A Milano lo store è stato aperto nel 2003, ma non tutti sanno che la storia di H&M è iniziata nel 1947, quando Erling Persson aprì il primo negozio in Svezia. Nel 1968, con l’acquisizione di Mauritz Widforss (rivenditore di caccia), è arrivata anche la moda uomo. Insieme ai punti vendita, si sono moltiplicate anche le sfide del colosso fashion. Prima fra tutte quella della sostenibilità. E a desiderare una moda consapevole sono anche i consumatori.

L’evento di presentazione dell’Annual Sustainability Report 2025 a Stoccolma lo scorso 26 marzo. Courtesy of H&M

Perché la sostenibilità è una sfida collettiva

Riducendo la questione ai minimi termini, si tratta di realizzare capi di appeal per chi li indosserà con materiali durevoli, pensati per essere a loro volta riciclati e prodotti limitando le emissioni e lo spreco di risorse naturali. Insomma, un bell’intrigo che richiede uno sforzo collettivo (dal design allo smaltimento degli abiti), studio e ricerca continui.

«Quando ho iniziato a lavorare qui, l’economia circolare era un concetto astratto. Nel 2025, invece, abbiamo utilizzato il 91% di materiali riciclati o provenienti da fonti sostenibili e ridotto del 22,8% il consumo di acqua dolce» spiega Cecilia Strömblad Brännsten, Environmental Sustainability Manager and Circular Economy Lead del gruppo, in cui lavora da più di 20 anni.

Ritratto di Cecilia Strömblad Brännsten. Courtesy of H&M

Certo, la strada è in salita ma qualcosa sta cambiando. Non è un caso se Sellpy, la loro piattaforma dedicata alla vendita di abiti second hand è la maggiore d’Europa: è il segno che i consumatori sono più attenti e consapevoli e che ridurre, riusare e riciclare, i tre pilastri dell’approccio circolare, sono il mantra dello shopping 5.0.