Si intitola Fedeltà (Einaudi) il nuovo, attesissimo e intenso romanzo di Marco Missiroli. Anche se in realtà racconta di sentimenti che vacillano, di rapporti in bilico, di desideri che rimangono sospesi. Di tradimenti. «Che parola sbagliata, tradimento» scrive Missiroli. «Tradimento rispetto a cosa?» si domanda nel raccontare di Carlo e Margherita, lui professore universitario in crisi, lei agente immobiliare in una Milano accogliente. Attraverso le storie dei protagonisti 40enni, dei loro padri e delle loro madri, di ragazzi che li sfiorano, Missiroli affonda la penna nella precarietà dei sentimenti, nell’incapacità di trovare un luogo dove sentirsi a casa, nell’instabilità dei rapporti e del lavoro, nell’ossessione di avere qualcuno: una madre che ascolti, un padre da accudire, un amante che ci brami, un marito o una moglie da cui tornare. Siamo come trottole che cercano un punto dove ancorarsi, sembra dire l’autore. E poi: essere fedeli a qualcuno vuol dire tradire la propria natura? Non so se Missiroli abbia mai sfogliato Così fan tutti (Solferino), il saggio di Esther Perel sul tradimento. Ma si sente la stessa voglia di scavare nell’intimo e di soffermarsi a capire perché ci ostiniamo a essere fedeli a un amore, un principio o un’idea quando invece la vita ci porta su un’altra strada.

Cosa sappiamo dei nativi americani se non quello che ci hanno raccontato i film e le canzoni? Immagini stereotipate, folcloristiche per lo più. «Dalla cima del Canada e dell’Alaska fino in fondo al Sudamerica, gli indiani sono stati rimossi e poi ridotti a un’immagine decorata di piume. Le nostre teste campeggiano su bandiere, maglie e monete» scrive Tommy Orange. Ed è solo il prologo di Non qui, non altrove (Frassinelli) il bellissimo libro d’esordio di questo scrittore membro della Cheyenne and Arrapaho Tribes of Oaklahoma. Un racconto dal di dentro di chi sono i nativi urbani, persone con una grande importante eredità di cui non si rendono spesso conto perché è stata loro rubata, gente che cerca di integrarsi in un mondo che spesso non li vuole e che non sentono loro. Non sono gli indiani delle riserve, sono quelli della periferia di Oakland, che lavorano, studiano, sognano, sperano, cercano un posto in cui stare, non solo fisicamente. E si ubriacano per anestetizzare il dolore. Orange descrive la sua gente, la piaga dell’alcolismo, i giovani che perdono la strada, le madri che abbandonano i figli. Un romanzo fortissimo, a tratti poetico, con una scrittura magnifica che si fa ricordare.





Dopo avere pubblicato D’amore si muore ma io no e la raccolta di poesie Ogni volta che mi baci muore un nazista, Guido Catalano torna con una storia tenera ed esilarante, a tratti “dadaista”: Tu che non sei romantica (Rizzoli) Il protagonista è un poeta professionista (ma esiste davvero la categoria?) che si strugge e si fa domande sulle donne che lo hanno lasciato. IDal punto di vista professionale le cose invece vanno bene. Spera di vincere lo Strega e ha una editor fuori di testa e insonne che lo chiama nel cuore della notte. L’ultima donna, Anna, se n’è appena andata e lui cerca di dimenticarla con Tinder. Situazioni e frasi surreali abbondano e Catalano, poeta e performer, è considerato un cult.