Il podcast 12 minuti con Donna moderna

Puoi ascoltare questo tema su Giornale radio nel podcast del 12 maggio.

L’attesa

È sinonimo di pausa, sospensione. Contrario di disinteresse, indifferenza, noncuranza. Parliamo dell’attesa, che in modo figurato rappresenta la gravidanza, ed è aspettativa, speranza, prospettiva. Un figlio si aspetta per definizione. E non per forza nella pancia.

Le storie di adozione di Enrica e Claudia

Come è successo a Enrica, 54 anni, della provincia di Torino, che non poteva avere bambini. Ma che da circa 10 anni ha adottato Giulia, oggi splendida 16enne, che nel suo sguardo fiero nasconde un passato terribile fatto di botte e mancanza di cibo. «Ci siamo avvicinati all’adozione un po’ per caso» racconta Enrica, mentre sta andando a mangiare una pizza con sua figlia. «Prima, con mio marito, avevamo fatto una richiesta di affidamento che però non è andata a buon fine. Allora abbiamo optato per l’adozione nazionale: ci sono tanti nostri bambini che hanno bisogno» continua, stringendo la mano di Giulia che la guarda e sorride. Ed è proprio così. Ci sono tanti bambini italiani che aspettano una famiglia. Perché, e ce lo racconta Claudia, 57 anni, di Torino, neonata non riconosciuta alla nascita e adottata quando aveva 3 mesi, la prospettiva a volte cambia e succede che sia un bambino ad aspettare di diventare figlio. «Io sono stata fortunata nell’adozione. Certo, accettare di non essere stata riconosciuta da mia madre biologica non è stato facile: da piccola pensavo fosse colpa mia. Poi sono passata alla fase: “È lei a essere cattiva”. Adesso non sono più arrabbiata. Ho avuto una vita felice. So chi sono i miei genitori, quelli che mi hanno atteso, curato, fatto crescere. E verso mia madre biologica provo riconoscenza, rispetto. Per certi versi, amore: sono stati nove mesi di pancia» racconta, commuovendosi.

Quanti sono i bambini italiani che aspettano l’adozione?

Ma le storie di Enrica, Giulia e Claudia, storie di fatica e di coraggio che però hanno avuto un finale positivo, come quello delle favole, negli ultimi anni sono sempre più rare. Perché l’adozione nazionale, così come quella internazionale, è in crisi. A confermarlo sono i numeri. «Nel 2021, secondo i dati del Ministero della Giustizia, gli ultimi disponibili, ci sono stati 866 bambini dichiarati adottabili di cui 173 non riconosciuti alla nascita a fronte di 7.970 aspiranti genitori» spiega Frida Tonizzo, Presidente dell’Anfaa, Associazione Nazionale Famiglie Adottive e Affidatarie che dal 1962 si batte per garantire un futuro ai bambini (www.anfaa.it). Guardando questi numeri verrebbe da pensare: con così tante coppie disponibili all’adozione, tutti i bambini avranno finalmente trovato una famiglia. E invece, purtroppo non è così. E ce lo conferma un altro dato, enorme e disumano: sono circa 300 i bambini che non sono stati adottati e che non si sa dove siano, perché non si è registrato se sono in famiglie affidatarie, in istituto o chissà dove. Un numero tanto crudele quanto approssimativo perché, nonostante la legge lo avesse imposto già nel 2001, la Banca dati nazionale dei minori italiani dichiarati adottabili e non ancora adottati non è mai diventata realtà.

Quali sono gli ostacoli all’adozione nazionale?

Visto che il rapporto tra bambini adottabili e famiglie disponibili è di circa 1 a 10, dove sta il problema, cos’è che non funziona? Proviamo a capirlo insieme.

L’età avanzata dei genitori adottivi

«Il primo ostacolo che rende difficoltoso l’abbinamento bambino-famiglia è l’età: nella metà dei futuri genitori uno dei due coniugi ha più di 45 anni» spiega Frida Tonizzo. E spesso sono coppie senza figli che hanno alle spalle tentativi di fecondazione falliti, delusioni, sfiducia. «E in molti casi, proprio per questo, non sono né adatte né disponibili ad adottare bambini grandi, con un passato faticoso, come oggi è la maggior parte di quelli dichiarati adottabili» continua l’esperta. Cosa che invece ha fatto Enrica. Merito di una forza e di una determinazione invidiabili. «Dopo più di un anno il Tribunale per i minorenni di Torino ci ha chiamato per l’abbinamento. Prima di entrare in aula, abbiamo sentito le urla della psicologa che ci seguiva. Per lei quella proposta non andava bene. Mio marito allora mi disse: “Andiamo via”. Ma io risposi: “Come andiamo via, siamo qui per conoscere nostro figlio”». E così sono rimasti. Ed Enrica aveva ragione. Perché quando, durante il colloquio, è scappato il nome di Giulia e hanno potuto vedere per la prima volta le sue foto – «Erano le più brutte che Giulia potesse avere» scherza la sua mamma – se ne sono subito innamorati.

I tempi di attesa infiniti per i genitori…

«L’altro punto su cui lavorare per facilitare gli abbinamenti sono i tempi di attesa» riprende Frida Tonizzo. Che a oggi si aggirano almeno intorno all’anno e mezzo. Ma che possono anche arrivare fino ai 3 anni. Un tempo infinito, che vuol dire ansia e frustrazione per i futuri genitori adottivi.

… e per i bambini

E che vuol dire spesso ulteriori sofferenze per i bambini.. Come sa bene, Claudia, che da poco ha scritto Una vita in dono (99 edizioni), un libro sulla sua vita: «Sono stata solo tre mesi nell’Istituto provinciale per l’infanzia di Torino ma anche solo quelle poche settimane mi hanno lasciato delle tracce. La mia nuca era completamente pelata, perché stavo sempre distesa, e appena i miei genitori mi hanno portata a casa, ho iniziato a strillare perché avevo fame. Loro hanno provato a darmi il biberon, ma io non ne volevo sapere. Mia mamma si è persino messa un asciugamano in testa per imitare le suore del centro. Ma io urlavo. Alla fine a mio padre è venuta un’intuizione: all’Istituto, con tutti quei bambini, come facevano a prenderli in braccio uno per uno per dargli da mangiare? Mi ha adagiato nella culla, mi ha messo il biberon accanto e io ho iniziato a mangiare. Non sapevo cosa fosse essere presa in braccio, accudita, coccolata. Mi ero abituata alla mancanza». Un racconto forte, che dovrebbe farci capire che ogni anno, ogni mese, ogni giorno in più nelle strutture o nella famiglia “sbagliata”, lascia delle ferite nei bambini, che si rimarginano ma non guariscono. «L’adozione dovrebbe iniziare il prima possibile» spiega Tonizzo di Anfaa. «I Tribunali, i giudici, gli assistenti sociali, la scuola: ognuno dovrebbe fare la sua parte e avere il coraggio, senza pregiudizi, di segnalare le situazioni a rischio in modo che i bambini possano essere dichiarati adottabili più in fretta, quando sono ancora piccoli e quando quelle ferite non sono così profonde».

Gli scarsi aiuti per i genitori adottivi

«La situazione delle adozioni nazionali poi potrebbe migliorare se fossero garantiti i supporti adeguati per le famiglie che adottano, soprattutto per quelle che adottano bambini grandi, dai 10-12 anni in su, con problemi fisici e psichici» conclude Frida Tonizzo. Stiamo parlando di rimborsi spese, che al momento sono molto carenti, e che sicuramente invoglierebbero le famiglie a dare la loro disponibilità ad adottare anche quei bambini. Che, come gli altri, sono in attesa di una casa, di una mamma, di un papà. Di quella speranza che si meritano, di quell’amore puro, incondizionato che in Enrica è chiaro e trasparente, come i suoi occhi quando stringe, felice, la mano di Giulia: «Io e mio marito non avremmo potuto fare di meglio» sussurra dolcemente, prima di salutarci.