I borghi italiani abbandonati ora si ripopolano. Così

13 06 2019 di Isabella Colombo
<p>Le foto di questo articolo ritraggono Silvia e Jose, con i loro bambini (Clara, Alice e Pablo), che si sono trasferiti a Ostana, un paesino tutto malghe dove adesso vivono 87 abitanti. Foto di Daniele Testa</p> Credits: Daniele Testa

Le foto di questo articolo ritraggono Silvia e Jose, con i loro bambini (Clara, Alice e Pablo), che si sono trasferiti a Ostana, un paesino tutto malghe dove adesso vivono 87 abitanti. Foto di Daniele Testa

I micro paesi sono la cassaforte dei tesori e delle tradizioni italiane. Eppure lo spopolamento li ha svuotati fino all’80 per cento. Qualcosa, però, sta cambiando, come raccontano queste storie

L'ultima legge di bilancio ha abbassato le tasse al 7% per i pensionati stranieri che decidono di trasferirsi nei piccoli centri del Sud Italia. Alcuni paesini di montagna, come Borgomezzavalle, in Piemonte, danno incentivi economici alle coppie che prendono la residenza. Altri hanno accolto la banda larga e potenziato i servizi scolastici e turistici per frenare quell’esodo che dagli anni Sessanta continua a svuotare i luoghi periferici per riempire le città. «Ci sono paradisi di montagna dove lo spopolamento è arrivato all’80%. E per decenni non c’è stato nessun incentivo a frenarlo» spiega Antonella Tarpino, presidente della Rete del ritorno, associazione che ha anche istituito una scuola per spiegare ai giovani come ripopolare i territori abbandonati.

Qualcosa però adesso sta cambiando

Non è ancora un’inversione di tendenza ma le ristrutturazioni nei paesini, non a scopo turistico, stanno aumentando. «Tante coppie che hanno più difficoltà a trovare lavoro in città, tornano nelle terre dei nonni» dice Tarpino. «Sono spinti anche dall’insoddisfazione per gli attuali modelli di vita e dal bisogno di cambiarli. Piuttosto che mettere su famiglia nella periferia di una grande città alcuni trovano il coraggio di sperimentare vie alternative, a contatto con la natura e in una dimensione più umana».

Come Silvia Rovere, 45 anni, ex dipendente regionale a Torino, che otto anni fa si è trasferita con la famiglia a Ostana, un paesino tutto malghe, pascoli e casette arroccate dove negli anni ’80 erano rimasti 5 abitanti. «Adesso siamo 87, in tanti fanno come noi» spiega Silvia. «A Torino soffrivamo l’inquinamento, sentivamo l’esigenza di allontanarci dal caos e cercare una dimensione più sana e raccolta. Così, mentre era in arrivo il secondo figlio, ho approfittato dei mesi di maternità per tastare il terreno a Ostana: avevo letto un annuncio con il quale cercavano gestori per il rifugio. Non siamo più andati via». Silvia adesso si sente così parte del borgo da essere appena stata eletta sindaco e ha già in mente molti progetti per ripopolarlo. Ma non è l’unica: pubblico e privato da qualche anno si stanno dando molto da fare in questa direzione.

Iniziative e incentivi non mancano

E neppure le idee. Airbnb per esempio ha attivato un concorso che permetterà a 4 vincitori di provare come si vive a Grottole, 300 abitanti e 600 case vuote a pochi chilometri da Matera. Persino il Massachusetts Institute of Technology di Boston ha scommesso sulla bellezza e la rinascita dei borghi italiani: Vaccarizzo di Montalto Uffugo, 500 abitanti, provincia di Cosenza, diventerà un prototipo di rigenerazione sociale.

La vendita delle case a un euro con obbligo di ristrutturazione, attivata da tanti piccoli comuni per attrarre nuovi abitanti, in molti casi ha funzionato. Per esempio a Sambuca di Sicilia, provincia di Agrigento, un gioiellino eletto qualche anno fa Borgo dei borghi. «L’idea ha attirato molte coppie straniere, tanto che qui ora si respira un’aria internazionale e un certo fervore culturale» racconta Franco Nuccio, 61 anni, giornalista di Palermo.

«Che ci andiamo a fare laggiù? Diceva mia moglie. Appena mise piede nella casa che poi avremmo acquistato aveva già cambiato idea: adesso non si stacca più da qui». Una delle cose che affascina di più Franco è poter passeggiare per fermarsi ogni due passi a chiacchierare con qualcuno. Il senso di comunità è senz’altro uno dei grandi pregi dei piccoli centri.

<p><span>Le foto di </span><span>questo articolo</span><span> ritraggono Silvia e Jose, con i loro bambini (Clara, Alice e Pablo), che si sono trasferiti a Ostana, un paesino tutto malghe dove adesso vivono 87 abitanti. Foto di </span><span>Daniele Testa</span></p> Credits: Daniele Testa

Le foto di questo articolo ritraggono Silvia e Jose, con i loro bambini (Clara, Alice e Pablo), che si sono trasferiti a Ostana, un paesino tutto malghe dove adesso vivono 87 abitanti. Foto di Daniele Testa

«Qui non lavori mai solo per te stesso,

ma per la comunità, ti senti parte di un progetto comune. E poi non dimenticherò mai quando è nato il nostro terzo figlio: era il primo nuovo nato del borgo dopo 28 anni, e per tutti è stata una festa» racconta Silvia. Se però da questi borghi meravigliosi la gente a un certo punto ha cominciato a scappare, un motivo c’è: hanno pochissimi servizi e sono lontani dai poli dove si concentrano aziende e commercio. «Oggi però il lavoro è più flessibile: gli impieghi che non richiedono una presenza fissa sul posto stanno aumentando grazie alle tecnologie» dice Tarpino. «E poi ci sono gli insoddisfatti, diventa sempre più comune cercare un piano B in un’altra dimensione».

Come stanno facendo i 27enni Sonny Morabito e Federica Romeo che vivono a Bologna, dove lavorano lei come infermiera e lui come consulente finanziario. Sono fra i protagonisti del programma tv Borghi ritrovati (vedi box a pag. 43) e stanno per aprire un b&b a Calamecca, piccolo e incantevole centro semi abbandonato in provincia di Pisa. «Lo stress, le file, la frenesia, gli orari pesanti e stressanti, la mancanza di tranquillità: siamo già saturi e non vogliamo vivere tutta la vita così». Resta il fatto che in paesini sotto i mille abitanti è difficile trovare qualcosa da fare la sera, soprattutto per i più giovani, o valutare alternative a un’unica scuola o palestra per i figli.

«Quando siamo arrivati noi a Ostana non c’erano altri bambini a parte i nostri due» racconta per esempio Silvia. «Per fortuna il paese vicino è più popolato e li accompagno lì per le loro attività. A conti fatti ci metto meno che quando mi spostavo a Torino». Anche i più giovani Sonny e Federica non temono il rischio isolamento. «Qui c’è tutto quello che serve a stare bene e se abbiamo voglia di qualcosa in più, Pistoia è a 20 chilometri». Franco, invece, si è ritrovato in un contesto dove le iniziative, se non ci sono, si possono creare facilmente. «Tra chi ha preso casa nel nostro quartiere, c’è perfino una docente universitaria di Parigi che invita spesso intellettuali e scrittori». Avendo mantenuto però il suo lavoro, Franco è costretto a fare il pendolare dalla città. «È faticoso ma non mi pesa perché quando arrivo qui dalla mia amata e caotica Palermo è come entrare in un’altra dimensione».

Diamo i numeri

Secondo l’Istat, i paesi sotto i 3.000 abitanti, cioè la metà dei comuni italiani, negli ultimi dieci anni hanno perso il 6% della popolazione. In un centinaio di essi l’esodo ha superato il 60%. Alcuni dei territori a più alto tasso di spopolamento sono in provincia di Bolzano, Vicenza, Imperia, Trieste, Caltanissetta ed Enna. In Francia, dove le misure per ripopolare le aree periferiche sono già in atto da tempo, ogni anno, secondo Insee (il nostro Istat), 100.000 francesi lasciano le metropoli per i piccoli centri. Sono soprattutto giovani famiglie: solo il 18% infatti è rappresentato da pensionati.

Riproduzione riservata