Rifiutare il cibo, chiudersi in se stessi, trovare rifugio in un pozzo buio… L’anoressia è una malattia terribile che colpisce soprattutto gli adolescenti. Quasi sempre donne, e sempre più giovani. In Italia sono 3 milioni le persone che soffrono di disturbi alimentari, dicono i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Una causa sola non c’è, e le storie di chi ne soffre, anche se possono assomigliarsi molto, sono in realtà diverse. C’è qualcosa che scatta nella mente di una ragazza o di un ragazzo che li porta ad annullarsi per sentirsi più vivi. Sembra un paradosso. Lo è. È un percorso in un tunnel che può non avere un’uscita. Qualcosa che non è razionale, non si può capire o spiegare se non si è dentro.

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È quindi importante parlarne. Per quei genitori che si sentono soli, per i ragazzi che vorrebbero essere aiutati ma non riescono a gridare il loro dolore.

«Mi vedevo sempre grassa, gonfia, con le gambe enormi». Lo dice Giulia, protagonista il 18 marzo della puntata dedicata all’anoressia di Sconosciuti-la nostra personale ricerca della felicità, il format originale di Simona Ercolani prodotto dalla sua Stand By Me in onda su RaiTre. Giulia, raccontano i suoi genitori, a 20 anni ha cominciato a non parlare più, a chiudersi in se stessa, a non mangiare. Fino a pesare 30 chili.

La sua storia è toccante, la sua è una famiglia come tante, il suo percorso di studi è uguale a quello di tanti altri 20enni che lasciano il paese per andare a studiare all’università al nord. E allora?

Giulia rivela: «Era partita una sorta di sfida con me stessa e non mi riuscivo a fermare». Una sfida che nasceva dal desiderio di sentirsi amata, di dire: “Io sono qui, guardatemi!”. Ma non è solo quello…

«L’anoressia molti credono sia un capriccio. Ma non è proprio così: è dettato da un malessere interno dato dall’incapacità di esprimere le proprie emozioni» mi spiega Giulia. «È un modo per rendere visibile la propria sofferenza interiore, per essere “visti”,  per far percepire il dolore che si prova. Più che disturbo del comportamento alimentare è classificato come ” fame d’amore” per esprimere un forte bisogno di sentirsi amati e accettati».

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«Non ho mai avuto un bel rapporto con lo specchio». Lei come tante. Allora perché è successo proprio a lei? Cosa scatta nella mente di un adolescente? Si chiedono tanti genitori che vivono l’anoressia come un senso di colpa?

 Mi sono rifugiata nella mia camera, raggomitolata sotto una soffice trapunta che ogni giorno diventa più pesante, in compagnia del buio e alla disperata ricerca di una scusa per non raggiungere i miei a tavola […] Questa sera non voglio mandar giù neppure poche gocce di spremuta di pompelmo, desidero restare sola, immobile nel letto e nessuno deve permettersi di entrare da quella porta che mi protegge da un mondo che detesto.

Queste frasi, dure come una lama, sono di Cecilia (il nome è di fantasia): la testimonianza di una ragazzina, “una figlia perfetta”, presente nel libro Corpi senza peso (Erickson) di Stefano Vicari e Ilaria Caprioglio.

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Vicari è il direttore della Neuropsichiatria infantile dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma ed esperto di disturbi dello sviluppo e di psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza; Caprioglio è avvocato e autrice di saggi e promuove nelle scuole alcuni progetti di sensibilizzazione sugli effetti della pressione mediatica e sulle insidie del web. Il loro volume racconta storie di pazienti poco più che bambini e del rapporto col medico. Un libro “bizzarro” lo definiscono loro, che si legge come un romanzo e che rompe dei tabù. Come quello «di superare il pregiudizio che circonda queste malattie, liberando i genitori dal senso di colpa che troppo spesso li paralizza».

Per parlare di «bambini e ragazzi che, in qualche momento del loro percorso di vita, si ritrovano a fare i conti con un’idea e un pensiero che li sovrastano e li “possiedono”. Un’idea e un pensiero che assumono, come un moderno demone, le sembianze seduttive della bellezza e della perfezione fisica». Un disturbo mentale da cui si può guarire. Una catena da cui ci si può liberare, passando attraverso un percorso lungo e doloroso, rivolgendosi a centri specializzati, chiedendo aiuto come pazienti e come genitori. Come dimostra Giulia in tv che mi confida:

«Ci vuole tanta pazienza per uscire da un disturbo alimentare e tanta tanta forza di volontà… Semplicemente si impara a conviverci e a vivere… E a capire che si può avere un valore indipendentemente da ciò che pensano gli altri… E che ognuno di noi vale anche senza disturbo alimentare e può essere amato e adorato comunque. Vivendo».

 

 

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