C’è una cosa che accomuna cinema, serie tv e spettatori: nessuno sembra divertirsi più di tanto quando una coppia sta bene. Due persone che si amano, si rispettano, si parlano, magari litigano ogni tanto e poi fanno pace? Sì, carino ma il pathos? Se invece uno dei due tradisce, il desiderio evapora, il matrimonio finisce e gli avvocati cominciano a scaldarsi in panchina, ecco che improvvisamente abbiamo una storia. Non è un caso che negli ultimi tempi si siano moltiplicate sullo schermo le coppie in crisi: da I Roses a The Invite, passando per Il rumore delle cose nuove (al cinema dal 12 novembre, tre coppie che non si conoscono ma destinate a intrecciarsi) War – Il divorzio del secolo (su Sky dal 27 novembre), fino a Bunker che a gennaio invece vede andare in frantumi la coppia formata da Penélope Cruz e Javier Bardem. E Strangers, ritorno agli schermi di Gwyneth Paltrow, moglie affranta.

Coppie che si amano, si odiano, si perdono, si tradiscono, si ritrovano. Insomma, fanno quello che facciamo tutti, con scenografie migliori e avvocati più costosi. Credo che niente eguaglierà mai la litigata epica sulle scale di casa tra Kate Winslet e Leo DiCaprio in Revolutionary Road, io adoro il vintage. Ma perché ci interessa così tanto sapere che la coppia degli altri non funziona? Perché, dice Stefano Borioni, psicologo e psicoterapeuta esperto di dinamiche di coppia, quando guardiamo la crisi altrui «spesso stiamo guardando anche qualcosa che riguarda noi». Le coppie raccontate dal cinema e dalle serie diventano «superfici su cui proiettiamo dubbi, interrogativi, paure che facciamo fatica a formulare in prima persona».

La meraviglia delle coppie che si scannano

Altro che voyeurismo, dunque. O meglio: non soltanto. Guardare due sconosciuti che si separano sullo schermo può essere un modo per non occuparci della nostra relazione, possiamo interrogarci sull’amore senza dover dire al partner «scusa, ma noi come stiamo messi?». La crisi degli altri ci rassicura e ci inquieta contemporaneamente. «Possiamo aver bisogno di trasformare l’amore in qualcosa di sicuro e prevedibile», spiega Borioni, «ma proprio questa sicurezza può diventare un’illusione». Così osservare una coppia perfetta (tipo Cruz e Bardem) che si schianta ci ricorda una cosa poco consolante: l’amore non viene fornito con la garanzia del produttore.

La bellezza della crisi di coppia al cinema

Una coppia che funziona ha un problema narrativo enorme: non succede nulla. «Una coppia che funziona sempre in modo perfetto rappresenta una narrazione ben calibrata dentro uno spazio prevedibile, ma mai del tutto credibile», dice Borioni. Quando arriva la crisi, invece, «ci mostra un conflitto, una rottura non prevista, una dinamica viva e molto più autentica». Finalmente qualcuno litiga – come noi. Possiamo tirare un sospiro di sollievo.

Il cinema, però, ci mette davanti relazioni costruite, illuminate, montate e raccontate in due ore, mentre noi dobbiamo confrontarle con la nostra vita, che procede senza sceneggiatore, senza montaggio e soprattutto senza possibilità di eliminare le scene in cui abbiamo detto una cosa terribile. «Confrontiamo una vita reale, fatta di conflitti, noia e inevitabili momenti di distanza, con una rappresentazione perfetta – anche nel conflitto – perché parziale», osserva Borioni. È come «confrontare gli scatti fatti al mare con le fotografie non solo realizzate – ma pensate, costruite, selezionate e ritoccate – da un fotografo professionista». Fiction, appunto.

La solita aspettativa della mezza mela

Ma la crisi di coppia non è soltanto un prodotto dell’industria cinematografica. È una delle grandi storie dell’umanità. Cambiano i costumi, ma il copione di fondo resiste. «Attraverso l’amore e la vita di coppia raccontiamo da sempre la spinta a completarci attraverso qualcun altro, le parti inconsce di noi stessi che proiettiamo sul partner e i conflitti che nascono stando insieme», spiega Borioni. Oggi abbiamo anche un vocabolario più ricco per raccontare quando qualcosa va storto. Una volta era semplicemente «è finita». Oggi abbiamo relazioni tossiche, incompatibilità, dipendenza affettiva, confini, bisogni.

Ti voglio bene ma ognuno per la sua strada

Oggi abbiamo categorie psicologiche più articolate e una maggiore consapevolezza dell’autonomia individuale. Ed è una conquista. Ma la libertà ha anche un rovescio: «può renderci meno disponibili a confrontarci con quella parte inevitabile di ricerca di mediazione che ogni relazione comporta». Perché l’amore adulto, purtroppo, non è un servizio on demand. E qui arriva uno dei grandi equivoci: pensare che se amiamo davvero qualcuno, allora dovremmo riuscire a stare bene insieme. Non è così. «Amare qualcuno non significa necessariamente riuscire a costruire con quella persona una relazione in cui entrambi possano stare bene», dice Borioni.

L’eterno fantasma del tradimento di coppia

E possiamo anche desiderare qualcun altro. Il che non significa automaticamente che la coppia è finita. «Il problema non è tanto ciò che pensiamo o desideriamo, ma cosa facciamo con quello che pensiamo e desideriamo», precisa Borioni. Il desiderio, infatti, «non è sempre sovrapponibile alle nostre scelte affettive». Insomma: essere attratti da un’altra persona non equivale ancora a prenotare un avvocato divorzista. Più complicato è capire quando abbiamo smesso di amare e abbiamo cominciato ad avere paura di perdere.

Che cos’è l’amor? Chiedilo al vento

Perché anche questo succede: «Confondiamo facilmente l’innamoramento con l’amore quando ci aspettiamo che una relazione debba conservare nel tempo la stessa intensità dell’inizio». L’innamoramento vive di idealizzazione e scoperta. L’amore, prima o poi, incontra l’altro vero. Ma c’è anche il contrario: chiamare amore quello che è ormai soprattutto paura della perdita, della solitudine o del cambiamento. «A volte il nulla può fare più paura del dolore che già conosciamo», dice Borioni.

Tutte le imperfezioni dell’amore di coppia

Forse è questo il vero grande equivoco sull’amore contemporaneo: pensare che debba salvarci. «Che l’amore possa finalmente metterci al riparo da noi stessi, dall’altro e dalla solitudine»: è questa, secondo Borioni, l’idea che fa più danni. Non esiste il partner perfetto che ci comprende completamente, soddisfa tutti i nostri bisogni e non ci delude mai. E forse sarebbe meglio smettere di cercarlo prima che finisca per sembrarci sospetto chiunque abbia semplicemente una propria personalità. Ma non significa neppure che dobbiamo restare in una relazione infelice per paura di stare soli. Né che dobbiamo sacrificarci per essere amati: «Più rinuncerò a me, più riceverò amore» è un modello che può essere appreso molto presto e poi scambiato per normalità.

Sto con te ma anche con me

La coppia non dovrebbe essere né una gabbia né un rifugio anti-solitudine. Dovrebbe essere, dice Borioni, «un luogo in cui sentirsi legati senza sentirsi prigionieri». Un posto dove continuare ad avere «una propria soggettività, i propri desideri, le proprie amicizie e i propri spazi». Appartenenza e autonomia insieme. Forse è proprio questo che ci piace tanto delle crisi degli altri: ci permettono di guardare da lontano il complicatissimo lavoro che significa stare insieme. Possiamo giudicare, commuoverci, fare il tifo, domandarci perché non si lasciano o perché non provano ancora a salvarsi. La vera storia d’amore non è quella in cui nessuno scappa mai, nessuno desidera altro, nessuno sbaglia e tutti vissero felici e contenti. È quella in cui due persone riescono a guardarsi e a chiedersi “possiamo continuare a essere noi stessi, senza smettere di essere noi?”.