Non abbiamo fatto in tempo a finire di parlare della Birkin Hermès che il rapper Lazza ha regalato alla madre sul palco di San Siro, durante la data del 9 luglio, che questa borsa (costosissima) è tornata alla ribalta. In meno di 24 ore eccola lì, di nuovo star sulle pagine di tutti i giornali, nel 2025 rilevante come negli Ottanta. A ricordarci che è ancora il sogno di ogni donna (altro che i diamanti di Marilyn), è il ritorno sulle scene del primo modello appartenuto a Jane Birkin, la It girl che l’ha ispirata, un vero oggetto di culto nonché status symbol che per 8,582 milioni compresi i diritti d’asta è stato venduto durante la vendita Fashion Icons di Sotheby’s a Parigi. Ad aggiudicarsela un collezionista giapponese dopo solo dieci minuti di battaglia a suon di offerte.
Perché tutte vogliono la Birkin di Hermès
La cifra è stellare, ma stiamo parlando di una borsa iconica. Imbracciarla è come dire: «Ehi tesoro, guarda che ce l’ho fatta». Un po’ perché il prezzo non è alla portata di tutti (si va dagli 8mila euro in su), un po’ perché il nome di battesimo l’ha trasformata in un oggetto di culto. Non stupisce infatti che la Birkin di Hermès sia anche una delle più amate dal mercato dei falsi.
La storia della Birkin di Hermès

Pensare che questa borsa tanto costosa quanto capiente sia in cima ai desiderata modaioli delle donne di tutto il globo e sia l’accessorio di lusso per eccellenza, oggi ci fa sorridere. Perché i suoi natali sono del tutto singolari. Pensa essere Jane Birkin su un volo Parigi-Londra e dall’alto del tuo cestino in vimini (che del resto però continuiamo a indossare imperterrite) lamentarti del fatto che non esista una borsa abbastanza capiente per contenere tutte le cianfrusaglie di una mamma.
E pensa di lamentarti accanto a Jean-Louis Dumas, imprenditore e storico presidente del gruppo Hermès. Lui di tutta risposta che fa? Ti crea LA borsa, la tote bag, ma di lusso. Quindi, la prossima volta che inforcheremo la nostra di stoffa ricordiamocelo: l’upgrade è sempre dietro l’angolo e Jane Birkin ce l’ha insegnato. E poi, come ha detto Lazza cedendo il costoso dono alla madre a San Siro: «Una promessa è una promessa», anche se per ora a vincerla non siamo state noi.