Aids: oggi una vita quasi normale, domani la guarigione

29 11 2019 di Flora Casalinuovo
<p><span>Foto di Dario Lalli - Laboratori Ricerca Bambino Gesù</span></p>

Foto di Dario Lalli - Laboratori Ricerca Bambino Gesù

Con i farmaci long acting, come li chiamano i ricercatori, chi è già stato infettato tiene sotto controllo l’Hiv con una sola iniezione ogni due mesi. E intanto la ricerca punta sulle cellule geneticamente modificate per eliminare definitivamente il virus

Da una sentenza di morte a una vita normale. O quasi. Se dovessimo raccontare in poche parole quasi 40 anni di lotta all’Hiv, potremmo sintetizzarla così. Molto è cambiato dalla metà degli anni Novanta, con l’arrivo dei farmaci antiretrovirali, quelli che riescono a bloccare il virus abbattendo il suo meccanismo di azione: in pratica gli impediscono di replicarsi. All’inizio si trattava di un cocktail con decine di farmaci, che gravava su una quotidianità già difficile. Oggi una sola pastiglia al giorno basta per regalare, appunto, un’esistenza quasi normale. Ed è proprio su questo “quasi” che si giocano il presente e il futuro della ricerca.

Una terapia di successo

Come ogni anno, in occasione della Giornata mondiale contro l’Aids del 1° dicembre, si traccia un bilancio. «La situazione italiana è stabile» nota la professoressa Antonella Castagna, infettivologa dell’Irccs Ospedale San Raffaele e docente di Malattie infettive all’università Vita-Salute del San Raffaele. «Più di 100.000 pazienti sono in cura con antiretrovirali, terapia che ha successo in oltre il 90% dei casi. Ma ogni anno si registrano nuove infezioni, soprattutto tra i giovani omosessuali perché la gente ha abbassato la guardia e si protegge meno». Sul fronte dei farmaci, diverse aziende stanno lavorando a quelli “long acting”, a lunga azione. «Invece di una pastiglia al giorno, si fa un’iniezione intramuscolare ogni due mesi» spiega la professoressa Castagna. «Si tratta dell’associazione di due farmaci (cabotegravir e rilpivirina) efficaci e ben tollerati, che rimangono in circolo per lungo tempo e liberano il paziente dalla schiavitù psicologica della cura quotidiana. Il San Raffaele, poi, è l’unico centro al mondo che sta proponendo ad alcuni pazienti con opzioni terapeutiche molto limitate un nuovo anticorpo monoclonale che impedisce l’ingresso del virus nella cellula e che si somministra per iniezione endovenosa ogni 14 giorni».

La pillola che nessuno conosce

Ma la ricerca lavora sempre a doppio filo con la realtà. E se l’attualità ci consegna la fotografia di giovani che ignorano il preservativo, la scienza risponde con una possibilità già disponibile ma davvero poco conosciuta, ovvero la profilassi pre-esposizione (PrEP), una pastiglia che ha un meccanismo simile a quello degli antiretrovirali e che può aiutare a evitare il contagio. Dove si è diffusa effettivamente le infezioni sono diminuiti. «In Italia il trattamento è a carico dell’individuo e costa circa 60 euro al mese» spiega l’esperta. «Noi poi lo monitoriamo gratuitamente, ma la spesa purtroppo rimane sua». Un ostacolo da superare visto che, secondo l’ultimo rapporto della rivista scientifica Eurosurveillance, in Europa e Asia solo 14 Paesi su 53 rimborsano la PrEP, mentre in 10 il rimborso è parziale. La conseguenza? 500.000 persone dichiarano di non usarla perché “economicamente insostenibile”.

Il vaccino sperimentato sui bambini

L’accesso ai farmaci rimane dunque l’altro grande nodo quando parliamo di Hiv. E le vittime sono spesso i più piccoli: circa un terzo dei bambini, soprattutto nei Paesi poveri, non arriva a usarli. «Se la futura mamma inizia subito gli antiretrovirali il rischio di contagiare il bebé è molto basso, ma oggi aumentano le donne che non sanno di essere malate o che, comunque, non riescono a curarsi» dice il professor Paolo Palma, responsabile dell’Unità di ricerca infezioni congenite prenatali dell’Ospedale Bambino Gesù. «A marzo iniziamo la sperimentazione finale del vaccino terapeutico su un gruppo di bimbi italiani, africani e thailandesi: durerà 80 settimane e alla fine avremo risposte sulla sua efficacia». La parola vaccino però non deve portare fuori strada. È un’arma in più per i bimbi che sono già stati contagiati. «Porta l’organismo a produrre una proteina del virus Hiv e a risvegliare il sistema immunitario per combatterlo» spiega l’esperto.

La speranza di un futuro senza Hiv

Per i ricercatori di tutto il mondo però l’obiettivo finale, quello dichiarato anche dall’Onu, resta la “eradicazione”, l’eliminazione definitiva del virus. E il futuro è quello delle nuove cure e del vaccino di cui si parla da anni. «Per le prime, la strada è tracciata ed è la possibilità di produrre anticorpi che neutralizzino l’Hiv e di impiegare le CAR-T cells (le cellule geneticamente modificate) che hanno già ottenuto importanti risultati in campo oncologico. Lo scopo è debellare il virus» precisa la professoressa Castagna. E forse su questo i risultati non sono così lontani. L’autorevole rivista Science Translational Medicine ha pubblicato l’esperimento di un gruppo di scienziati americani: in uno studio sugli animali, ricorrendo alla CAR-T hanno eliminato il virus nel 97% dei casi.

Nelle foto l’Ospedale Bambino Gesù dove si lavora al vaccino terapeutico. La struttura romana partecipa a una sperimentazione internazionale che convolge un centinaio di bimbi in Italia ma anche in Thailandia e Sudafrica.

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