Giulia Pezzullo, 24 anni, di Conegliano (Treviso) è una ragazza come tante che però, dal 2012, ha iniziato a soffrire di uno dei disturbi più terribili legati all’alimentazione, l’anoressia. È arrivata a pesare 34 chili. Poi un giorno qualcosa è cambiato: ha aperto il pc, ha confermato la registrazione del dominio del blog e ha iniziato a scrivere su ‘Il filo Rosso’ (http://www.ilfilorosso.net), un cassetto pieno di pensieri e foto in cui Giulia racconta la sua battaglia (vinta) con l’anoressia.

Il suo è il primo blog italiano di cui si parla anche all’estero. Una storia raccontata in tutta la sua semplicità, in cui la malattia ha avuto la meglio per molto tempo ma che ha trovato in Giulia, e nella sua voglia di riscatto, una forte combattente.

La svolta dopo il quarto ricovero

La prima volta che è stata ricoverata per colpa dell’anoressia, Giulia non riusciva a capire cosa stava succedendo. “Pensavo fosse solo stanchezza”. In realtà il suo corpo stava lanciando chiare richieste d’aiuto che non si potevano più rimandare. E così il primo ricovero. A cui ne sono seguiti un secondo, un terzo e un quarto tutti in centri specializzati. Fino alla svolta: l’arrivo del blog, che le ha permesso non solo di continuare il suo percorso con i medici ma anche di trovare un obiettivo da seguire con costanza. A metterle virtualmente in mano il pc è stato il suo compagno, Carlo. “Un giorno – racconta Giulia – Carlo mi ha detto “Ho comprato il domino per il blog, ora devi solo iniziare a scrivere”. Eppure non mi sentivo ancora pronta; o meglio, ero talmente insicura che pensavo non ne valesse la pena”.

Con la scrittura decide subito di aiutare le altre

Quell’insicurezza che aveva aperto le porte alla malattia svanisce di colpo quando Giulia sente che una ragazza di soli 29 anni, Cristina Fornasier, è morta a causa dell’anoressia. “Questo ha cambiato molte cose: ero sconvolta” racconta Giulia. “Continuavo a pensare che non si poteva morire così. In quel momento ho capito. Dovevo far qualcosa, per me stessa ma anche per le altre ragazze che soffrono del mio disturbo. Così ho preso in mano il pc e ho iniziato a scrivere”. Un susseguirsi di post in cui Giulia racconta come l’anoressia l’abbia divorata, nel corpo e nell’anima, e dove alterna ricordi a fotografie. “Il blog mi ha fatto capire che il rifiuto del cibo è stata solo una scusa per coprire un malessere più grande. Ho iniziato facendo sport, cercando diete, studiando le calorie di ogni alimento. Ma dietro a questa ossessione del cibo c’è molto altro. Io in quel periodo non ero soddisfatta del mio lavoro”.

Ora quei pensieri trovano spazio nel blog. “Scrivere mi ha aiutato molto a capirmi, ad analizzare e ridimensionare i miei pensieri, ma il mio obiettivo non era quello di fare autodiagnosi. Quando ho iniziato a scrivere speravo che raccontare la mia esperienza potesse servire far capire a chi sta accanto a ragazze che soffrono di disturbi alimentari che l’origine del malessere ha radici più profonde. Che il cibo è solo un pretesto”. E Giulia è certamente riuscita a portare a termine il suo obbiettivo. “Me lo dimostrano le tante mail che ricevo ogni giorno”.

La scrittura è una cura

“Di certo non è riconosciuta come terapia in senso stretto” dice Paola Bianchini, esperta di problemi dell’alimentazione “però la scrittura ha un potere curativo”. Questo perché, dice l’esperta “scrivere ci permette di rimettere a posto le idee e i ricordi e riprendere il filo della nostra storia”. Ecco perché tenere un blog diventa importante anche per la cura delle malattie legate ai disturbi alimentari. “È un po’ come se queste ragazze avessero perso il senso della propria esistenza. Con la scrittura rimettono in fila la loro storia, possono capire a che punto si è spezzata e iniziare un processo introspettivo, un dialogo con se stesse che, per diverse ragioni, hanno improvvisamente e bruscamente interrotto”.

L’esercito su Instagram

Non solo scrittura e blog. Sono tante le ragazze che stanno usando la rete per cercare di sconfiggere la malattia e Instagram sembra il canale più utilizzato per ricevere un sostegno concreto. Parole come “anorexia” e ‘bulimia’ portano a più di 4 milioni di scatti e a 2 milioni e mezzo di post pubblicati mentre hashtag come #edwarriors o le #edsoldiers, che mostrano davvero i progressi delle ragazze affette da disordini alimentari, portano a più di un milione e 200mila foto condivise. Snack, piatti invitanti, citazioni: si trova di tutto, specialmente corpi magrissimi e quel cibo che chi soffre di disturbi alimentari detesta. “Postare foto di cibo sui social è un po’ come dire al mondo “ho vinto una sfida” mentre mostrare il corpo scheletrico richiama più attenzione e manifesta una richiesta di aiuto” spiega l’esperta Paola Bianchini. “Dentro di loro però cercano in qualche maniera il consenso”. Ecco allora perché ricevere un like ad ogni foto postata significa molto più di quanto possiamo immaginare. “I giovani oggi sui social si fanno questa domanda. “Quanto piaccio? Quanto sono giusta per gli altri?”. Ma con questa domanda l’identità non si riesce a formare e si sbaglia, si arriva all’ossessione e alla malattia”. Poi arriva un momento dove ti devi mostrare al mondo per quella che sei, senza timore del consenso degli altri”.

Chi ce l’ha fatta grazie al web

Di Amalie Lee e Megan Jayne avrete già sentito parlare. Sono state loro le prime a finire nelle cronache dei giornali di tutto il mondo per essere guarite dall’anoressia grazie al web. La ventenne norvegese Amalie Lee si è affidata al blog e a Instagram per raccontare con parole e fotografie le foto dei pasti e i progressi della terapia, mostrando anche quel corpo che odiava e che pian piano ha iniziato a riprendere forma. Oggi, su Instagram (https://www.instagram.com/amalielee/) ha superato i 100 mila followers ed è diventata un punto di riferimento per chi soffre di disturbi alimentari. Come lei, anche la giovanissima inglese 22enne Megan Jayne è riuscita ad uscire dal tunnel dell’anoressia grazie al calore della rete. Anni fa pesava appena 30 kg, mentre oggi sul suo profilo Instagram (https://www.instagram.com/bodyposipanda/) si mostra come una donna completamente diversa ed è fiera di mostrare le sue curve e di incitare tutte le ragazze a seguire il suo esempio. Ragazze che ce l’hanno fatta, che si sono ritrovate, e che le giovanissime (e non solo) seguono come modello. Ma perché è più facile seguire e lasciarsi guidare da esempi positivi scovati nella rete che farsi aiutare dalla famiglia? “Non è un discorso di fiducia – precisa Bianchini – ma di certo è più facile allontanare un amico o un genitore perché si mettono in mezzo tra loro e la malattia e diventa automaticamente un ostacolo. La famiglia protegge e rassicura ma chi è anoressico e bulimico non cerca protezione; solo consenso”. In questo senso allora “il mondo vituale può essere utile a spezzare un senso di isolamento e solitudine” conclude l’esperta “ma proprio perché virtuale questo manca di corporalità e di un rapporto con il mondo reale che va invece ricostruito”.