Questa storia inizia raccontando di lei, la mia cara amica Pat, una di quelle che non vedo mai ma “ci sono” sempre, con messaggi speciali e incoraggiamenti a non mollare, soprattutto durante il mio lento e poco programmato passaggio dal giornalismo di moda alla vita in campagna qui nel Giardino Felice. Un giorno venne in redazione in carne ed ossa, zero videocall per una come lei che non ha nemmeno il cellulare, per portarmi un messaggio stampato di Snoopy, la sua mascotte preferita, che diceva più o meno così: «Non importa se ti vogliono sotterrare, ricordati che sei nato seme».
Vorrei dire che fu in quel momento che intuii tutto sulla mia vita futura, sul gesto più potente che una persona possa fare – l’atto del seminare – ma non fu così: Pat dovette impegnarsi ancora a lungo per farmi capire che io ero ormai una contadina in erba, altro che redattrice di moda.

Una passione che mi ha fatto germogliare
Su quella frase però ho riflettuto molto, sul suo significato simbolico ma anche pragmatico: in effetti se sei nato seme, non puoi far altro che germinare (se tutto funziona, eh…). I semi sono uno tra beni più grandi che possiamo stringere tra le mani, e dobbiamo imparare a custodirli: purtroppo ora per oltre il 60% sono controllati dall’oligopolio di tre grandi corporazioni, le stesse che – guarda caso – comandano anche il mercato dei fitofarmaci…

Ritorniamo a conoscerli, scambiarli, conservarli, tramandarli questi semi naturali, per non perdere centinaia di varietà – antiche, locali, meno produttive, meno attrattive ma rustiche e fondamentali per la biodiversità – che di sicuro non piacciono alle multinazionali.

Ad introduzione terminatata – severa, lunga e pesante, ma doverosa per chi come me parla di piante e felicità – adesso arriva la parte bella della faccenda, quella pratica, perché vi racconto come fare. Come fare per creare un piccolo orto, un davanzale fiorito, un angolo verde…partendo dalle sementi recuperate. Lo faccio ora perché, a fine estate, la maggior parte delle botaniche comuni sono pronte per il raccolto: il seme del tramando.
Raccogliere e conservare: ecco come fare

Una volta che si riconosce il seme sulla pianta (sembra una sciocchezza, ma non per tutte le botaniche è evidente individuarlo) siamo a metà dell’opera. Ci sono semi-semi, con la classica forma a goccia (zucca), altri bitorzoluti (bieta) oppure lunghi e dritti come un bastoncino (tagete). Semi dotati di piumino per volare (tarassaco), con un cappottino “di design” che li racchiude (glicine) o al contrario con strati impalpabili e croccanti che sembrano taffetà (monete del papa). Ce ne sono poi che preferiscono stare “nudi”, in bella mostra (girasole) o pronti a scoppiare a maturazione terminata (silene). Semi minuscoli come granelli di polvere (papavero) e altri grossi come un uovo (avocado).

Qualsiasi forma o dimensione abbiano, ricordiamoci solo di raccoglierli al momento giusto, cioè a maturazione avvenuta. Quindi:
- Per i fiori, lasciamo essiccare naturalmente le corolle più belle sulla pianta, e solo allora raccogliamole per “sgranarle”, meglio in una giornata di sole.
- Per i frutti, procediamo in modo analogo, consapevoli che quello scelto sarà spesso troppo maturo per esser mangiato. In campagna si dice “lasciar andare a seme”, cioè farlo maturare al meglio sulla pianta. Solo in questo modo le sementi risulteranno ben formate e avranno un’alta germinabilità.
Preparare i semi per la conservazione

Dopo aver raccolto il bottino del tramando, occorre prepararlo per la conservazione:
- Se sono semi “secchi”, definizione poco tecnica ma che rende l’idea, una volta sgranati sono quasi pronti, basteranno pochi giorni di riposo all’aria ancora tiepida. Così succede per molti fiori annuali come zinnie, tagete, girasole, achillea, ma anche per ortaggi come finocchio, aneto e cipolla.
- Se sono “umidi”, cioè immersi in una sostanza liquida, polposa o gelatinosa, occorre prelevarli e risciacquarli delicatamente con l’aiuto di un colino prima di stenderli ad essiccare su fogli di carta assorbente (anche un quotidiano può andar bene). Penso a pomodori, zucche e zucchine, meloni, cachi…

Arrivati qui, l’operazione “mi faccio i semi” è quasi conclusa: basta conservarli in un luogo fresco e asciutto, rigorosamente al buio, meglio in un sacchetto di carta (quelli del pane sono perfetti) o in bustine di tessuto naturale (una bella idea di riciclo).

Ma quanto durano? Dipende, come sempre. Le varianti più importanti sono il metodo di conservazione (che ora padroneggiate), la specie botanica (su quello, decide Madre Natura), la scelta dei semi migliori (preferite i fiori più belli, le verdure più sane…) ma anche il tipo di coltivazione che hanno avuto: meglio raccogliere semi da piante biologiche, non trattate, oppure da esemplari che arrivano da orti famigliari, naturali.
Per chi volesse approfondire in modo molto più dettagliato, sia a livello pratico che etico, consiglio il libro Produciamo i nostri semi, di Salvatore Ceccarelli, edito da Libreria Editrice Fiorentina: un manuale – non nuovo ma molto attuale – per accrescere la biodiversità e l’autonomia nella coltivazione delle piante (lo trovate qui).
Pillola verde: per i puristi della semina

Lo sapevate che piante della stessa specie si possono ibridare tra loro creando una nuova varietà? Succede non solo grazie alla pazienza e alle mani esperte degli ottenitori, ma anche lasciando fare a Madre Natura, con l’impollinazione incrociata ad opera di insetti pronubi o del vento. In pratica: un’ape si posa prima su un pomodoro cuore di bue, e poi su un ciliegino, lasciando sul secondo il polline del primo.

Così facendo c’è la possibilità che i semi raccolti e riprodotti l’anno successivo presentino caratteristiche diverse dalla “pianta madre”. Quindi, quando si coltiva una determinata varietà e la si vuole tramandare “pura”, senza possibili contaminazioni, sarebbe bene collocarla in un luogo lontano da altre botaniche della stessa specie. Oppure – al contrario, proprio come faccio io qui al Giardino Felice – mettere tutto assieme per avere qualche sorpresa l’anno successivo.
Curiosità: professione ibridatore
Si chiamano così, ibridatori o più raramente ottenitori, le persone che creano nuove botaniche attraverso l’impollinazione – manuale e predefinita – di due varietà differenti per dar vita a semi “incrociati” che, una volta germinati, potranno generare piante con caratteristiche genetiche differenti rispetto ai loro “genitori”. Questa professione, che è tanto affascinante quanto laboriosa, risale agli inizi del 1800, epoca di grande fermento, scoperte e studio botanico.

Il processo di ottenimento, proprio per come viene eseguito, è molto lungo e dal risultato incerto. L’ibridazione serve per creare varietà “migliori” (più belle, più resistenti alle malattie, con frutti più grossi, saporiti…).