Anne-Marie Muñoz, direttrice d’atelier, si affaccia allo studio. Yves Saint Laurent le allunga alcuni bozzetti. «Una nuova sfida per l’atelier tailleur?» chiede lei. «Uno smoking da uomo in versione femminile» risponde lui. «Sarà rivoluzionario!» esclama lei. «No, è solo un’evoluzione» replica lui. Ma si sbaglia. Siamo nel 1966. Inizia così il nuovo libro dedicato a Saint Laurent che, no, non è l’ennesima biografia, ma una graphic novel realizzata da Loo Hui Phang, curatrice di mostre, regista, drammaturga, sceneggiatrice, e Benjamin Bachelier, fumettista e illustratore. Yves Saint Laurent. La Rivoluzione in Smoking (Rizzoli Lizard) è una chicca di 176 pagine che, tra segni a matita e schizzi di colore, riflessioni e battute, personaggi e aneddoti, racconta come quello che oggi sembra un piccolo cambiamento nella storia della moda sia stato in realtà un’intuizione geniale che ha contribuito al riscatto socio-culturale delle donne. Le Smoking di Yves Saint Laurent è uno dei capi più politici mai realizzati: ripassarne genesi e portata serve per imparare sempre nuove cose. O ricordarsele sempre meglio.

Saint Laurent e la sua musa
New York, 1967. Yves incontra Betty Catroux, sua musa e sua anima gemella. Si sono conosciuti al Chez Régine, discoteca parigina in Boulevard Montparnasse, e sono diventati inseparabili. Lei è sregolata, anticonformista, androgina, sensuale, occhiali scuri e mèches bionde, smoking e sigaretta. È il suo doppio. Staranno fianco a fianco per tutta la vita. E per tutte le pagine del libro, dove li seguiamo mentre vagano di ristorante in ristorante, vedendosi rifiutare l’ingresso per via di quello smoking indossato da Betty, di quei pantaloni oltraggiosi. A ogni tappa ci regalano curiosità su una creazione che ha stravolto i codici della moda. Le Smoking non è subito un grande successo, ma da subito si rivela eversivo: non è e non sarà mai solo un capo d’abbigliamento.

Smoking, la giacca da fumatori
La “smoking jacket” da cui deriva è un’esclusiva maschile. È una giacca da camera che nel 1860 viene indossata nei fumoir, luoghi per soli uomini: protegge i vestiti dall’odore del tabacco e ha un colletto di satin che fa scivolare via la cenere. Edoardo VII la adora, tanto che chiede ai sarti di Henry Poole & Co. in Savile Row a Londra di modificarla per ottenere una giacca da sera. Risultato: una “dinner jacket” di seta blu che il principe di Galles porta con sé quando viene invitato a casa di James Brown Potter, milionario di New York che frequenta l’esclusivo Tuxedo Club. L’americano se ne innamora e ribattezza quell’abito “tuxedo”. Così, mentre i signori in smoking (o tux) dei primi del ’900 rimodellano il mondo, le donne rimangono nei loro scomodi vestiti, immobilizzate da religione, leggi, morale. Finché un couturier osa traslare il rigore sartoriale dell’abito di lui a lei, cesellandolo con proporzioni femminili e sollevando un polverone.

Un completo proibito
La rivoluzione inizia con la sfilata AI 1966-67. Quando Saint Laurent presenta i suoi primi due smoking in velluto di seta e in lana grain de poudre, è così in anticipo sui tempi che della collezione Haute Couture ne viene venduto un solo esemplare. Le fan di Rive-Gauche, invece, la linea più giovane di prêt-à-porter, decretano il successo di Le Smoking, eleggendolo a classico irrinunciabile, con buona pace di ristoranti e club che respingono le donne in pantaloni. La Côte Basque di Manhattan nega l’accesso perfino alla socialite Nan Kempner, che risolve sfilandosi i pantaloni e restando con la giacca a farle da minidress. Da allora questo capo è indossato da donne che non cercano solo un’alternativa ai fiabeschi abiti da sera ma vogliono comunicare qualcosa di importante. Da Catherine Deneuve (la prima a metterlo) a Bianca Jagger (che lo sfoggia, bianco, per le nozze con Mick) da Betty Catroux (che lo porta solo a pelle) alle donne di oggi.

Non un vestito, ma una dichiarazione
Yves Saint Laurent rovescia il dress code uomo-donna. Sa che gli abiti da uomo sono simbolo di potere e così si comporta come Prometeo quando ruba il fuoco sacro agli dei dell’Olimpo: prende l’abito maschile e lo regala alle donne. «La moda non deve solo renderle più belle, ma anche più sicure, fiduciose. Voglio permettere alle donne di accedere a un universo che fino a questo momento è stato loro proibito: il territorio degli uomini». Nella graphic novel scopriamo, all’ennesimo rifiuto dell’ennesimo ristorante, che il 7 novembre del 1800 la Francia emanò un decreto sul travestitismo: ogni donna che voleva “vestirsi da uomo” doveva ottenere l’autorizzazione dalla prefettura. Poche le deroghe concesse a chi andava in bici, a cavallo o svolgeva particolari lavori. Facciamo così la conoscenza di pioniere straordinarie come Rosa Bonheur, pittrice di animali, Jane Dieulafoy, archeologa, Alexandra David-Néel, escursionista, per le quali la comodità di un paio di pantaloni era imprescindibile. «Ciò che disturba questa gente» dichiara Betty Catroux nel libro «è che le donne accedano ai privilegi maschili, per esempio la comodità, che se ci pensi è la prima forma di ineguaglianza: come si fa a lavorare, correre, viaggiare con un vestito?».
Saint Laurent e la “spalla ’40”
Fra un disegno e l’altro leggiamo tanti aneddoti. Per esempio, sulla forza del nero, il colore più difficile. Per ottenerlo si utilizzava ogni genere di infuso, cortecce, noci. Ecco perché i potenti potevano vestirsi di nero, mentre i poveri indossavano il grigio. Scopriamo la “spalla 1940”: per le sue giacche femminili Saint Laurent si è ispirato alle spalle squadrate e spigolose di Joan Crawford. I costumisti cercavano sempre di nasconderle, ma Adrian Gilbert le enfatizzò: aggiunse le spalline e rese la vita più sottile, creando una silhouette in linea con il forte temperamento della diva. Veniamo a sapere che nel 2019 Betty Catroux donò i suoi favolosi abiti alla Fondazione Bergé-Saint Laurent. Tutti tranne una giacca d’oro che costava come un castello e quello smoking che cambiò per sempre il guardaroba, la mentalità e l’idea di potere e seduzione del genere femminile. Che lezione ci resta? Tra le tante, ci piace questa di Yves: «I pantaloni non sono un simbolo di uguaglianza e di liberazione, ma di civetteria e di fascino. La libertà e l’uguaglianza non si comprano come delle mutande, sono uno stato mentale». Da conquistare, come sempre, creando scompiglio.