I voti? Importano meno di quanto sembri. Il programma? Molti vorrebbero liberarsene. Quello che chiedono i e le docenti è fiducia, rispetto, ascolto e competenze per sapersi muovere in un contesto sempre più complicato.
Eccoci arrivati all’ultimo appuntamento dello Sportello MyEdu, il percorso a tappe di Donna Moderna e MyEdu, la casa editrice specializzata in strumenti e contenuti digitali per la didattica e partner del Ministero dell’Istruzione e del Merito. Dopo avere teso l’orecchio alle preoccupazioni di alunni e alunne e dei genitori, questa volta sono professori e professoresse a parlare attraverso il nostro sondaggio e, in questo inizio di un nuovo anno scolastico, rivelano preoccupazioni e più di qualche difficoltà. Se i nostri figli e le nostre figlie sono spesso ansiosi, se mamme e papà si sentono oppressi dalle richieste della scuola e sono in cerca di una mano tesa, chi è in cattedra sente il bisogno di un’alleanza, una linea comune che aiuti tutti a vivere la scuola con serenità.
Manca la collaborazione tra prof e famiglie
È la collaborazione che più manca, dicono i partecipanti, un campione certamente interessato e sensibile al tema. Il livello attuale di cooperazione è bollato nel 19,2% dei casi come scarso, e nel 69,2 % altalenante, con le famiglie che hanno comportamenti ambivalenti: tendono a delegare alla scuola o si mostrano iperprotettivi. E allora, va trovato un punto di incontro, spiega Monica Bertelli, psicologa e coach, impegnata nell’ambito dell’apprendimento e delle neurodiversità e membro del Comitato Scientifico MyEdu.
«Sia i docenti sia i genitori sono sinceramente interessati al benessere degli studenti e delle studentesse. Entrambi chiedono all’altro di esserci, ma è come se non trovassero il modo per riuscire a comunicare, così finiscono per incontrarsi solo quando qualcosa non funziona. E ci arrivano già carichi, in difesa. Sarebbe invece importante creare spazi di ascolto più frequenti e distesi, in cui conoscersi davvero, parlare anche solo per condividere ciò che di bello accade in classe e osservare lo sguardo che l’altro ha». Nessuna colpa da addossare, ma uno sforzo reciproco.
Molti prof cercano di adattarsi ai bisogni degli studenti
Da parte loro, gli insegnanti e le insegnanti dichiarano di mettercela tutta in classe, ma non sempre con risultati soddisfacenti. Il 73,1% si dice consapevole che la soglia di attenzione di alunne e alunni è oggi più frammentata, e cerca di adattare l’approccio, ma il 27,4% riesce a proporre in classe metodi interattivi solo saltuariamente o raramente. Le cose si complicano con i bambini e le bambine con Disturbi Specifici dell’Apprendimento.
Non sempre il sistema di identificazione precoce di questi disturbi è apprezzato, e il dato non sfugge a Barbara Urdanch, pedagogista e professoressa all’Università di Torino, esperta dei processi dell’apprendimento e formatrice dell’Associazione Italiana Dislessia, nonché membro del Comitato Scientifico MyEdu. «Il 61,6% giudica l’identificazione precoce fondamentale o utile, ed è un bene, ma il 19% parla di medicalizzazione, crede che il fenomeno sia sovrastimato. Quello che vorrei dire loro è di fare un passo in avanti, mettersi da subito in ascolto di chi fa fatica. La scuola deve osservare, per capire come un bambino o una bambina impara, e intervenire da subito con la didattica. La diagnosi, se c’è, arriva dopo: se si osserva prima, prima si interviene e meno si medicalizza. L’etichetta peggiore è quella che un bambino o una bambina si dà da solo, quando nessuno spiega perché fa fatica» dice l’esperta.
Il Piano didattico personalizzato, occasione sprecata
«Anche sul Piano didattico personalizzato, il documento di programmazione per alunni e alunne con bisogni educativi speciali, chiederei un cambio di direzione. Il 42,3% dei docenti lo associa alla burocrazia e solo il 7,7% lo vive come parte naturale del lavoro in classe. Ma il Pdp non nasce come un modulo, è quel luogo in cui scuola, famiglia e alunno o alunna mettono nero su bianco come quel bambino o bambina, ragazzo o ragazza impara, quali sono i suoi punti di forza, di quali strumenti ha bisogno e dove vogliamo accompagnarlo/a.
Se viene percepito come carta da compilare, mancano le condizioni per usarlo per ciò che è». D’altra parte, continua la pedagogista, sono gli stessi docenti a dirci cosa manca per fare questo salto: «Tre su dieci segnalano la mancanza di formazione, strumenti e tempo per progettare. Per questo, assieme all’alleanza scuola famiglia, è necessaria una formazione sui processi di apprendimento: capire come si impara, e come si impara in modi diversi».
Servono competenze che i prof devono crearsi da soli
La necessità di una formazione torna anche nelle parole di Elisabetta Geda, psicologa e psicoterapeuta, area neuropsicologica e docente A/C presso l’Istituto universitario Salesiano di Torino e membro del Comitato Scientifico di MyEdu. «Quando il 30,8% dei docenti risponde che di fronte alla gestione di alunne e alunni con caratteristiche neurocognitive diverse, teme di “andare troppo veloce” , mostra un’altra faccia della stessa medaglia: la mancanza di un approccio più nuovo e aggiornato, che parta da una riflessione a monte.
Qui il punto non è lasciare il singolo indietro, ma progettare da prima le attività guardando alla classe nel suo insieme, con tutti i suoi componenti e le loro specificità. Per riuscirci servono competenze che il singolo o la singola insegnante deve costruire da sé, perché non c’è un’offerta organica di formazione su questi temi».
Tanti prof subiscono una scuola che non si aggiorna
Discorso analogo per l’utilizzo di strumenti didattici nuovi, che i docenti apprezzano, ma difficilmente possono svolgere la loro funzione senza una reale consapevolezza da parte di chi li adotta, dice Geda, la consapevolezza di essere una guida in un luogo dove chi è tra i banchi si sente visto, compreso e stimolato. Il 65,4 % dei docenti per rendere le lezioni accessibili a tutta la classe usa le tecnologie, solo l’11,4% le riserva a chi ha una certificazione.
«Mappe, audiolibri e video offrono più strade per arrivare allo stesso contenuto. Usarli con tutti evita anche che lo strumento compensativo diventi un’etichetta» dice Barbara Urdanch. Aggiunge la psicologa Monica Bertelli: «ll 46,3% di chi ha risposto afferma che si sente abbastanza pronto ad affrontare le sfide e le difficoltà della scuola. Abbastanza però non è sì e dietro quella risposta c’è una solitudine latente che emerge e che contrasta con il desiderio di fare, ma anche a volte con l’impotenza di riuscire, non tanto per via di una classe faticosa, ma di un sistema scuola che non si aggiorna da troppo tempo.
Il benessere dei prof non è una questione privata
Agli insegnanti chiediamo tanto, ma chi si prende cura ha bisogno a sua volta di cura. La loro fatica emotiva è forse la più silenziosa ed è proprio per questo che va ascoltata. Forse bisognerebbe iniziare a considerare il benessere dei docenti non una questione privata ma una condizione della qualità educativa».
Anche i prof possono tornare a scuola per aggiornarsi
Il back to school non riguarda solo alunni e alunne, ma anche i nostri prof. Per questo MyEdu ha messo a disposizione dal 7 ottobre un ciclo di webinar gratuiti dedicati agli insegnanti, preziosi per conoscere le opportunità offerte dai nuovi strumenti tecnologici, essere aggiornati sulle ultime scoperte in ambito neuroscientifico e psicopedagogico, trovare strategie concrete, da utilizzare ogni giorno in classe. Gli incontri sono curati dai membri del Comitato Scientifico di MyEdu – esperti/e del mondo dell’educazione, delle neuroscienze, della pedagogia e dell’apprendimento – e proseguiranno fino a maggio 2027, affrontando temi centrali per la scuola di oggi, dalla progettazione didattica all’inclusione, dai processi di apprendimento all’uso consapevole dell’intelligenza artificiale, fino al benessere emotivo e alla gestione delle difficoltà che possono emergere nel percorso scolastico.
Il calendario completo dei webinar è su https://myedu.it/webinar-myedu-per-i-le-docenti-calendario-a-s-2026-2027/. Per informazioni scrivere a [email protected]
