C’è chi, dopo l’orrore dello stupro del branco avvenuto a Palermo, invoca la castrazione chimica, soluzione che torna ciclicamente in auge per raccogliere consensi facili e veloci. C’è chi chiede inasprimento delle pene, e che almeno quelle date, siano certe. Tutti chiedono alle istituzioni un impegno concreto e corale, e all’appello non può mancare la scuola.

In Italia manca l’educazione alla sessualità

Oggi in molti Paesi europei l’educazione alla sessualità e all’affettività è obbligatoria e se ne occupa lo Stato. In Svezia è integrata nei corsi curriculari delle scuole fin dal 1955, in Germania dal 1968, mentre in Francia è diventata legge dal 2001. E in Italia? In Italia l’educazione alla sessualità è da sempre tema di scontro politico, religioso e ideologico. La prima proposta di legge in materia risale al 1975. Da allora se ne sono succedute decine, presentate da parlamentari di diversi orientamenti politici: tutte sfociate in un nulla di fatto. Perché?

Perché in Italia non si fa educazione alla sessualità

Quali sono state le resistenze maggiori? Prova a spiegarcelo Samanta Picciaiola, presidente dell’Associazione Orlando di Bologna, che gestisce il Centro di documentazione, ricerca e iniziativa delle donne nato negli anni Settanta. Sua l’iniziativa della Biblioteca dei Tabu, la Tabooteca, aperta a tutte e tutti: è un servizio di prestito di giochi da tavolo e strumenti educativi a supporto di percorsi formativi ed educativi sulla sessualità in età evolutiva e negli adulti in una prospettiva di long life learning. «La resistenza forse più forte è la convinzione che il primato educativo sugli argomenti più delicati spetti alla famiglia. E poi il timore che discutere di sessualità induca gli studenti a praticarla precocemente. In realtà entrambi gli argomenti sono stati smontati. Per quanto riguarda il ruolo della famiglia, un’indagine del ministero della Salute dimostra che è un contesto in cui difficilmente si affrontano temi come la sessualità, le infezioni sessuali o la contraccezione. E per quanto riguarda l’inizio precoce dei rapporti, uno studio delle Nazioni Unite mostra che i programmi di educazione sessuale ritardano l’età del primo rapporto». 

Più educazione alla sessualità uguale più salute

L’importanza della scuola come agenzia primaria per l’educazione alla sessualità e all’affettività ha a che fare anche con la salute dei bambini e delle bambine. La professoressa Vincenzina Bruni, ginecologa, è tra i fondatori della SIGIA  – Società Italiana Ginecologia dell’Infanzia e dell’Adolescenza (di cui oggi è presidente onorario), nata per porre l’attenzione sulla preadolescenza e i cambiamenti che avvengono già in questa fase, di cui tutti gli adulti devono tener conto. «La scuola è fondamentale nella costruzione di una società più paritaria: occorre introdurre politiche dell’istruzione fin dalla prima infanzia, attente al valore delle differenze e alla rimozione di stereotipi di genere. Stereotipi – prosegue la dottoressa – che già a 10 anni sono strutturati».

Gli stereotipi condizionano la salute e portano alla violenza

Cosa c’entrano gli stereotipi? Non sono solo parole perché in realtà le strutture del pensiero condizionano addirittura la salute e la vita di bambine e bambini da adulti. «Lo dimostra una ricerca dell’OMS: Il mito del maschile come forte, del femminile come debole, il “copriti e non uscire”, “Sta lontana dai maschi”, sono tutti stereotipi che portano le femmine all’abbandono scolastico precoce, a matrimoni e gravidanze precoci, a infezioni sessuali e i maschi a violenza e dipendenze da alcol e sostanze e pure a morte prematura. In un altro rapporto OMS si dice per la prima volta che la mancanza di educazione sessuale espone maggiormente bambine e donne a subire violenze».

Più educazione sessuale uguale più salute per le ragazze

Dall’altro lato, sempre l’Organizzazione Mondiale della Sanità in un rapporto del 2016 – che condensava i risultati di alcuni studi condotti in diversi Paesi europei – sottolinea l’efficacia dell’educazione sessuale nel ridurre gravidanze precoci, aborti e infezioni trasmesse per via sessuale, così come episodi di abusi e di discriminazioni legate all’orientamento sessuale. Emblematico il caso della Finlandia dove il numero di aborti nelle adolescenti è salito negli anni successivi ai tagli del welfare, quando educazione sessuale è diventata facoltativa  nelle scuole. 

Chi deve fare educazione sessuale? Lo decide l’Unesco

Secondo l’UNESCO, l’educazione sessuale spetta al sistema scolastico in sinergia con le autorità sanitarie. E il suo obiettivo finale è costruire una società più paritaria. Tant’è che l’educazione alla parità è basilare nell’agenda Onu 2030, in cui occupa un punto, il 4. dove è vista come strumento basilare anche per combattere le povertà.

Oggi si parla di CSE – comprehensive sexuality education

In un documento del 2018 (versione aggiornata dell’International technical guidance on sexuality education), rivolto alle autorità scolastiche e sanitarie dei paesi membri incaricate di elaborare i programmi di educazione sessuale, l’Unesco parla di CSE (comprehensive sexuality education). In italiano: educazione comprensiva o estensiva alla sessualità. Si supera quindi il concetto di educazione sessuale come prevenzione di gravidanze indesiderate o malattie sessuali per sottolineare invece un approccio olistico e positivo, cioè che tenga conto degli aspetti cognitivi, emotivi, sociali, relazionali e fisici della sessualità.

Come realizzare in concreto la CSE  

L’OMS ha redatto linee guida per l’Europa con precisi standard per l’educazione sessuale dedicati a 53 Paesi. In queste linee guida si sottolinea l’importanza dell’educazione sessuale fin dalla scuola primaria e si spiega come andrebbe fatta la formazione ai docenti e come inserire la materia a scuola. «Le istituzioni dei Paesi occidentali sensibilizzano da tempo la scuola sulla questione dell’identità di genere e sulla discrepanza che si può verificare tra genere e sesso biologico» prosegue Samanta Picciaiola. «Tutto ciò ha a che fare con l’educazione all’affettività e alla sessualità, la cosiddetta CSE raccomandata dall’Unesco, cioè gli aspetti sociali, psicologici o emotivi che fanno parte dell’esperienza sessuoaffettiva dei ragazzi e che bisogna tenere in considerazione nei programmi di educazione sessuale». 

L’educazione sessuale in Italia

Oggi in molti Paesi europei l’educazione alla sessualità e all’affettivtà è già obbligatoria e se ne occupa lo stato. E in italia? in Italia l’educazione alla sessualità è da sempre tema di scontro politico, religioso e ideologico. L’Italia è uno degli ultimi Stati membri nell’Unione europea in cui l’educazione sessuale non è obbligatoria nelle scuole, insieme a Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia e Romania. Negli stessi Paesi, secondo un report dell’Ue, i programmi che, in maniera opzionale, vengono adottati, riguardano solo l’aspetto biologico della sessualità, cioè senza prendere in considerazione la CSE, gli aspetti sociali, psicologici o emotivi che fanno parte dell’esperienza sessuoaffettiva dei ragazzi

In Italia l’educazione alla sessualità dipende dai singoli istituti

In Italia un tentativo di portare la scuola a occuparsi in modo unitario dell’educazione alla sessualità e all’affettività, si è cercato di fare con la buona scuola. Pur non parlando esplicitamente di educazione sessuale, il testo della legge 107 del 2015 voluta dal governo Renzi promuove «l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni». Tuttavia, le linee guida per l’attuazione di questi principi possono essere recepite o meno dai singoli istituti, le cui decisioni dipendono da un lato dalla loro disponibilità economica, e dall’altro dall’orientamento ideologico dei consigli di istituto. Oggi sul sito del ministero della Salute non è presente un vademecum per insegnare la materia, se non quello a livello europeo.

Tutto viene rimesso dunque alle regioni che possono decidere di destinare fondi per istituire percorsi di educazione alla sessualità e all’affettività nelle scuole, tenuti principalmente da figure esterne all’ambito scolastico, come personale medico, infermieristico, ostetriche o biologi. Oppure le associazioni.

L’educazione sessuale oggi passa per Internet

In un contesto in cui l’educazione sessuale è assente, frammentaria, approssimativa e geograficamente disomogenea, la stragrande maggioranza degli adolescenti italiani si informa su internet. Lo dicono i risultati dell’ultima indagine nazionale sulla salute sessuale e riproduttiva degli adolescenti del ministero della Salute, pubblicata nel 2019. Meno della metà si rivolge agli amici, e solo uno su quattro ai familiari. Quasi tutti, però, ritengono che la scuola dovrebbe garantire il diritto all’informazione sulla salute sessuale e riproduttiva: a partire dalle elementari (11 per cento), dalle medie (50 per cento), o dalle superiori (32 per cento).

Questi i ragazzi. E i genitori? Bastino i dati di un sondaggio tecnica della scuola del maggio 2022: “Educazione sessuale sin dalla scuola primaria: favorevole o contrario?”. Il 71,6% dei genitori si è detto contrario, il 24,5% favorevole.

Anche i docenti restano in prevalenza per il no, seppure con una maggioranza meno bulgara. Si dice contrario infatti il 57,6% degli insegnanti contro un 40.2% che si dice favorevole, segno che l’esperto di pedagogia e didattica ha una maggiore consapevolezza circa il modo in cui si effettua questo genere di formazione, e dunque anche una maggiore serenità attorno alle questioni relative alla trattazione dell’argomento.

I primi festival che promuovono l’educazione sessuale

Per fortuna per promuovere l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole, si stanno mobilitando i giovani. A Bologna si ìè tenuto “A nudo”, festival itinerante e intergenerazionale sull’educazione sessuale ed affettiva che si svolge dal 3 al 7 maggio nel capoluogo emiliano: una settimana di divulgazione sull’educazione sessuo-affettiva per combattere la violenza e le disparità di genere. Panel, workshop e interventi di esperti, psicologi, studenti e realtà locali e nazionali coprono diverse tematiche legate all’educazione sessuale e affettiva, all’inclusione e alla diversità (informazioni sulle pagine Facebook e Instagram di Volt Bologna).

Dal 17 al 19 febbraio invece a Roma si è svolto “Saperlo prima”, festival organizzato da Flavia Restivo, Isabella Borrelli e Andrea Giorgini con l’Associazione Selene e con il sostegno della Regione Lazio. Laboratori, panel, spettacoli, talk: una tre giorni dedicata a una visione della sessualità positiva e multidimensionale, che comprenda i suoi aspetti psicologici, relazionali e culturali. Fra gli ospiti, psicologi come Fabrizio Quattrini, docente e volto televisivo; giornaliste e scrittrici come Giulia Blasi; la direttrice della School of Gender Economics all’Università di Roma Unitelma Azzurra Rinaldi.

I progetti dell’associazione BET SHE CAN

Una fondazione molto attiva, attenta alla parità di genere e all’educazione all’affettività e alla sessualità è BET SHE CAN, che già nel suo nome “scommette” sui talenti delle bambine in particolare, nella convinzione che alla base di una società più equa ci sia la vera parità tra i sessi. E così propone percorsi di formazione, veicolati dalle aziende e supportati da partner (come per esempio l’azienda farmaceutica Gedeon Richter) che coinvolgono bambine e bambini dall’età prepuberale in poi, la cosiddetta Età di mezzo. Che è diventata anche un libro illustrato (Carthusia ed.), nato insieme a focus group di bambine e bambini e ponto a essere consultato nelle scuole.