«Mi chiamo Eli, ho 33 anni e da due mi sono trasferita dall’Iran in Italia. Sto lavorando intensamente per migliorare il mio italiano. Quest’estate ho deciso di scegliere una rivista da leggere regolarmente e, dopo averne sfogliate molte, ho scelto Donna Moderna. La mia pagina preferita è proprio la prima, quella che si apre con il suo articolo: è diventata per me un appuntamento fisso. Le scrivo perché sono una donna, una donna iraniana e, se conosce anche solo un po’ la realtà del mio Paese, può immaginare il percorso difficile che ho affrontato. Due anni fa, dopo trent’anni, ho lasciato tutto per ricominciare da zero qui in Italia». Iniziava così la mail che ho ricevuto il 23 ottobre dello scorso anno, alle 11 di sera, mentre scrollavo pigramente il telefonino, accoccolata sul divano, troppo stanca per seguire un film e troppo tiratardi per risolvermi ad andare a letto. Quelle poche righe mi hanno risvegliato, letteralmente.
Provo da sempre una grande empatia per il popolo iraniano. Soprattutto per le donne, che un regime oscurantista ha privato di colpo di ogni libertà. Fino al 1979, anno della Rivoluzione guidata dall’Ayatollah Khomeini che ha rovesciato la monarchia dello Scià e il suo processo di modernizzazione, le ragazze uscivano, si divertivano, vestivano all’occidentale. Tutto è cambiato con l’affermarsi della Repubblica teocratica e l’introduzione di una rigida interpretazione della Sharia, la legge islamica, che ha reso il velo obbligatorio e imposto una serie di restrizioni. Le donne sono state escluse dai tornei sportivi e da facoltà come Giurisprudenza, per diversi anni è stato impedito loro di usare cosmetici, cantare, ballare, viaggiare all’estero e persino sorridere per strada. Col tempo alcuni divieti si sono ammorbiditi, ma è rimasto ferreo l’obbligo di coprire i capelli con l’hijab, per non risvegliare gli “istinti peccaminosi” degli uomini.
La libertà di scegliere il proprio destino
Nel settembre del 2022, Mahsa Amini, una ragazza del Kurdistan iraniano in visita a Teheran, è stata fermata in strada dalla polizia morale e portata in carcere perché indossava il velo “in modo improprio”. È stata picchiata fino a perdere i sensi. È entrata in coma. Dopo qualche giorno è morta. Altre ragazze, dopo di lei, si sono tolte pubblicamente l’hijab, esponendosi al rischio, immolandosi alla causa della libertà. Perché non fosse vano il suo sacrificio, perché la sua fine assurda diventasse il punto di non ritorno, l’inizio dell’insurrezione. Nel giro di pochi giorni un senso di indignazione e vicinanza si è propagato a livello globale e ha dato il via a una serie di manifestazioni al grido di “Donna Vita Libertà”. La protesta che oggi sta infiammando le strade, per la miseria, l’inflazione alle stelle, la violazione dei diritti, la perdita di ogni umana dignità, parte da lì. Dal coraggioso sollevare la testa delle donne iraniane. Dall’impudenza con cui hanno sfidato il regime, rischiando la vita.
Fuggire dall’Iran per la libertà
A mezzanotte e venti ho risposto a Eli. L’ho ringraziata per la mail e le ho proposto di incontrarci. È successo a novembre, approfittando di un evento nella città in cui abita. E poi, di nuovo, dieci giorni fa, mentre a Teheran e in tutto il Paese la gente, incoraggiata dal figlio dell’ultimo Scià di Persia Reza Pahlavi, in esilio oltreoceano, invadeva le strade invocando la rivoluzione. Si dice che migliaia di persone hanno perso la vita in seguito alla repressione sanguinaria e senza pietà ordinata dalla Guida Suprema Ali Khamenei. Molte hanno meno di 30 anni. Ma le notizie sono poche e incerte a causa del blackout di Internet e di ogni forma di comunicazione. Eli, con il marito e altri connazionali costretti a scappare dalla loro terra per tornare a “respirare”, lasciando affetti, case, lavori avviati, progetti, radici, vivono col fiato sospeso. Non sanno come stanno i loro cari, se sono ancora vivi, se li rivedranno. Le loro esistenze si sono come fermate. Perché hanno capito che la posta in gioco è alta e che davvero si muore per niente.
Voci che in Iran non tacciono
Anche chi fino a ora è stato zitto è sceso in strada. Perché se si è in tanti, se si è tutti, il regime, dopo 47 anni di abusi e di oppressione, davvero, forse, può cadere. Ci spera Eli, mentre mi racconta della sua angoscia davanti a un caffè e mi dice di aiutarla. «Ti devo parlare di una questione» mi ha scritto su WhatsApp quando ci siamo date appuntamento. La questione è il suo cuore che soffre, la sua patria lontana, la speranza di vederla presto libera. La bella Persia di Ciro il grande e dei poeti. Le ho chiesto di scrivere la sua storia. Di dare voce al suo popolo. Condividetela. E alzate il più possibile il volume.