A Milano lo store è stato aperto nel 2003, ma non tutti sanno che la storia di H&M è iniziata nel 1947, quando Erling Persson aprì il primo negozio in Svezia. Nel 1968, con l’acquisizione di Mauritz Widforss (rivenditore di caccia), è arrivata anche la moda uomo. Insieme ai punti vendita, si sono moltiplicate anche le sfide del colosso fashion. Prima fra tutte quella della sostenibilità. E a desiderare una moda consapevole sono anche i consumatori.

Perché la sostenibilità è una sfida collettiva
Riducendo la questione ai minimi termini, si tratta di realizzare capi di appeal per chi li indosserà con materiali durevoli, pensati per essere a loro volta riciclati e prodotti limitando le emissioni e lo spreco di risorse naturali. Insomma, un bell’intrigo che richiede uno sforzo collettivo (dal design allo smaltimento degli abiti), studio e ricerca continui.
«Quando ho iniziato a lavorare qui, l’economia circolare era un concetto astratto. Nel 2025, invece, abbiamo utilizzato il 91% di materiali riciclati o provenienti da fonti sostenibili e ridotto del 22,8% il consumo di acqua dolce» spiega Cecilia Strömblad Brännsten, Environmental Sustainability Manager and Circular Economy Lead del gruppo, in cui lavora da più di 20 anni.

Certo, la strada è in salita ma qualcosa sta cambiando. Non è un caso se Sellpy, la loro piattaforma dedicata alla vendita di abiti second hand è la maggiore d’Europa: è il segno che i consumatori sono più attenti e consapevoli e che ridurre, riusare e riciclare, i tre pilastri dell’approccio circolare, sono il mantra dello shopping 5.0.