Madre e figlia estate prato

Avere o no un figlio: il ricatto della scelta

L'editoriale di Annalisa Monfreda

Tutto è cominciato da una foto. Quando Kimberly si è presentata sul set col figlio Zeno, il nostro fashion director Paolo le ha proposto subito di posare con il piccolo. Quando le loro fotografie sono arrivate sul mio computer, ho pensato subito che ci fosse una storia da raccontare. La storia più vecchia e comune del mondo, ma per la quale, nel 2021, mi sono sorpresa a stupirmi. La storia di una donna che decide di avere un figlio.

Se provo ad andare alla sorgente di quello stupore, mi accorgo che esso sgorga dal fatto che oggi siamo davvero libere di scegliere se avere o no un figlio. E la possibilità di scegliere è stata una conquista straordinaria. Eppure, senza accorgercene, quella possibilità di scelta ci ha messo sotto ricatto. Proprio perché nessuno ci obbliga a essere madri, quando lo diveniamo, ai nostri figli dobbiamo dare tutto: il nostro tempo, il protagonismo nella nostra vita, le migliori possibilità di successo e, come se non bastasse, la felicità.

«La felicità del figlio è un fardello davvero iniquo da assegnare a un genitore. La felicità è un fardello ancora più iniquo da assegnare a un bambino» diceva Jeniffer Senior in un Ted Talk del 2014. Diventare madri, d’altra parte, non è come diventare padri. Alla domanda “Come pensa di organizzare le sue attività professionali dopo la nascita del bimbo?”, racconta la studiosa Sylviane Giampino, quasi tutti gli uomini rispondono di non averci pensato mentre le madri rovesciano una valanga di dubbi e speranze. Non solo ci hanno pensato, ma lo hanno fatto ben prima di restare incinta, come racconta Sheryl Sandberg, direttrice operativa di Facebook, che sprona le ragazze a non smettere di alzare la mano o di farsi avanti solo perché il pensiero di avere un figlio ha comodamente preso posto nella loro lista dei desideri, magari senza avere ancora un compagno.

Diventare madri implica continuamente una scelta. «Per essere una madre devo ignorare le telefonate, lasciare il lavoro a metà, venir meno negli impegni programmati. Per essere me stessa devo lasciar piangere mia figlia, anticipare le sue poppate, abbandonarla per uscire la sera, dimenticarla per pensare ad altro. Riuscire a essere l’una significa mancare nell’essere l’altra» scrive Rachel Cusk.

Cosa ci dà e cosa ci toglie, dunque, la maternità? È quello che abbiamo chiesto a tre scrittrici. Una domanda a cui non saprei rispondere. Posso solo dire che riconoscere il ricatto della scelta mi ha aiutato in questi anni a riequilibrare la relazione. E cioè a smetterla di togliere a me per dare a loro. E a mettermi in posizione ricettiva. Sto imparando a ricevere. Ed è un’altra straordinaria conquista.

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