Ogni storia ha il suo cattivo, il suo villain, responsabile oscuro di tutte le nefandezze. A volte lo riconosci dalla prima scena, altre devi aspettare la fine per scoprire di aver accusato il personaggio sbagliato.
Nella nostra sceneggiatura quotidiana dubbi non ce ne sono: qualsiasi guaio capiti, il colpevole è sempre uno. Lo stress. Dormi male? È stress. Hai mal di testa? Idem. Ingrassi. Sei di cattivo umore? Il problema è sempre lì.

E siccome anche i cattivi hanno bisogno di complici, di recente ne spunta uno: il braccio armato chiamato cortisolo. Pare che vada neutralizzato a ogni costo, respirando, mangiando, dormendo, comprando integratori. Peccato che senza cortisolo non alzeremmo nemmeno dal letto. E senza stress, dice la scienza, forse non saremmo arrivati fin qui. Non sarà, quindi, che il cattivo non è così terribile come lo disegniamo.

Lo stress non è una “parola jolly”

È da questo equivoco che parte Sotto stress. Scienza di un equilibrio possibile, il nuovo libro dell’immunologa Antonella Viola, appena uscito per Einaudi.

«Per molto tempo lo stress è stato una specie di parola jolly: quando la medicina non riusciva spiegare bene un sintomo, la tirava in ballo quasi a significare che dietro non ci fosse nulla di davvero organico» spiega. «Oggi sappiamo che quello che chiamiamo stress è invece un evento biologico misurabile che coinvolge il cervello, il sistema nervoso autonomo, gli ormoni, l’immunità, il metabolismo, il sonno».

Stress non è sinonimo di male

«Lo stress non è l’evento in sè, ma la risposta con cui il nostro organismo cerca di adattarsi a qualcosa che percepisce come una minaccia» continua la scienziata. Il cervello dà l’allarme, entrano in circolo adrenalina, noradrenalina e cortisolo. Il cuore accelera, aumenta l’energia a disposizione di muscoli e cervello, l’attenzione si concentra. Tutto ciò che in quel momento non serve può aspettare: la digestione, per esempio. O la riproduzione».

Per milioni di anni questa raffinatissima riallocazione delle risorse ci ha salvato la pelle. Il leone arriva, il corpo si prepara alla fuga; il leone se ne va, l’allarme rientra. Il nostro organismo è rimasto quello, i leoni invece hanno cambiato forma. Oggi sono una mail alle 10 di sera, il mutuo, una scadenza, il traffico, il confronto continuo con le vite degli altri sui social. Pericoli meno letali, ma con un difetto enorme: non finiscono mai.

«La risposta allo stress è stata selezionata per affrontare emergenze brevi, non per restare accesa di continuo» dice Viola. «Quando le richieste sono troppo frequenti o intense e non lasciano tempo al recupero, il prezzo continua a salire». Una risposta che per pochi minuti ci salva, se diventa cronica può causare ipertensione, alterazioni metaboliche, infiammazione, disturbi del sonno. Eppure eliminare ogni stress non sarebbe né possibile né desiderabile.

L’ormesi: la dose giusta di stress

È qui che la storia si fa più interessante. Negli Stati Uniti la ricercatrice Sharon Horesh Bergquist ha costruito intorno a questo apparente controsenso il suo ultimo libro, The Stress Paradox. Why You Need Stress to Live Longer, Healthier, and Happier. «Alcuni tipi di stress non sono soltanto benefici: sono necessari» scrive.

Il principio scientifico si chiama “ormesi”: piccole dosi di una sollecitazione che in quantità eccessive sarebbe dannosa possono attivare meccanismi di adattamento, protezione e riparazione.

L’esempio più intuitivo è l’esercizio fisico. Correre, sollevare un peso o pedalare sottopone volontariamente il corpo a uno stress che, se proporzionato e seguito dal recupero, induce l’organismo ad adattarsi. «Ripetere questi cicli rende il corpo più capace di affrontare le richieste future» chiarisce Antonella Viola. «Nella nostra vita non dobbiamo aspirare a eliminare ogni forma di stress: non ci renderebbe neanche più resilienti».

Un principio che vale anche per il cervello

Un esame, una gara, un colloquio possono farci sudare le mani e accelerare il cuore, ma quella scarica può aiutarci ad affrontare la prova. È la classica curva a campana: con poca attivazione siamo distratti e poco reattivi; quando aumenta, la prestazione migliora; oltre un certo punto, però, l’ansia prende il sopravvento e perdiamo lucidità. «Una certa attivazione è necessaria» conferma Viola. «Rende il cervello più vigile, concentra l’attenzione, mobilita l’energia. Se diventa eccessiva, però, cambia tutto».

Anche le difese immunitarie raccontano una storia meno lineare di “stress uguale male”. Firdaus Dhabhar, neuroimmunologo che ha studiato a lungo il fenomeno a Stanford, ha mostrato che lo stress acuto può redistribuire le cellule immunitarie nel corpo, preparandolo a fronteggiare ferite o infezioni. Quello cronico, al contrario, può alterare la regolazione immunitaria e favorire infiammazione e danno ossidativo.

La parola che abbiamo dimenticato: recupero

«Non esiste uno stress buono prodotto da un sistema diverso» precisa Viola. «I mediatori sono gli stessi: adrenalina, noradrenalina, cortisolo. Quello che cambia è quanto è intensa la risposta, quanto dura, se abbiamo la sensazione di poterla gestire e, soprattutto, se dopo possiamo recuperare».

La vita contemporanea sembra aver prodotto un singolare mismatch evolutivo: abbiamo ridotto gli stress intermittenti, che allenavano il corpo, e moltiplicato quelli cronici, che non gli permettono di tornare a riposo. «La tecnologia non ci ha aiutato» dice Viola. «Con il telefono su cui arrivano mail e notifiche a qualsiasi ora siamo in una condizione di allerta continua».

Come distinguere lo stress buono da quello che ci consuma

Conta ciò che succede, ma anche la sensazione di avere risorse sufficienti per affrontarlo. «Non reagiamo semplicemente a quello che sta accadendo» spiega Viola. «Pesano le esperienze precedenti e la sensazione di avere o no il controllo. Se riusciamo a superare una sfida, il cervello impara che era difficile ma poteva farcela». È uno dei modi attraverso cui si costruisce la resilienza: non evitando ogni salita, ma imparando che alcune salite possiamo percorrerle.

Forse la domanda giusta non è come vivere senza stress, ma quanto siamo ancora capaci di tornare indietro dopo esserci attivati. «Dormire, muoversi, avere relazioni, ritagliarsi tempi in cui non dobbiamo produrre niente, smettere qualche volta di controllare ciò che non possiamo controllare sono la seconda metà della risposta allo stress: quella che abbiamo sacrificato» conclude Antonella Viola.

Perché il corpo sa accelerare benissimo e lo fa da milioni di anni. Il difficile, oggi, è riuscire a frenare. E forse è questo che abbiamo sbagliato nella nostra storia: lo stress non era nato dalla parte del cattivo. Ce l’abbiamo mandato noi, quando gli abbiamo impedito di uscire di scena.