«Non voglio farmi eroe oggi; chiedo solo una cosa: siate la mia voce. Sono una ragazza innocente, una giovane con tante speranze e sogni… Ricordate il mio nome; potrei non poter parlare mai più».
Con queste parole diffuse attraverso una registrazione audio dal carcere di Vakilabad a Mashhad, in Iran, Najmeh Amini ha rotto un silenzio durato mesi. Dalla sua cella, la ventitreenne studentessa di contabilità ha inviato un drammatico appello alle Nazioni Unite e alla comunità internazionale prima che il cappio segni la fine della sua vita, conservando una sola speranza: poter vedere, prima della morte, un Iran prospero e libero.
La storia di Najmeh Amini
Le parole di Najmeh rappresentano l’ultimo, doloroso capitolo di una repressione che non si ferma. Arrestata il 31 gennaio 2026 presso il Bazar Ferdowsi di Mashhad durante le proteste popolari, Najmeh è stata trattenuta per otto mesi in un limbo giudiziario, subendo periodi di isolamento e la totale privazione del diritto a un legale di fiducia. Il 16 settembre 2026, la Sezione 6 del Tribunale Criminale della provincia di Khorasan Razavi, presieduta dal giudice Asian, l’ha condannata alla pena di morte. L’imputazione: Sabb al-Nabi (insulto al Profeta) a causa di un messaggio pubblicato sui social media.
Il tentativo della difesa di Najmeh Amini
A questa condanna si affianca una pena a 12 anni, 6 mesi e un giorno di reclusione per presunti reati contro la sicurezza nazionale e propaganda contro il regime. Nel corso del processo, la corte ha rigettato le tesi difensive basate sull’Articolo 263 del Codice Penale Islamico, respingendo la spiegazione secondo cui i testi erano stati pubblicati in stato di alterazione per l’assunzione accidentale di funghi allucinogeni e costituivano un mero lapsus linguistico (sabgh lesan).
Il filo rosso degli Amini: lo stesso cognome, la stessa battaglia
Il grido di Najmeh si lega in modo indissolubile alla memoria di Mahsa Amini, la ventiduenne la cui morte in custodia nel settembre 2022, dopo l’arresto da parte della polizia morale per il velo, diede vita al movimento “Donna, Vita, Libertà”. Tra Mahsa e Najmeh non vi è soltanto la coincidenza di un cognome, ma una profonda continuità ideale.
Dalla piazza al digitale
Se Mahsa Amini e icone della protesta come Hadith Najafi (protagonista nel 2022 di un video in cui, dopo l’uccisione di Mahsa Amini, si legava i capelli senza velo e per questo presumibilmente uccisa dal regime) sono diventate il simbolo della lotta contro il controllo coercitivo sui corpi delle donne e l’obbligo del velo nelle strade, Najmeh Amini incarna la resistenza della parola, della libertà d’espressione e del pensiero critico di fronte alla sorveglianza digitale dello Stato. Entrambe le vicende mostrano come il potere di Teheran risponda alle legittime aspirazioni di una generazione di giovani con la violenza sistematica, l’incarcerazione arbitraria e le punizioni esemplari .
Un contesto di repressione sistematica e l’allarme internazionale
La vicenda di Najmeh si colloca all’interno di una più ampia escalation repressiva con cui le autorità cercano di soffocare le proteste di massa esplose nel Paese, durante le quali le forze di sicurezza hanno compiuto oltre 50.000 arresti e provocato migliaia di vittime. Organizzazioni internazionali come Iran Human Rights (IHRNGO) e Humanists UK denunciano l’uso della pena capitale come strumento per instillare il terrore nella popolazione, sottolineando che nel solo ultimo anno sono state eseguite oltre 600 condanne a morte.
La pena di morte in Iran come strumento repressivo
Come evidenziato dal direttore di IHRNGO, Mahmood Amiry-Moghaddam, condannare a morte una giovane studentessa per post pubblicati online rappresenta un tentativo di “testare la tolleranza” della comunità internazionale ed espandere l’uso della pena capitale contro la pacifica manifestazione del pensiero. Mentre il verdetto contro Najmeh resta soggetto a un possibile ricorso dinanzi alla Corte Suprema iraniana , gli organismi delle Nazioni Unite e le ONG internazionali sono sollecitati a intervenire d’urgenza. I
Il messaggio di Najmeh Amini dal carcere di Vakilabad non è soltanto la richiesta di salvezza di una ragazza ventitreenne, ma la voce di un’intera generazione che continua a chiedere dignità, giustizia e libertà.