Sono ormai diversi anni che vivo lontana dall’Iran, ma l’Iran non si è mai allontanato da me. La mia famiglia è lì, i miei amici sono lì, insieme a tutti i ricordi della mia infanzia e della mia giovinezza. Persone care con cui vivo ogni giorno attraverso la loro voce, e l’unico modo che ho per sentirmi vicina a loro è guardarne il volto attraverso lo schermo di un telefono. Mentre scrivo, è il quarto giorno in cui la Repubblica Islamica ha preso in ostaggio 85 milioni di iraniani, tagliando Internet e ogni linea di comunicazione.
Chi è fuori dall’Iran non ha notizie
Da 4 giorni vivo in un silenzio assoluto, con gli occhi fissi sul cellulare, aspettando ogni secondo una notizia, un segno, qualcosa che mi dica che i miei cari sono vivi. In queste notti ho pensato a tutti i migranti che hanno un familiare in ospedale e non possono nemmeno chiedere come stia. Un mio amico ha un nonno molto anziano che stava male già il giorno prima del blackout. Ora è completamente all’oscuro, tormentato dal pensiero che possa essere morto senza che lui lo sappia. In questi 4 giorni il tempo sembra essersi fermato.
Noi, fuori dall’Iran, restiamo sospesi con lo smartphone in mano, tra notizie frammentarie e voci incontrollate. Non sappiamo chi sia stato arrestato, chi sia ferito, chi non tornerà più. Questo non è solo un blackout: è la rottura dei legami tra le persone e i loro affetti. Una forma di sequestro collettivo: 85 milioni di persone isolate dal mondo e persino tra di loro.
Costretti a lasciare l’Iran
Io e tanti altri amici siamo stati dispersi all’estero. La nostra non è stata un’emigrazione volontaria: siamo stati costretti ad andarcene, a lasciare la nostra terra. Ricordo che anni fa un conduttore televisivo vicino al regime disse: «Chi ha un problema faccia le valigie e se ne vada dal Paese». Come se la patria fosse un’eredità privata. Ma la patria non è un albergo: non si cambia solo perché una stanza non ci piace.
Non è una semplice protesta: ascoltate la vera voce dell’Iran
Ciò che sta accadendo oggi in Iran non è una semplice protesta. Le persone sono allo stremo: 47 anni di dittatura assoluta hanno portato il Paese a un punto in cui persino un pasto viene comprato a rate. La gente soffre la fame. Se non scende in strada, muore di miseria, di aria inquinata, di insicurezza, o per mano di uno Stato che risponde alle richieste di giustizia con i proiettili.
So che sparano sui manifestanti. So che le persone vengono uccise solo per aver protestato. So che le forze di sicurezza fanno irruzione negli ospedali, arrestano i feriti e minacciano il personale medico. L’ospedale, che dovrebbe essere il luogo più sicuro, è diventato uno spazio di repressione. La cosa più dolorosa è sapere che anche bambini e adolescenti vengono arrestati. Ragazzi che non hanno armi né libertà di parola, hanno solo la loro voce. Imprigionarli, estorcere confessioni, terrorizzare le famiglie significa che non esiste più alcuna linea rossa. Questo non è solo una violazione della legge: è una violazione dell’umanità.
47 anni di repressione e violenza
La domanda più grande che mi pongo oggi è questa: quale ruolo hanno davvero le organizzazioni per i diritti umani nel mondo? Non dovrebbero intervenire di fronte all’ingiustizia? Si dice che la Repubblica Islamica difenda i palestinesi innocenti, ma io credo che un governo che uccide il proprio popolo non possa difendere nessun altro. Queste non sono parole di oggi o di ieri. Sono il risultato di 47 anni di repressione, violenza e saccheggio. Hanno portato via le ricchezze del Paese, distrutto il futuro di intere generazioni, giustiziato migliaia di giovani solo per aver parlato, per aver chiesto i diritti fondamentali della vita.
Costreetta ad abbandore l’Iran: ecco perché
In Iran ho studiato, ho lavorato per 10 anni e ho costruito una carriera. Eppure sono stata costretta ad abbandonare tutto: il lavoro, la mia famiglia, la mia vita. Perché? Perché non c’era aria per respirare. Perché la libertà di scegliere come vestirsi non esisteva ed era imposta in nome della religione. Perché se il velo scivolava in strada la mia auto veniva sequestrata. Perché per qualche ciocca di capelli si viene uccisi. Perché l’inflazione è così alta che, per quanto tu lavori, non puoi andare avanti. Perché i diritti umani vengono calpestati a tal punto che solo chi ha vissuto sotto la Repubblica Islamica può capirne davvero la profondità.
Il popolo iraniano è coraggioso e unito
Eppure, nonostante tutta questa oscurità, una cosa la dico con certezza: noi, il popolo iraniano, siamo coraggiosi. Nonostante tutte le ferite, credo nel futuro dell’Iran. In una generazione più consapevole, più unita e più determinata che mai. In persone che non hanno più nulla da perdere, se non le catene che per anni sono state legate ai loro piedi.
Veniamo da una civiltà e da una cultura di 2.500 anni. Da una terra la cui storia non è fatta solo di guerre e potere, ma anche di pensiero, poesia e umanità. Veniamo dal grande poema Sha-h-Na-meh, dai versi di Hafez e di Sa’di. Noi iraniani veniamo dallo stare insieme. Curdi, luri, turchi, persiani, beluci: lingue e tradizioni differenti, un dolore comune.
L’Iran è sempre stato questo: persone diverse che insieme formano una Nazione. Oggi, nelle strade, vedo di nuovo questa unità. Senza paura, senza etichette, con un solo desiderio condiviso: pace e libertà.
L’Iran non è la Repubblica Islamica: ascoltate la vera voce dell’Iran
Noi iraniani non siamo la Repubblica Islamica. Questo governo non ci rappresenta. L’Iran reale è fatto di persone calorose, ospitali, vive. Un Paese di una bellezza straordinaria, che sarebbe un peccato non conoscere. Chiedo al mondo di ascoltare la nostra voce. Di guardarci. Di conoscere il vero Iran, oltre i titoli dei giornali e la repressione. Noi, il popolo iraniano, riprenderemo il nostro Paese, lo ricostruiremo e un giorno accoglieremo il mondo con pace e amicizia nella nostra terra. Siamo ancora in piedi. Speranzosi. E vivi.