Dietro Virgil Abloh, uno dei designer più visionari e influenti del XXI secolo, scomparso nel 2021 a soli 41 anni, c’era una città di provincia, Rockford, Illinois, fatta di centri commerciali, fabbriche di bulloni e divisioni razziali. Qui, negli anni ’80, nasce la concezione radicale di questo ragazzo, figlio di immigrati ghanesi, appassionato di calcio e musica rap, che sfoglia riviste di moda europee e giapponesi ordinate in libreria, che si nutre di sogni. La rivoluzione a cui ha dato inizio ha fatto da spartiacque, da sgretola barriere. Abloh è stato il primo direttore artistico afroamericano del menswear di Louis Vuitton nei 164 anni di storia della maison; ha fatto dialogare come nessuno prima di lui couture e streetwear, hip hop e lusso.

La prima biografia di Virgil Abloh
La sua prima biografia non poteva essere firmata da un autore tra tanti, ma da una giornalista del Washington Post, Robin Givhan, una delle voci più autorevoli sulle questioni politiche e sociali degli Stati Uniti. Con il garbo e la precisione che le sono valsi un Pulitzer nel 2006 (prima e unica fashion editor a vincerne uno), Givhan ci restituisce la persona e il significato profondo del lavoro di Abloh, partendo proprio dall’America delle periferie, dove Virgil ha imparato a vedere l’invisibile, a osservare il mondo della moda con lo sguardo dell’outsider e, proprio per questo, a riscriverne le regole. In Make It Ours. Crashing the Gates of Culture With Virgil Abloh (“Facciamolo nostro. Abbattere le barriere della cultura con Virgil Abloh”), pubblicata da Crown e disponibile, per ora, in inglese (36,82 euro), c’è una frase ripetuta come un mantra: «Tutto quello che faccio è per il me stesso diciassettenne».

Virgil Abloh, l’eterno adolescente curioso
Si torna sempre qui, all’adolescente curioso che Abloh non ha mai smesso di essere, anche da osannato direttore creativo. Perché il suo pubblico non sono mai stati amministratori delegati, redattori di moda o fashion weekers, ma ragazzi come lui, che si fanno domande davanti allo specchio, che mixano felpe e tailleur, sneakers e sogni. Questa prima bio si snoda attraverso il suo lavoro interdisciplinare (che spaziava tra moda, architettura, musica e design) e tante testimonianze.
Parte dalla storia che tutti conosciamo: la collaborazione con Silvia Venturini Fendi nel 2009, quella con il mentore, amico e nemico Kanye West, il lancio della sua etichetta Off-White nel 2013 con cui diventò il capofila dello stile luxury streetwear, la sua abilità nel mixare la cultura di strada al mondo dell’alto di gamma e di reinventare l’arte delle collaborazioni fino ad approdare alla guida creativa della moda maschile di Louis Vuitton nel 2018. Ma Givhan va oltre. Analizza, scava, ci fa comprendere i motivi della portata del lavoro di Virgil, riflettere sul suo fine principale: non solo fare moda ma spalancare porte e unire culture e generazioni distanti anni luce tra loro.

Un creativo multidisciplinare
Abloh non ha mai fatto solo abiti: riscriveva codici, disegnava linguaggi. Non era un couturier, non cuciva sogni di stoffa ma era geniale nel creare conversazioni, nell’inventare simboli. Prima di tutto era un architetto (con laurea in ingegneria civile e in architettura), un DJ, un creativo multidisciplinare che non aveva paura di osare e che, dalla cima dell’Olimpo, ha continuato la sua rivoluzione. Il suo modo di fare lusso? Prendere codici antichi e rigirarli con ironia e intelligenza, portando nei salotti della couture il suo remix della cultura visiva: parole tra virgolette, font industriali, riferimenti al design grafico, alla musica, alla vita reale. Lo faceva con la naturalezza di chi sa che le regole si possono riscrivere solo se le si conosce bene.

La cultura come mondo di tutti
Moda, arte, musica, grafica, Abloh non ha mai scelto un solo linguaggio. Forse è proprio questo il suo lascito più potente: non bisogna per forza scegliere chi essere. Uno dei punti più affascinanti del libro è il modo in cui Givhan racconta l’identità ibrida di Virgil. Lui era streetwear e alta moda, cultura nera e gallerie d’arte, MoMA e Ikea, Nike ed Evian. Non si sentiva costretto a rientrare in una categoria: amava contaminare, creare zone grigie, invitando tutti a fare altrettanto attraverso messaggi forti e chiari. Non parlava dall’alto, parlava da dentro, come uno che era parte del pubblico.
Dimostrava che si può avere a che fare con lo stile senza escludere nessuno, senza usare parole complicate. Rivolgersi ai giovani e agli invisibili, per lui, era un impegno serio verso chi non ha ancora trovato il suo spazio, chi crede che certe porte non si aprano mai. La sua missione non era quella di entrare in un club esclusivo per piazzarsi su un piedistallo: ha smontato la porta, l’ha ridisegnata e l’ha lasciata aperta per chiunque, condividendo strumenti e immaginari. Ha fatto capire a un’intera generazione che si può essere autodidatti, ibridi, imperfetti eppure innovativi, straordinari, unici.

La biografia di Virgil Abloh parla ai giovani
Make It Ours è una promessa: racconta che la cultura è un luogo accessibile, dove la moda non è élite ma esperienza collettiva. Un invito a fare proprio un mondo che per troppo tempo ha parlato solo a pochi. L’eredità di Abloh non si misura in collezioni, ma in possibilità. In ragazze e ragazzi che, dopo di lui, si sono sentiti legittimati a dire la loro. Make It Ours è una opportunità per ricordarci che la moda è molto più di abiti, sfilate, fama, soldi. Può essere uno spazio comune, un ponte, un faro. E Virgil Abloh ci ha lasciato in eredità un’idea rivoluzionaria: il futuro della creatività non sta nel proteggere ciò che esiste, ma nel renderlo accessibile.
Da quando se n’è andato, questo compito spetta a ognuno di noi, che si parli di moda o di altro: continuare a reinventare, includere, osare. Insomma, fare della cultura il mondo di tutti. Una buona ragione per non perdere la prima mostra europea dedicata a Virgil Abloh: dopo la strepitosa esposizione sull’alta moda organizzata dal Louvre, ora dal 30 settembre (era il compleanno dello stilista) al 10 ottobre, al Grand Palais di Parigi aprirà Virgil Abloh: The Codes: 1000 pezzi dal suo ricchissimo archivio personale.