Doc - Nelle tue mani
Il medico Pierdante Piccioni e, a sinistra, Luca Argentero che lo interpreta nella fiction campione d’ascolti Doc - Nelle tue mani, in onda con le nuove puntate dal 15 ottobre ogni giovedì sera su Rai1

Chi è il vero “Doc – Nelle tue mani”

Pierdante Piccioni è il medico a cui è ispirata "Doc - Nelle tue mani", la fiction con Luca Argentero che riparte su Rai1 il 15 ottobre. Qui ripercorre la sua incredibile vicenda: l’incidente d’auto, i 12 anni persi nel buco nero dell’amnesia, la fatica per ricostruirsi la vita, la carriera, la famiglia. E il giorno in cui un vecchio libro gli ha dato una nuova speranza

Svegliarsi a 53 anni e pensare di averne 41. «Credevo d’impazzire» ricorda Pierdante Piccioni. È la mattina del 31 maggio 2013 quando il primario del Pronto soccorso dell’Ospedale Maggiore di Lodi ha un incidente d’auto. Per un colpo di frusta del destino, la sua memoria viene scaraventata all’indietro: dopo alcune ore di coma, si risveglia convinto che sia il 25 ottobre 2001. «Il compleanno di Tommaso, il mio secondogenito. L’ultima cosa che ricordo è di averlo portato a scuola con i pasticcini».

Pierdante Piccioni: la vera storia che ha ispirato Doc – Nelle tue mani

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Meno 12: gli anni persi per sempre nel buco nero dell’amnesia. E Meno dodici (Mondadori) è anche il titolo del libro in cui nel 2016 il dottor Piccioni ha raccontato la sua incredibile vicenda. A quelle pagine è ispirata la serie Doc - Nelle tue mani che, dopo il boom di ascolti in pieno lockdown, torna su Rai1 con Luca Argentero nei panni del protagonista. Mentre quello vero, dalla sua casa nella campagna pavese, se la gongola: «Lo sa che va in onda anche in Spagna e Portogallo?».

Luca Argentero
Luca Argentero e Matilde Gioli in una scena di Doc - Nelle tue mani
Luca Argentero in una scena di Doc - Nelle tue mani
Luca Argentero

Dottore, come sta? «Bene. Ho appena finito il turno in ospedale. Con un infermiere e un assistente sociale, organizzo percorsi di recupero per i pazienti più complicati, gli ultimi li chiamo io: anziani, malati cronici e disabili come me. In fondo sto curando me stesso. Prima queste persone vengono prese in carico, meglio è: per loro, che evitano di stare in ospedale per mesi, e per il servizio sanitario che risparmia».

Com’è andata con la pandemia? «Ho sempre lavorato. Sono un medico Covid che ha perso amici e parenti, alcuni miei collaboratori si sono ammalati. Quando Lodi è diventata zona rossa, ho iniziato a gestire il trasferimento dei pazienti in via di guarigione. L’ospedale ha potuto contare su 2 primari: uno all’ingresso del Pronto soccorso, nel ruolo che era mio prima dell’incidente, e uno all’uscita, me».

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Ma non era tornato al suo posto? «Sì, ho studiato come un pazzo e ce l’ho fatta, anche perché nessuno poteva impedirmelo. Ma dopo 2 anni ho capito che non funzionava. I miei datori di lavoro erano terrorizzati: “Ci sarà da fidarsi?”. E diciamoci la verità: lei si farebbe curare da uno che si è perso 12 anni di aggiornamento? Questo pregiudizio mi seguiva sempre, costringendomi ogni giorno a dimostrare di essere il più bravo. Finché mi sono chiesto: chi me lo fa fare di vivere con questa tensione?».

Che effetto fa svegliarsi di 12 anni più vecchio? «È la realtà che supera la fantasia. Io ero rimasto al 2001: una casa in affitto, i bambini piccoli, i conti per arrivare a fine mese. Una volta dimesso, mi hanno portato in questa dimora così lussuosa che mi sembrava di essere in una rivista di architettura. Mi scervellavo: “Cosa ci fanno i miei soprammobili qui? Se è nostra, come abbiamo fatto a pagarla?”».

Anche i suoi figli Filippo e Tommaso erano diversi. «Diversi? Due perfetti sconosciuti, che oltretutto non mi piacevano. Mi torturavo: “Dove sono i miei bambini?”. Per mesi sono andato all’uscita della scuola, convinto di rivederli. Poco alla volta ho dovuto accettare quei 2 ragazzoni che avevo ribattezzato Gatsby e Mister Muscolo, per le uscite serali e l’ossessione per la palestra. E loro hanno dovuto accettare me per il nuovo uomo che ero».

Com’è il vostro rapporto oggi? «Molto migliorato. Abbiamo ancora qualche difficoltà, ma ci stiamo lavorando. L’altra sera sono venuti a cena degli amici che appartengono al mio buco nero. Si parlava dell’adolescenza dei ragazzi, che per me è persa, e io mi sentivo un tonto. Ma loro hanno imparato a non farmi sentire escluso».

La relazione con sua moglie è da manuale d’amore. «Sul mio rapporto con Assunta, la mia Kunta, non ho mai avuto dubbi: è stata la mia ancora di salvezza. Quando mi sono svegliato, l’ho riconosciuta subito: seppur invecchiata di colpo, era sempre lei. Me ne sono innamorato una seconda volta, e so bene che poteva andare diversamente».

È stato difficile ripartire? «Difficilissimo. Gli altri mi conoscevano, ma io non conoscevo loro: mi sentivo nudo. Ho vissuto la solitudine, la depressione. Mi sono nutrito di rabbia, che però alla fine è quella che mi ha tirato fuori dall’incubo».

In che modo? «Un giorno, mentre mio padre era in ospedale, sono andato a casa sua in cerca di una pistola che lui teneva nascosta. Non l’ho trovata, in compenso mi è capitato tra le mani il romanzo Uomini e topi di John Steinbeck che avevo letto al liceo. A un certo punto, il protagonista “normale” uccide l’amico disabile per risparmiargli di venire straziato dal resto del mondo. «Bell’amico!» scrissi io ai tempi. Quando ho trovato quell’appunto, ho riflettuto: in quel momento io ero entrambi i personaggi, il normale e il disabile. Uccidere me stesso era sbagliato. Da allora, con l’aiuto dei farmaci e della psicoterapia, ho iniziato un percorso per imparare ad accettarmi».

Nella prima puntata di Doc ha fatto un cameo. «Sì, desideravo un’apparizione alla Hitchcock, rapida e silenziosa. Sono arrivato sul set con la testa rasata, perché scivolando in cantina qualche giorno prima mi ero procurato un taglio che ho dovuto farmi suturare. Quando il regista mi ha visto si è illuminato: “Sei perfetto”. E mi ha fatto interpretare il paziente che cede il posto a se stesso, ovvero Luca Argentero. In fondo, la storia della mia vita».

Si sente una persona migliore oggi? «Non lo dico io, ma gli altri. Ho fatto un corso in pazientologia: sono molto più empatico».

Di cosa parla il suo ultimo libro Colpevole di amnesia? «È un medical thriller che spinge a riflettere su temi come la giustizia e la medicina. Si dice che quando uno muore di lui resti solo il ricordo. Ma se di una persona in vita non si ricorda più nessuno, non è come se questa fosse già morta?».

I libri di Pierdante Piccioni

Meno dodici (Mondadori, in alto la copertina), è il libro del 2016 che ha ispirato Doc. Piccioni, i
Meno dodici (Mondadori, in alto la copertina), è il libro del 2016 che ha ispirato Doc. Piccioni, insieme al giornalista Pierangelo Sapegno, racconta la sua storia: l’incidente, il coma, la perdita della memoria, il lungo percorso per ritrovare la propria identità e ricostruirsi la vita.
Colpevole di amnesia (sempre Mondadori) è un medical thriller tra realtà e  fiction, uscito a magg
Colpevole di amnesia (sempre Mondadori) è un medical thriller tra realtà e fiction, uscito a maggio e scritto ancora con Sapegno. Piccioni è il protagonista che, convocato come testimone per un duplice omicidio avvenuto nel pieno del suo vuoto di memoria, scopre di essere in realtà indagato.
Luca Argentero e Cristina Marino genitori di Nina Speranza

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