Prima di iniziare l’intervista con Olivia Colman e Benedict Cumberbatch, vale la pena di spendere due parole su chi ha firmato il film di cui i due attori britannici sono protagonisti. I Roses, dal 27 agosto al cinema, è una commedia satirica diretta da Jay Roach (4 Emmy all’attivo, noto per la saga di Austin Powers e Ti presento i miei) e scritta da Tony McNamara (candidato all’Oscar per le sceneggiature di La Favorita e Povere Creature!). Una coppia creativa di peso per un adattamento dal tono caustico e brillante di La guerra dei Roses, romanzo del 1981 da cui è stato tratto il celebre film del 1989 con Michael Douglas, Kathleen Turner e la regia di Danny DeVito.
Il titolo richiama le guerre civili inglesi del 1400 ed è una promessa di ciò che attende il pubblico: una battaglia domestica in piena regola. Colman e Cumberbatch ci hanno accolto a Los Angeles, fianco a fianco sul divano, quasi fossimo a una seduta di coppia. Proprio come nella prima scena del film.
Intervista (di coppia) a Olivia Colman e Benedict Cumberbatch
Presentateci i vostri personaggi.
Olivia Colman: «Interpreto Ivy, chef, madre felice e moglie orgogliosa di Theo, che all’inizio del film sta vivendo un momento d’oro come architetto».
Benedict Cumberbatch: «Io sono Theo, marito innamorato e padre devoto. Ma quando la mia carriera crolla e quella di Ivy decolla, scatta una competizione feroce e affiorano risentimenti che cambiano gli equilibri della coppia».
Com’è nato il film?
B.C. «Volevamo lavorare insieme da tempo, ma non trovavamo mai il progetto giusto. Poi Tony ci ha proposto un’idea nello stile di La guerra dei Roses e ci è sembrata perfetta. Olivia ha suggerito di coinvolgerlo nella scrittura, in fondo è anche l’uomo che l’ha portata a vincere l’Oscar (come migliore attrice nel 2019 per la sua interpretazione della regina Anna in La Favorita, diretto da Yorgos Lanthimos ndr). Con Olivia siamo anche produttori esecutivi, quindi abbiamo dato diversi input, ma poi ci siamo affidati totalmente a lui. Tony è un genio dei dialoghi. E il regista Jay Roach, dal punto di vista comico, è una garanzia assoluta».
Come vi siete trovati come coppia sul set?
O. C. «Ci adoriamo! (ridono, ndr). Non avevamo mai lavorato insieme, ma ci conosciamo da anni. L’idea è nata al Festival di Venezia poi, quando Jay è salito a bordo del progetto, abbiamo deciso di produrlo con le nostre società, South of the River Pictures e SunnyMarch».
La guerra dei Roses, tra ieri e oggi

La guerra dei Roses è un film amatissimo. Non temevate il confronto?
O. C. «Non lo sa nessuno, ma il film originale ha avuto un grande impatto su di me quando ero ragazza. Di solito penso che se un film è bello sia meglio non toccarlo. Ma in questo caso lo abbiamo usato come base, aggiungendo elementi contemporanei e prendendo una direzione nuova, con rispetto e tanto affetto. Tony è incredibile con le commedie dark, ci ha fatto sentire al sicuro».
B. C. «Confermo, abbiamo preso in prestito la struttura e l’idea con grande rispetto».
O. C. «L’arte ha sempre influenzato altra arte. Nessun artista crea dal nulla. Picasso diceva: “I bravi artisti copiano, i geni rubano”. E io credo sia bellissimo ispirarsi a qualcosa di così ben fatto».
Nel film i vostri personaggi arrivano a comportamenti molto crudeli. Vi siete mai detti: “Questo no, è troppo”?
O. C. «È pur sempre una commedia, anche se non prendiamo mai in giro chi soffre davvero».
B. C. «Siamo stati molto attenti. Viviamo in un mondo duro e non volevamo suggerire neanche per un attimo che le difficoltà di una coppia siano divertenti. Ma come attori ci esprimiamo anche con la fisicità e questo film lo permette. Non servono avvisi tipo “Non fatelo a casa”: chi ha vissuto la fine di un amore sa che certe crudeltà, purtroppo, accadono. Qui le raccontiamo con ironia, ma anche con grande empatia».
Raccontare senza sconti la separazione
Qual è, secondo voi, il motivo principale per cui una coppia che si è amata può arrivare ad allontanarsi in modo così drastico?
B.C. «Quando perdi una parte della tua identità, come accade a Theo dopo una carriera brillante, cerchi di riaffermare il tuo valore altrove. C’è quest’idea, molto americana, che se non hai successo sei un fallito. In coppia, questo crea uno squilibrio: mentre lei sale e lui scende, entrambi iniziano a vivere in mondi separati, perdendo di vista l’altro. L’amore magari c’è ancora, ma va in direzioni diverse. Mancano la comunicazione, l’intimità. Le fratture diventano crepe, poi muri veri e propri. E a un certo punto il risentimento è così forte e così radicato che non si riesce più a ricostruire il rapporto».
O. C. «Non penso che, quando qualcosa va storto in un matrimonio, il partner diventi automaticamente meno desiderabile o meno importante. I fallimenti sono parte della vita e da quelli si impara molto più che dai successi. Si cresce tentando di fare meglio, inciampando, ritentando, fallendo ancora. E poi ricominciando. Come diceva Samuel Beckett: “Fallisci ancora, fallisci meglio”».
Chi chiede il divorzio, secondo alcuni, lo fa perché si è stancato proprio di ciò che un tempo lo aveva fatto innamorare. È una frase che condividete?
B.C. «Sì, e trovo che sia un’enorme debolezza umana. Perdere interesse in ciò che un tempo ci emozionava è un fallimento emotivo. Viviamo in un’epoca in cui il bisogno costante di novità ci distrae. Vogliamo sempre qualcosa di più stimolante, più brillante, più veloce. I social amplificano questo desiderio, ci catapultano in realtà parallele idealizzate, che rendono la nostra vita quotidiana meno “eccitante” in confronto».
O.C. «Io credo che quando ami davvero qualcuno, devi amare tutto di quella persona. Difetti e fragilità compresi. Non puoi pretendere che cambi o che diventi qualcun altro. Devi amare anche il fatto che sia semplicemente “abbastanza”. L’idea che si possa cambiare qualcuno è illusoria. Le persone non cambiano, o almeno non perché lo vogliamo noi».
Benedict Cumberbatch e Olivia Colman, lo sketch improvvisato
Siete simili ai vostri personaggi e tendete a tenervi dentro le cose o le dite subito?
B.C. «Olivia dice sempre quello che pensa. È genuinamente se stessa, ed è una cosa bellissima. Penso che molti vorrebbero sentirsi liberi come lei».
O.C. «E tu sei molto empatico (sorride, ndr). Sai far sentire tutti a proprio agio. Anche se, diciamolo, a volte sei pedante come pochi».
B.C. «Non è vero!»
O.C. «Dai, lo sai! E, anche se credi che io dica tutto, nelle mie relazioni più intime preferisco spesso tacere, per non ferire chi ho davanti. Tu invece vai dritto al punto».
B.C.«Da come stai sbraitando adesso, non sembrerebbe!».
O.C. «Ah, parla quello che ronza come un’ape regina per delle sciocchezze…»
B.C. «E tu che ululi se non hai l’ultima parola in una discussione?»
O.C. «Io almeno affronto il problema, se c’è qualcosa che non va. Anche se acceso, per me un confronto sano è sempre meglio. Come adesso (ride, ndr)».