Era solo questione di tempo. Dagli anni ’80, un decennio già scandagliato e rivisitato al cinema e nella moda, prima o poi sarebbero saltati fuori anche loro: i paninari. Alcuni li ricordano perché ne facevano parte, altri perché ne subivano il fascino. Ma sappiamo davvero chi erano? E in che modo torneranno a segnare il nostro guardaroba?

L’ideologia

Per lo storico del costume ed esperto in controculture Matteo Guarnaccia, «i paninari sono l’unica “subcultura” made in Italy. Nascono dopo gli anni di piombo e non a caso rifiutano di identificarsi con un’ideologia politica precisa». Preferiscono sognare l’America del mitico hamburger dei fast food, simbolo pop di modernità che sbarca a Milano nel 1981 con la catena Burghy. Vivono l’epoca dell’edonismo spendaccione privo di sensi di colpa, inaugurando il consumismo sfrenato che caratterizza il decennio.

Lo stile

Lo stile paninaro, che inizialmente riguarda solo i figli della borghesia meneghina, diventa poi un fenomeno di costume in tutte le classi sociali, e i genitori assecondano i figli in questa bizzarra mania dell’acquisto. Sono i paninari i primi ad associare la cura del corpo e il viaggio al “lifestyle”: le mete preferite (perlomeno idealmente) sono oltreoceano, da San Francisco ad Aspen. Ecco spiegato il perché dei coloratissimi piumini da sci e delle giacche da boscaiolo in montone che li hanno resi celebri: quelli che si vedevano addosso alle protagoniste del film Sposerò Simon le Bon del 1986, e che Miu Miu, Saint Laurent e Sacai ripropongono per questo autunno.

Oggi ritornano sulle passerelle


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 Il bomber con il maxi collo firmato Miu Miu (collezione autunno inverno 2017)


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I maglioni con il logo maxi proposti questo inverno da Blumarine (collezione autunno inverno 2017)


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 Il piumino a colori accesi di Sacai (collezione autunno inverno 2017)


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Il maxi montone di Zimmermann (collezione autunno inverno 2017)

I loro marchi preferiti

Con i paninari nasce anche il culto del logo in bella vista, che dopo anni di minimalismo adesso piace di nuovo, a giudicare dalle maglie di Kenzo, Blumarine e Dolce e Gabbana per l’inverno 2017/2018. Il prototipo dei giovani “firmati” esplode nella Milano da bere che lancia la moda pret-à-porter italiana nel mondo. Nel 1986 la canzone Paninaro del gruppo inglese Pet Shop Boys cita Armani, ma sono molti i riferimenti griffati: cinture El Charro, montoni Schott, bomber Avirex, piumini Monclair, zaini Invicta, stivali Timberland e le mitiche cartelle a fiorellini Naj-Oleari che tornano in vetrina. In questi giorni anche un altro capo iconico paninaro, la felpa Best Company, è di nuovo disponibile con le stesse grandi scritte di allora. «I loghi piacciono ancora» dice Raffaella Paganelli, responsabile dello studio di comunicazione Immagine 4 che ha curato il rilancio. «Se ieri erano uno status symbol, oggi sono un modo per condividere valori ed esperienze, come piace ai millennials».