Logo sì o logo no? A qualsiasi club tu appartenga, probabilmente almeno una volta nella tua vita hai subito il fascino di un bauletto impreziosito da motivi floreali stilizzati, incrociati con le iniziali LV. Insomma, probabilmente ti sarà capitato di desiderare uno dei modelli iconici della collezione Monogram di Louis Vuitton. Non un semplice sfizio. Infatti, non è un caso che quasi chiunque sarebbe in grado di decifrare il nome che si cela dietro quella “L” e quella “V”, un traguardo non da poco nell’era della logomania. Un successo che il marchio, parte del gruppo LVMH, si prepara a festeggiare, perché nel 2026, la tela Monogram, creata da Georges Vuitton nel 1896, spegne 130 candeline.

Un tributo prima che un logo
Lo dice anche la semiotica (la scienza che studia i segni) che un logo è un segno complesso che attraverso simboli e icone comunica dei significati, dei valori e soprattutto l’identità di un brand. È ormai chiaro anche a noi che una sigla è molto più che un’indice di qualità: è la porta di accesso a un mondo imponderabile in cui la nostra individualità incontra tutto ciò che rappresenta una determinata maison. Nel caso di Louis Vuitton, si tratta di fare proprio un pezzetto di savoir-faire francese, di entrare dentro una storia, cominciata nel 1854, che ha il viaggio e il movimento nel suo Dna.
Ma questo, forse, non poteva saperlo Georges Vuitton quando disegnò la tela Monogram. Per lui era soprattutto un omaggio al padre Louis, per il mondo fu un’idea pionieristica. L’ispirazione veniva dalle decorazioni neogotiche e dal giapponismo e da quel momento il motivo caratteristico con tanto di brevetto, depositato l’11 gennaio 1897, divenne la firma distintiva della maison, nonché la garanzia di autenticità dei loro prodotti, in un’epoca in cui il successo dei bauli Louis Vuitton stava generando numerose imitazioni. E oggi? È l’emblema del lusso per eccellenza, di tradizione e modernità.
La campagna per i 130 anni del Monogram di Louis Vuitton celebra le icone di casa
Dai primi bauli da viaggio alle borse morbide, il Monogram con le iniziali LV «intrecciate in modo da rimanere perfettamente leggibilli» – come ricordò Gaston-Louis Vuitton, figlio di Georges, nel 1965 – di strada ne ha fatta. Del resto, la filosofia della maison è creare prodotti fatti per durare nel tempo ed essere tramandati di generazione in generazione. Un messaggio che trasmette anche la campagna, lanciata lo scorso 1° gennaio, proprio a celebrazione dei 130 anni della tela. Le protagoniste indiscusse sono ovviamente le it-bag di casa. La Speedy, un bauletto nato negli anni ’30 del Novecento, sulla scia della fascinazione per la velocità, il movimento e la libertà. Infatti, non tutti sanno che in origine il suo nome era Express, perché incarnava il desiderio della maison di creare una borsa morbida, leggera e versatile, perfetta per accompagnare ogni momento della vita quotidiana.

Il modello Keepall che, nato negli stessi anni, rivoluzionò il modo di viaggiare. Affatto rigido, capiente e dalla silhouette cilindrica fu la risposta allo spirito di ottimismo degli spostamenti che diventavano sempre più rapidi e spontanei. Apparentemente un secchiello, c’è poi la Noé che vide la luce nel 1932, quando un produttore di Champagne chiese una bag che potesse trasportare cinque bottiglie. Come? Quattro in verticale e una capovolta al centro.

Era il 1992 quando nacque la it bag Louis Vuitton che più di tutte incarna lo chic parigino, Alma. Il nome è un omaggio a un luogo iconico di Parigi: la piazza in cui l’8° arrondissement incontra la Senna. Invece, la sua forma elegante e senza tempo ha il sapore dell’Art Déco. Infine, la Neverfull, la tote bag che dal 2007 è già compagna fedele di moltissime. Come promette il suo nome, infatti, non è mai piena, ha quindi la caratteristica imprescindibile di un’icona di eleganza contemporanea.

130 anni del Monogram di Louis Vuitton: sarà ancora logomania?
A dare nuovo lustro all’iconico Monogram in casa Louis Vuitton arrivano anche tre nuove collezioni che lo reinterpretano attraverso un design moderno e materiali differenti. Il motivo del 1896 è rivisitato dalla Monogram Origine Collection, in cui il tradizionale jacquard è realizzato con una miscela di lino e cotone, in tonalità pastello. La VVN Collection, invece, è una celebrazione del savoir-faire del marchio in fatto di pelletteria. Mentre gli iconici bauli ispirano la Time Trunk Collection con protagoniste le stampe trompe-l’œil che riproducono texture e dettagli metallici delle prime borse da viaggio del marchio.

Quindi, il 2026 inizia all’insegna dei festeggiamenti per Louis Vuitton. E se il 2024 ha visto trionfare il quiet luxury, il lusso silenzioso e non ostentato, nel 2025 è risorta la logomania, la passione sfrenata per i loghi in bella vista. Per qualcuno sono un simbolo elitario e di appartenenza, per altri un indice di cattivo gusto. In qualunque modo li si vogliano interpretare, una cosa è certa: ci sono sigle che non smettono mai di esercitare il loro potere ammaliante, raccontando storie dalle radici lontane.