L’estate è un esodo che in principio mi sconvolge. Durante l’anno vivo di abitudini e punti, fermi: la rassicurante prossimità dei figli, l’approvvigionamento settimanale di derrate alimentari per nutrire plotoni di affamati, il ritmo prevedibile di una routine collaudata, il persistente, benché ormai immotivato, delirio di indispensabilità. Durante l’anno il mondo è in ordine e io in equilibrio. Poi arriva la stagione dell’anarchia e delle forze centrifughe.
L’estate senza figli: la libertà di lasciare il frigo vuoto
Il figlio grande ha finito la sessione di esami all’università e si trasferisce dalla sua ragazza. «Torno mercoledì o giovedì o magari la prossima settimana», il medio, fresco di Maturità, si sente padrone del mondo ed è andato a esplorarlo. «Dove sei?» «Boh» «Non puoi non sapere dove sei!», «Tra la Lituania e la Lettonia, anzi forse in Estonia. Insomma in un paese baltico dove, arriva l’interrail», il piccolo, refrattario ai radar come tutti gli ultimogeniti, lancia messaggi, incomprensibili da un altrove ignoto, «Cla, tra’, sto nel chill con la gang». Il marito parte, torna, va all’estero per lavoro, sostiene che Milano sia una città invivibile, «Tanto non ci sei, mai!» «Non fare la melodrammatica».
Loro si allontanano, il frigo non ha più ragione di essere colmo, i costumi si rilassano, le finestre si spalancano, la bussola perde il nord e io, non so più chi sono. Non posso neppure fare la figlia e darmi un senso accudendo mia madre perché anche lei, ha preso il largo. È andata in Bretagna con un gruppo di coetanee e non telefona mai, segno che si sta divertendo. Trascorro i primi giorni chiedendomi chi sono, riordinando armadi, aggirandomi tapina in, questo appartamento al primo piano troppo grande per me sola, non ho nessuno da accudire e soffro di vertigini.
La leggerezza dell’estate senza figli
Poi, piano piano, mi accomodo, occupo spazi solitamente colonizzati da altri, chiamo, un’amica, due, tre, organizzo una cena, vado al cinema, ascolto la mia musica a tutto, volume, ballo a occhi chiusi, guardo Squid Game spaparanzata sul divano, il ventilatore al massimo e le briciole sui cuscini. Come una cipolla, ho perso i miei strati più esterni, e mi ritrovo a tu per tu con il mio, nucleo, un punto senza intorno, la me stessa che era lì da sempre, prima dei figli, prima, del marito, prima del mutuo sulla casa e dell’assicurazione sulla vita, «Dobbiamo proprio, assicurarci?» «Non si sa mai».
E riscopro la bellezza di badare solo a me stessa, di non dovere programmare nulla, di non sentirmi l’ingranaggio di un sistema complesso. Nella solitudine di quei giorni torridi, tra il ventilatore e la vaschetta di gelato mangiata a cucchiaiate direttamente dalla confezione, si annida una leggerezza che non mi concedo mai. In quell’interregno, che dura sempre troppo poco, abita il privilegio dell’autodeterminazione. L’estate è un esodo che in principio mi sconvolge e poi mi elettrizza.