Michela Marzano filosofa scrittrice
Michela Marzano (Roma, 20 agosto 1970) è filosofa e scrittrice. Insegna Filosofia all’università di Parigi V e ha scritto 19 libri, tra romanzi e saggi. Dal 2013 al 2017 è stata deputato prima col Pd poi con gruppi misti.

Michela Marzano: «Quando ho scoperto che mio nonno era fascista»

Per la filosofa Michela Marzano è stato uno shock e un punto di svolta. Che l’ha spinta ad affrontare con sguardo diverso ossessioni, sensi di colpa e il rapporto con il padre. Ne parla qui e in un nuovo libro partendo da una consapevolezza: «Per capire me stessa dovevo capire la mia storia»

«Tutto è partito da una ossessione: l’ossessione del figlio mancante. Perché quando mio fratello mi ha annunciato che stava per diventare padre, sono entrata in crisi. E allora mi sono detta: “Prendiamo un po’ alla lettera quello che mi ha insegnato la psicoanalisi, cioè che nella nostra esistenza si gioca quello che si è vissuto su 3 generazioni”. Ecco, per capire me stessa dovevo capire papà, e per capire papà dovevo capire i suoi genitori. Così mi sono messa a fare delle ricerche e subito mi sono scontrata con un segreto di famiglia».

Un segreto di famiglia

Il segreto di famiglia Michela Marzano, filosofa e scrittrice, lo racconta nel suo ultimo libro, Stirpe e vergogna (Rizzoli) in cui parla della scoperta del passato del nonno Arturo, fascista convinto della prima ora, e fa i conti con se stessa, con le sue paure e i dubbi. «Perché nessuno le ha mai detto la verità? Era un segreto di cui vergognarsi oppure un pezzo di storia inconsciamente cancellato? Sono stata pure io complice di questa amnesia?» si chiede Michela in questo libro in cui le domande sono tantissime.

In libreriaIn Stirpe e vergogna (Rizzoli), l’ultimo libro di Michela Marzano, sono riuniti un pezz
In libreria
In Stirpe e vergogna (Rizzoli), l’ultimo libro di Michela Marzano, sono riuniti un pezzo di Storia d’Italia - la scoperta del nonno fascista attraverso documenti e ricordi - e la stessa storia dell’autrice. «Considero questo libro» dice «come un punto di arrivo. Ci ho messo anni e ho raccontato storie che non sono le mie: una donna che adotta e poi perde la figlia in L’amore che mi resta, una madre che perde la memoria in Idda. Anche nella storia della mia famiglia ci sono state delle perdite. Ho voluto chiudere con questo per aprirmi al futuro».

«Venendo da una famiglia di sinistra ed essendo sempre stata impegnata in diverse battaglie, per me è stato uno shock: dovevo capire cosa fosse successo, perché, ma soprattutto cosa avesse fatto sì che questo passo importante della storia venisse taciuto. Era un modo di interrogare l’amnesia paterna». Ecco perché poi è partito tutto, spiega Michela, con un insieme di fili che si sono via via intersecati: «Tra il filo del mio presente, quello del mio passato, quello di mio padre e dei miei nonni».

Un’autobiografia sofferta

Michela trova una vecchia teca piena di medaglie e tessere del Ventennio, ricerca documenti, si immagina cosa e come potesse essere la vita dei suoi nonni e di suo padre. Cerca motivazioni, si immerge nella storia. Ma mentre fa questo percorso si immerge anche nella sua esistenza, tornano a galla pensieri e dubbi, riaffiorano quelli che sono sempre stati i suoi nodi cruciali: la maternità mancata, l’anoressia, il difficile rapporto col padre. Non mancano momenti di sincerità assoluta, in cui racconta tutto, anche gli eventi più drammatici, come i litigi tra i genitori e un tentativo di suicidio nel 1997.


«Per anni ho pensato che la mia vergogna fosse il risultato della mia ansia di perfezione e delle aspettative che avevo su di me»


 

Il risultato è una Storia, ma anche un’autobiografia sofferta. Il ritratto di una donna alla ricerca di se stessa. Un lungo percorso di “autoanalisi” per capire perché si sta male, con un senso onnipresente di vergogna e di colpa. «Mi sono resa conto, parlando con tante amiche, che il sentimento di vergogna, il rapporto conflittuale col padre e il senso di colpa sono onnipresenti nella vita delle donne della mia generazione. Ed è una cosa che mi ha sempre accompagnato, fin da quando ero piccola».

Perché? Le chiedo. «Era la sensazione di non essere giusta, di non essere al mio posto, di non occupare lo spazio riservato a me. Un sentimento di mancanza di legittimità che penso ci sia stato anche in parte comunicato da una società fortemente maschile, con una leggitimità al maschile e in cui tante azioni di cui ci sentiamo in colpa in realtà non sono state commesse da noi. È come se ci fossimo fatte carico della storia dei nostri genitori e dei nostri nonni, come se ci fosse bisogno di espiarla».

La vergogna

Michela racconta di quando, bimba di 3 anni, vuole salire sullo scivolo ma si vergogna perché sulla piattaforma ci sono tanti bambini. «La vergogna» scrive, «non ha senso, insisteva mio padre quand’ero piccola e gli dicevo che mi vergognavo. “Quando ci si c Michela trova una vecchia teca piena di medaomporta bene non c’è motivo di provare vergogna. Hai fatto qualcosa di male?”. Ma io mi vergognavo sempre. Quando papà alzava la voce in pubblico. Quando usciva di casa con una macchia sulla giacca. Quando raccontava bugie, anche se non ce n’era alcun bisogno...». E ancora: «Per anni ho pensato che la vergogna fosse una conseguenza della mia ansia di perfezione; e che l’ansia di perfezione fosse, a sua volta, il risultato della paura di non corrispondere alle aspettative che avevo su di me. Oggi mi chiedo se sia questa la sequenza esatta, oppure se, per anni, il mio errore sia stato non capire che il punto di partenza era proprio la vergogna».


«Se ci si vuole lasciare alle spalle un passato brutto io sono convinta che ci sia bisogno di attraversarlo»


 

Sono passati tanti anni dalla vergogna provata da bambina, eppure rivela Michela Marzano, nonostante sia una donna affermata, quella sensazione ogni tanto ce l’ha ancora. «Ogni volta che devo prendere la parola aspetto che me la diano. È difficile che io agisca in maniera “entrante”. Una volta a una conferenza mio marito Jacques mi ha fatto un’osservazione: “Sei stata bravissima quando hai parlato, perché poi sembrava che ti volessi scusare di esistere?”. Che poi è quello che ha creato un legame fortissimo tra noi: è come se lui mi avesse visto con tutte le mie fragilità. Io provo a superarle, però mi resta sempre comunque questa idea: “Ma tocca a me parlare?”, “Posso?”».

La forza della testimonianza

Nel libro ci sono tante figure maschili che costellano l’esistenza di Michela: dal nonno Arturo al padre Ferruccio, «la persona più complicata della mia vita ma anche quella a cui sono stata più legata», dal fratello Arturo al nipotino Jacopo. «Volevo proprio lasciare a Jacopo un patrimonio di memoria con il quale poi lui farà quello che vuole. Trasmettere. E secondo me oggi in Italia siamo pronti a riaprire quel passato. I nostri genitori sono stati una generazione di mezzo: schiacciati da un passato brutto nell’immediato dopoguerra dal quale ci si voleva subito allontanare e un futuro pieno di speranze. Poi ci si è resi conto che questo futuro non è stato poi così roseo e si è cominciato a riflettere e farsi delle domande. Perché io sono convinta che se ci si vuole lasciare alle spalle un passato brutto bisogna attraversarlo».

Michela Marzano ci ha provato rivelando i suoi segreti e le sue paure. «È vero che io racconto tante cose di me perché considero quasi insopportabili le persone che si mettono a fare la lezione agli altri dicendo che dobbiamo tornare sulla nostra storia, rielabolarla e renderci conto che tante cose non vanno e che però poi non fanno mai il primo passo. In questo libro a me piacerebbe che, leggendolo, le lettrici mi seguissero e attraverso l’apertura degli armadi di casa mia aprissero pian piano anche i propri per far uscire gli scheletri».

La forza del libro sta proprio nella testimonianza perché, dice Michela Marzano, è importante parlare, «spiegare qual è il punto di partenza del nostro sguardo sul mondo. Perché questo ci permette di essere noi stesse, libere, autentiche, senza dover sistematicamente mettere delle maschere. Io anche coi miei studenti tante volte parlo di me e mi rendo conto che il rapporto che si crea è di fiducia reciproca».

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