Marco soffriva di leucemia linfoblastica acuta, la forma di tumore più comune nei bambini. Ha appena festeggiato un doppio compleanno: ha spento cinque candeline e ha celebrato un anno dall’inizio della sua nuova vita libero dalla malattia.

Il nome è di fantasia per proteggerne la privacy, ma la terapia che ha ricevuto è una realtà. Marco è stato il primo paziente italiano curato con le cellule CAR-T. È successo a gennaio 2018 all’Ospedale Bambino Gesù di Roma. Una cura rivoluzionaria che all’estero si usa da tempo. Le CAR-T sono state “messe a punto” al Center for Cellular Immunotherapies di Philadelfia circa sette anni fa. E il trattamento al primo paziente malato di linfoma risale al 2014. La cura è diversa da tutte quelle usate finora per i tumori del sangue perché usa i linfociti T del paziente stesso, cioè “i guerrieri” più potenti del sistema immunitario.

A grandi linee succede così: queste cellule vengono prelevate e il loro Dna modificato in laboratorio con un recettore, chiamato CAR, che le rende più efficaci contro le cellule oncogene. A questo punto vengono fatte moltiplicare e infuse nel paziente.

La speranza per i casi più difficili

A oggi questa terapia viene prevista quando tutte le cure tradizionali, trapianto compreso, sono fallite. Ed è indicata per i bambini e i giovani che hanno una specifica leucemia, la linfoblastica acuta a cellule B, e per gli adulti con alcune forme di linfoma. Ma vanno considerate molte variabili. La prima riguarda le condizioni del malato. Alcuni pazienti per colpa della malattia o delle terapie, non hanno più un numero sufficiente di linfociti T funzionanti. Altri arrivano al momento dell’infusione quando il tumore è troppo progredito.

«È una terapia che non ha paragoni. Tutte le altre allungano la sopravvivenza, qui si parla di guarigione. Gli adulti che vengono sottoposti al trattamento guariscono nel 35-40% dei casi, i bambini circa nel 50» interviene Paolo Corradini, direttore dell’oncoematologia dell’Istituto dei tumori di Milano e presidente della Società italiana di ematologia.

Ma il percorso per arrivare a usare la terapia su vasta scala sembra ancora lungo. Generare le CAR-T è complesso e costoso. Ci vogliono laboratori ad hoc, chiamati cell factory. Al momento negli Stati Uniti e in Europa ci sono due aziende farmaceutiche che sono state autorizzate a produrle e metterle in commercio. In Italia questa autorizzazione ancora non c’è.

 

Le cell factory tutte italiane

In attesa dell’approvazione dell’Aifa, l’ente che regolamenta i farmaci, all’Istituto dei Tumori di Milano si ricorre al cosiddetto “uso compassionevole”: le case farmaceutiche a titolo gratuito forniscono le CAR-T ma la procedura è stata autorizzata solo per trattare un paziente ogni 40 giorni. L’altra strada è quella della “produzione accademica”.

Esistono già cell factory italiane che sono state autorizzate a condurre studi clinici finanziati con i fondi del ministero della Salute, dell’università e dell’Associazione italiana per la ricerca sul cancro. «I laboratori italiani al momento sono tre, ma l’elenco sta aumentando: oltre al nostro, c’è quello dell’Ospedale San Gerardo di Monza e Molmed che lavora preferenzialmente col San Raffaele di Milano» chiarisce Franco Locatelli, direttore del dipartimento di oncoematologia pediatrica, terapia cellulare e genica dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma e presidente del Consiglio superiore della sanità.

«Dati alla mano, ogni anno in Italia potrebbero essere candidati alla cura circa 50, 70 bambini e 500 adulti. Le cell factory italiane sono utili ma da sole non possono coprire questo fabbisogno nazionale» sostiene Corradini. «Negli Stati Uniti per quanto riguarda le aziende farmaceutiche il costo della terapia è pari circa a 400.000 dollari. Però bisognerebbe ragionare come è stato fatto con le cure per il virus dell’epatite C. Costose al momento, certo. Ma non alla lunga, come hanno dimostrato i numeri delle vite salvate».

E adesso si studia il genio suicida

Dopo l’infusione delle CAR-T il paziente deve essere tenuto sotto stretto controllo. Il rischio è quello che si scateni la cosiddetta sindrome da rilascio citochinico: uno stato di tossicità dovuto all’iperattivazione del sistema immunitario. Un effetto collaterale che, se non viene affrontato subito, è addirittura mortale. Ma i ricercatori stanno lavorando anche su questo.

«Nel nostro trial accademico, durante la generazione dei linfociti T, abbiamo sviluppato una modifica» racconta il professor Franco Locatelli. «L’aggiunta di un gene, chiamato suicida, che si attiva in caso di mancata risposta della sindrome a terapie farmacologiche, determinando la pronta eliminazione delle cellule CAR-T». Il che, tradotto, significa che questi guerrieri del sistema immunitario saranno sempre più intelligenti. Capaci perfino di capire se qualcosa non va. E in grado di togliersi di mezzo al momento giusto.