Prima la riapertura del caso, poi l’ondata di sdegno che sta travolgendo gli Stati Uniti, partendo dai vip che hanno preso posizione sul “caso Cornell”, l’università dove due anni fa una studentessa di 20 anni ha denunciato di essere stata vittima di uno stupro di gruppo da parte di 7 coetanei. Tutti ragazzi che frequentavano lo stesso prestigioso ateneo della Ivy League americana, ma che di fatto sono rimasti pressoché impuniti. Di fronte alla pressione mediatica, scandita da post che hanno invaso le bacheche social, il procuratore ha riaperto il caso.

A mobilitarsi sono anche le star di Hollywood, da Mariska Hargitay (Law & Order) a Florence Pugh (Lady Macbeth, Piccole Donne, Oppenheimer) arrivando a Toby Morton (ex autore di South Park).

L’ondata di sdegno sul caso Cornell

Quella che si è sollevata è una vera ondata di sdegno la cui eco sta arrivando anche in Italia. La prima a prendere posizione è stata Mariska Hargitay, alias Olivia Benson in Law & Order, paladina delle donne contro le violenze di genere anche con la sua fondazioneJoyful Heart, che ha parlato apertamente di omertà. «Il silenzio non protegge nessuno. A lei diciamo: ti sosteniamo».

Parole rivolte a tutte le vittime di abusi e, in particolare, a Jane Doe, pseudonimo di una studentessa che ha accusato 7 ragazzi di averla violentata e drogata durante una festa, avvenuta il 19 ottobre del 2024, presso una confraternita maschile della Cornell University, nel circuito della Ivy League, l’èlite degli atenei americani.

I fatti: cosa è accaduto

I fatti risalgono, quindi, a due anni fa, ma ci sono voluti 24 mesi perché il caso ottenesse attenzione, arrivata solo dopo la decisione di Doe di citare in giudizio l’università per aver trattato con troppa clemenza i suoi aggressori. All’epoca la giovane, dopo aver bevuto alcuni drink a casa e in un bar, avrebbe raggiunto la confraternita Chi Phi per incontrare un amico.

Il ragazzo, insieme a un amico, le avrebbero offerto altro alcol, per poi costringerla a sniffare una sostanza che, secondo il racconto di Doe, sarebbe stata ketamina. Una volta resa incapace di reagire avrebbero abusato di lei per ore, insieme ad altri 5 ragazzi della confraternita chiamati tramite una chat Snapchat, in cui parlavano di «free pussy».

La denuncia caduta nel vuoto

Al suo risveglio la studentessa, sotto shock, ha denunciato l’accaduto, ma l’università sarebbe intervenuta con azioni blande nei confronti dei 7 giovani, limitandosi a espellere due degli accusati e a sanzionare gli altri con sospensioni temporanee. Le “punizioni” si sarebbero limitate alla scrittura di testi a tema e alla frequentazione di alcuni seminari. Nessuno è stato ascoltato dalla polizia né è stato arrestato.

A lasciare l’ateneo, invece, è stata Jane Doe, che oggi afferma di aver vissuto mesi di angoscia e di non aver più trovato il coraggio di tornare a frequentare la Cornell. Proprio i vertici universitari, ora, sono accusati dalla giovane di essere stati troppo clementi, «proteggendo al contempo i responsabili dal parlare con le forze dell’ordine e mettendo a tacere la vittima», come spiegato dall’avvocato di Doe.

L’università accusata di coprire il caso

Secondo il legale, l’ateneo avrebbe avuto una condotta «talmente oltraggiosa, scioccante, spregevole e riprovevole da superare i limiti della decenza, misurata in base a ciò che un membro medio della comunità tollererebbe, e dimostra un totale disprezzo per le conseguenze che ne sarebbero derivate».

La Cornell, invece, respinge ogni accusa, ma non ha confermato i provvedimenti disciplinari adottati nei confronti dei ragazzi, appellandosi alle norme federali sulla privacy degli studenti. Privacy che è del tutto svanita dal momento che nomi e persino foto dei presunti violentatori sono finite sul web. Ora la mobilitazione social a favore di Doe è diventata tale da essere arrivata a Hollywood.

Le reazioni: da Ocasio Cortez al mondo del cinema

Tra le prime star a prendere posizione c’è stata l’attrice Florence Pugh, che dal proprio account su Instagram ha scritto: «Dopo aver letto della giovane donna violentata da un gruppo di amici e compagni di corso al suo college, mi sento a disagio, nauseata e ansiosa». Anche l’esponente dem Alexandria Ocasio-Cortez è intervenuta dicendo:«Voglio essere chiara: la cultura dello stupro, delle aggressioni sessuali e della pedofilia è tutelata nelle istituzioni d’élite di tutti gli Stati Uniti, inclusa la Cornell University». E ha aggiunto: «Il fatto che lei abbia dovuto rinunciare alla sua istruzione e che quegli uomini siano stati protetti da un’istituzione e abbiano ricevuto una laurea in una prestigiosa università americana come ricompensa non dovrebbe accadere mai più».

L’appello agli uomini

«È proprio in questo momento che abbiamo bisogno che i nostri uomini siano inorriditi e disgustati quanto noi», ha rincarato Pugh, chiamando in causa proprio gli uomini: «Dovete essere voi a guidare le discussioni su come cambiare la tolleranza e la complicità di questo comportamento, tanto quanto noi. Come potete pretendere che crediamo che “non tutti gli uomini sono così” quando in momenti come questo molti di voi rimangono in silenzio?». «Formano uomini a cui viene insegnato, ancora e ancora, che possono fare del male estremo e che non subiranno alcuna conseguenza», ha concluso.

La mobilitazione, anche maschile

A queste parole, però, è seguita la mobilitazione anche maschile. Toby Morton, ex sceneggiatore di South Park, ha aperto una piattaforma web per raccogliere e documentare ogni passaggio della causa. L’attore, cantante e comico statunitense Josh Gad (tra le altre cose, voce di Olaf in Frozen), ha affermato: «Quando stabiliamo il principio che le nostre ragazze possono essere brutalmente violentate e la punizione consiste nel far scrivere dei saggi, come fosse Bart Simpson in punizione, significa che abbiamo perso completamente la testa». Hudson Williams, star della serie Heated Rivalry, si è spinto oltre, pubblicando nelle Storie di Instagram i volti dei sette ragazzi chiamati in causa commentando: «Arrestateli. Che vadano a farsi fo**ere loro e anche la Cornell!».

Non un caso isolato

Ora il caso, noto sui social con l’hashtag #Cornell7, è stato riaperto su decisione del Procuratore della contea di Tompkins. Ma i media americani ricordano che non si tratta dell’unico caso del genere. Secondo un sondaggio del 2025, il 35% delle studentesse e l’8% degli studenti avrebbe subito violenza sessuale durante il periodo trascorso alla Cornell. Evidentemente finora nessuno aveva avuto il coraggio di denunciare.

Quanto accaduto in America, però, non stupisce chi si occupa di violenza contro le donne in Italia. «I dati disponibili in Italia offrono una rappresentazione solo parziale del fenomeno, c’è molto sommerso», spiega Rosalba Taddeini, Direttivo della Rete Nazionale Differenza Donna.

Il mondo sommerso dentro le università

«All’interno del sistema universitario tendono, infatti, a riprodursi le medesime dinamiche culturali e le asimmetrie di potere presenti nella società, spesso condizionate da logiche di riservatezza o dalla tendenza a tutelare il prestigio dell’istituzione – prosegue Taddeini – Quando i collettivi studenteschi autogestiti decidono di rompere il silenzio, come accaduto con il sondaggio alla Sapienza di Roma del 2024 da parte dell’Associazione Sinistra Studentesca, i numeri diventano agghiaccianti: 160 molestie e 20 violenze sessuali emerse in un solo ateneo. Le nostre ricerche nazionali, come il questionario “Gen Z/ Giovani voci per relazioni libere”, confermano un dato sistemico drammatico: oltre il 60% delle ragazze in Italia dichiara di aver subito una qualche forma di violenza o molestia nel corso della vita, e la fascia studentesca universitaria è la più esposta».

Cosa favorisce gli abusi

A pesare sono tre fattori: «Innanzitutto le asimmetrie gerarchiche e di ruolo: nei contesti accademici possono esserci squilibri relazionali legati alle forti gerarchie interne. Poi i limiti dei meccanismi di tutela interna col rischio di risposte parziali in termini di sanzioni o di esporre chi segnala a processi di vittimizzazione secondaria. Infine, gli ostacoli alla segnalazione formale – sottolinea Taddeini – C’è una forte tendenza alla non denuncia, che le statistiche stimano oltre l’87% nell’ambito dello studio e del lavoro». Spesso dietro c’è «il timore di ripercussioni negative sulla propria carriera e la percezione che i sistemi giudiziari e accademici non offrano tutele sufficienti a proteggere il percorso professionale di chi segnala».

Approvato il Codice europeo antiviolenze universitarie

Intanto da questa parte dell’Oceano è stato approvato il Codice europeo di condotta per le università, recepito anche da atenei italiani come Milano-Bicocca, al termine della Seconda Conferenza Paneuropea dedicata all’attuazione della Convenzione di Istanbul nel sistema accademico. Il documento contiene 25 impegni che le università intendono portare avanti per prevenire abusi, formare il personale e gli studenti, ma anche assistere e proteggere eventuali vittime. Non si tratta di nuove normative, ma di tradurre in atti concreti quanto previsto dalla Convenzione di Istanbul, eventualmente mettendo a punto interventi specifici.

Non bastano i codici

Nonostante sia un primo passo, però, potrebbe non bastare: «Come Differenza Donna, crediamo che per fermare questo sistema servano azioni concrete e immediate. Prima di tutto, è necessario che le segnalazioni siano affidate a Centri Antiviolenza gestiti da associazioni, quindi autonomi e indipendenti, gli unici in grado di garantire alle studentesse totale riservatezza e supporto legale, eliminando il conflitto di interessi degli organi interni agli atenei. In secondo luogo, crediamo in percorsi formativi strutturati non solo ai ragazzi e alle ragazze. Infine, i codici etici dovrebbero diventare vincolanti. Il prestigio di un’università non si difende nascondendo la violenza maschile e di genere, ma espellendo chi la commette», conclude Taddeini.