È sposata? Intende avere figli?

La direttrice di Donna Moderna parla della proposta del ministro del Lavoro Andrea Orlando di denunciare chi in un colloquio di lavoro fa queste domande a una donna. Un'idea molto teorica che non va al cuore del problema 

C'è una proposta, fatta dal ministro del Lavoro Andrea Orlando durante un webinar sul rilancio dell’occupazione femminile, che ha conquistato i titoli dei giornali: la creazione di una piattaforma anonima dove le donne possano denunciare chi, durante un colloquio di lavoro, fa domande relative alla vita personale. «È sposata? Ha intenzione di farlo? Ha figli? Intende allargare la famiglia?». E via così, con tutto il set di frasi che probabilmente a molte di noi è successo di sentirsi rivolgere almeno una volta nella vita. Sorvolo sul fatto che l’anonimato garantisce chi denuncia dal rischio di essere additato come un delatore ma non protegge il denunciato da false accuse, magari ritorsioni o vendette. E sorvolo anche sul fatto che un sistema giudiziario ingolfato come il nostro riesca davvero a verificare denunce anonime di questo tipo. Probabilmente questa piattaforma non vedrà mai la luce e avremo parlato di nulla. Ma c’è uno snodo del ragionamento che mi fa riflettere. Chi studia progettazione sa che per trovare la soluzione giusta occorre formulare in modo corretto il problema. Quando il ministro Orlando ha spiegato meglio la sua proposta, ai microfoni di Radio 24, ha anche formulato il problema a cui stava dando soluzione: il Codice per le pari opportunità non viene applicato «perché le donne hanno paura di denunciare per le ritorsioni sul posto di lavoro». Se il problema è questo, la soluzione è indubbiamente corretta, anche se di difficile realizzazione e di dubbia efficacia. Forse, però, sarebbe il caso di riformulare il problema. Se le donne vengono discriminate al momento dell’assunzione, non è perché i recruiter pensano di farla franca e di non venir puniti. Ma perché cercano una tipologia di professionisti funzionale a una cultura del lavoro che premia chi garantisce una disponibilità incondizionata di tempo e di energie. Perché ancora oggi le aziende incentivano indirettamente un modello familiare per cui uno dei due è sempre reperibile per il lavoro e l’altro per i figli e le faccende domestiche. Perché, se si potesse, e lo smart working lo ha reso possibile, il dipendente ideale è colui che non stacca mai. Mi rendo conto che è molto più facile agire sul meccanismo di denuncia che sulla cultura del lavoro. Ma non dovrebbe essere proprio questo il compito della politica: risolvere problemi difficili, guardare lontano, cercare soluzioni durature? E se state pensando che la cultura del lavoro è qualcosa che esula dai poteri dello Stato, vi ricordo che lo Stato è il primo datore di lavoro italiano. L’azienda con più dipendenti. E avrebbe tutti i titoli per far partire una rivoluzione di questo tipo. L’effetto non sarebbe solo l’aumento della presenza femminile nei luoghi di lavoro, ma anche la crescita del benessere generale di tutti i dipendenti. E quindi della produttività.

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