, senza una lacrima, e per lei un amore senza lacrime non è amore. Invece Elinor sente quanto lei. A Norland aveva conosciuto Edward Ferrars, timido, gentile, poco incline alle frasi ad effetto: non si erano detti niente di preciso, ma si erano capiti, e lei aveva cominciato a sperare. Poi, nel Devon, arriva Lucy Steele con un sorriso e una confidenza: è promessa a Edward da quattro anni, in segreto.
Da quel momento Elinor sa e comunque sorride. Tace con la madre e con Marianne, che hanno già abbastanza a cui pensare, e continua a tacere mentre Lucy torna sull’argomento ogni volta che può, con l’aria di chi si confida con un’amica. Nel frattempo, in casa, tutti si stringono intorno a Marianne, abbandonata da Willoughby, il giovane di cui è innamorata. Nessuno stringe Elinor, perché nessuno sa.
Non perdere il controllo è un lavoro. Con una particolarità: più lo si fa bene, meno qualcuno se ne accorge. Elinor non riceve conforto perché non lo lascia vedere, e non lo lascia vedere perché in casa c’è già chi soffre per tutte. Succede a molte figlie maggiori e a molte amiche “solide”: a un certo punto la competenza smette di essere una qualità e diventa il posto che si occupa, e uscirne vorrebbe dire deludere chi si è abituato a contare su di noi. Elinor ha un calore controllato: lo dosa, lo porta dove serve, lo tiene lontano da dove farebbe rumore. Da fuori somiglia alla freddezza, ma non lo è. Chi è fatta così lo sa bene, perché se lo sente dire spesso. E intanto continua a passare il tè a Lucy Steele.

Marianne non sa fingere
La sua storia comincia con una caduta: un giorno di pioggia scivola da una collina, si storce una caviglia e a soccorrerla arriva John Willoughby. È bello, legge poesie, ama le stesse cose che ama lei. Marianne non nasconde niente: ride, canta per lui, lo guarda come si guarda chi ha finalmente trovato qualcuno che capisce. Tutto il vicinato è convinto che sia un fidanzamento (oggi qualcuno forse parlerebbe di love bombing). Poi Willoughby parte, all’improvviso, e quando lo rivede a Londra, a un ricevimento, la saluta con un freddo inchino davanti a tutti.
Marianne non conosce un altro modo di soffrire che quello visibile. Piange senza discrezione, resta a letto, non mangia. Il mondo intorno a lei la compatisce, ed è quasi peggio: alla ferita se ne aggiunge una seconda, la vergogna di essere stata vista. Perché per lei sentire era un atto di fiducia. Dare tutto subito, senza calcoli, significava credere che chi dice «sei l’unica» lo pensi davvero. Quando Willoughby sparisce, insieme all’amore crolla l’idea che quello che si prova basti a garantire quello che accadrà. A chi ama a viso scoperto basta una delusione per sentirsi dare dell’imprudente, come se la colpa fosse l’intensità e non chi se n’è andato.
La secondogenita non sa dove mettere quello che prova, così lo mette un po’ ovunque, fino a quando il corpo presenta il conto. Sulla via di casa Marianne si ferma a Cleveland ed esce ogni giorno a camminare nell’erba bagnata, quasi per ostinazione, finché si ammala fino a rischiare la vita. Qualcuno dirà che se l’è cercata. Ma da quando chi mostra la sofferenza sbaglia più di chi la nasconde?
Il momento in cui si guardano
Marianne guarisce e con la salute le torna una lucidità che non aveva mai avuto. Ripensa ai mesi passati e si accorge che accanto alla sua pena ce n’era un’altra, grande quanto la sua, rimasta in ombra per tutto quel tempo senza che lei se ne accorgesse. Elinor, che l’ha vegliata per giorni, ascolta in silenzio: Marianne le dice quanto le deve e che vuole cambiare.
Nelle relazioni mature e durature c’è un momento così, e non è certo comodo dato che costringe a rileggere tutto: le volte che ci siamo sfogate con quella persona, le sue risposte pacate che abbiamo preso per indifferenza. Oppure, specularmente, le volte in cui siamo state noi a tenere la misura e chi ci stava accanto ha scambiato il nostro “Sto bene” per un muro di insensibilità, senza immaginare quanto ci costasse.
Riconoscere di aver visto l’altra solo a metà richiede più coraggio di quanto sembri, e Marianne lo fa senza difendersi. Qualche settimana dopo, quando Edward arriva al cottage con una notizia che Elinor non osava più sperare, è lei a uscire dalla stanza e a scoppiare in lacrime. Per tutto il libro non aveva ceduto, adesso può. Il sollievo, dopo mesi di controllo, arriva sotto forma di pianto, perché il corpo non distingue tra una pena che finisce e una che si scioglie. Nessuna delle due diventa l’altra. Marianne impara a guardare gli altri prima di sé, Elinor a lasciar uscire quello che prova. Ognuna prende un pezzo dell’altra: forse l’unico modo in cui una persona può cambiare, senza però snaturarsi.

La scelta che non c’è
In inglese il titolo del romanzo è Sense and Sensibility. Sense, la “ragione” di Elinor, è più vicino al buonsenso che alla freddezza: la capacità di giudicare con equilibrio. Sensibility, il “sentimento” di Marianne, è la prontezza a sentire. Siamo abituate a leggere quel titolo come la promessa di un duello, ma il romanzo lo smonta pagina dopo pagina, mostrando due modi di proteggersi che da soli non bastano. Diventare adulte è sentire tutto e poi scegliere con calma che cosa dirne, a chi e quando. C’è chi dopo una delusione manda vocali da undici minuti e chi caccia giù il boccone amaro e risponde con una emoji sorridente. Magari ci riconosciamo in tutte e due, a giorni alterni, ed è del tutto normale. Jane Austen aveva scritto and, non or. Elinor e Marianne ci mettono un romanzo intero per accorgersene. A noi, con un po’ di fortuna, può bastare una serata al cinema.
Se ti piacciono gli adattamenti di Jane Austen
La Austen resta costante fonte di ispirazione per autori e registi. Mentre al cinema arriva Ragione e sentimento, va ora in onda in esclusiva su Sky (e in streaming su Now) la serie in 10 puntate The Other Bennet Sister – Orgoglio e riscatto tratta dal libro L’altra sorella Bennet di Janice Hadlow (Piemme). Poi il 3 dicembre sbarca su Netflix la miniserie in 6 puntate che ripropone l’altro capolavoro di Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio.