Come difendersi da soprusi e superare le avversità

01 06 2018 di Giorgiana Scianca
Credits: Resli

A ogni essere umano, anche ai più debole, deve essere garantita la possibilità di realizzarsi e stare bene. È la tesi di un grande giurista che in questa intervista e in un libro racconta come possiamo difendere noi e gli altri da soprusi e avversità

Il mondo non si divide tra le persone forti e quelle deboli. Sentirsi fragili è una condizione che direttamente o indirettamente, prima o poi, ci riguarda tutti. Quando le cose non vanno per il verso giusto ci si può ritrovare in ginocchio magari per il sommarsi di nevrosi e difficoltà economiche o per un’ingiustizia subita. Un fenomeno vasto e complesso su cui la legge sta lavorando per istituire nuove salvaguardie. E di cui si occupa da sempre Paolo Cendon, professore di diritto privato all’Università di Trieste e autore del nuovo libro I diritti dei più fragili. Storie per curare e riparare i danni esistenziali «La vulnerabilità è una condizione che fa parte della natura umana» esordisce Cendon. «Può colpire chiunque. Si manifesta nei piccoli patemi d’animo o nelle vicende più importanti che stravolgono la nostra realtà. E poi si ripercuote anche sulla vita del coniuge, dei genitori, dei figli e dei fratelli». Per Cendon, ricordarci che non siamo onnipotenti dovrebbe spingerci anche a voler sapere quali diritti possiamo rivendicare se qualcuno o qualcosa ci impedisce di vivere come ci meriteremmo.

Il suo libro è ispirato al diritto che abbiamo di fiorire, nonostante le nostre debolezze...

«Proprio così. Ed è lo stesso principio per cui ho ideato, molti anni fa, l’istituto del danno esistenziale. Un diritto che, a differenza di quello morale, che difende il dolore interiore, o di quello biologico, che tutela l’integrità fisica, ci protegge nel realizzare il nostro personale progetto di vita. Il danno esistenziale ti risarcisce di tutte le cose che non puoi più fare e che contribuivano a farti sentire inclusa e realizzata. Ogni cosa che ti impedisca di godere della natura, degli amici, di ascoltare un concerto, scoprire il mondo. Anche se hai un handicap fisico o mentale sai cosa ti fa stare bene. Oggi un disabile che vuole laurearsi può farlo. All’estero c’è addirittura una legge che fornisce, a chi ha dei deficit, una persona assegnata per fare sesso. Io credo che non esistano soggetti deboli ma solo indeboliti, ovvero privati della forza o della possibilità di vivere al 100% le proprie potenzialità».

Ma quali sono le situazioni in cui la leggerezza o la cattiveria altrui possano essere portate in un’aula di tribunale?

«Ognuno fa storia a sé, ma se parliamo di danno esistenziale dobbiamo ricordare che si può far valere solo se siamo vittime di un fatto illecito, cioè di un’offesa che viola un nostro diritto fondamentale. Il rispetto della reputazione, l’accesso alla vita sociale, il diritto alla salute e alla protezione sono tra questi. Pensiamo a un lavoratore mobbizzato o licenziato ingiustamente, a un disabile che non può entrare al cinema per una barriera architettonica, a un bambino ignorato dal padre o a quei genitori che per tutta la vita dovranno accudire il figlio reso invalido da un errore medico. Ci sono poi fastidi che sembrano di poco conto ma che rientrano nei casi in cui è legittimo chiedere la riparazione del danno esistenziale: il rumore della nuova fabbrica sotto casa che non ti fa dormire è uno di questi».

Da oltre quarant’anni lei indaga lo spettro delle nostre debolezze, anche le più invisibili. Ci racconta cosa vede oggi?

«Nella nostra società c’è una diffusa mancanza di attenzione reciproca e uno smarrimento esistenziale dilagante. Un tempo esisteva un codice di comportamento condiviso, tutti seguivano un percorso simile, più noioso forse, ma anche più lineare. Ora invece siamo confusi sul senso da dare alla vita, sia i giovani sia i meno giovani. Uno stato di caos sociale e interiore in cui si annidano, più facilmente di una volta, infelicità, cattiverie, tentazioni e autolesionismo. Spirali di fragilità che, se nessuno le prende in carico, sfociano in tragedie oppure ci fanno appassire nell’isolamento».

Quali sono le nuove fragilità che stanno emergendo?

«I genitori di figli adolescenti sono particolarmente vulnerabili perché osservano impotenti un mondo di bullismo e relazioni virtuali che loro non hanno mai conosciuto. I figli lo sentono e li tagliano fuori. Intere famiglie si sgretolano nel silenzio e nell’indifferenza generale. La cronaca racconta storie di disagio. Anche per questo la legge sta lavorando a un grande codice delle debolezze, una serie di misure che permetteranno di evitare a chi è più fragile di mettere a rischio se stesso e gli altri».

Ma come si fa scoprire le difficoltà prima che esplodano le crisi?

«Cogliere le fragilità di chi non fa trapelare niente è difficile. Devi dedicare del tempo, con regolarità, a osservare e ascoltare chi ti circonda. Ma solo se hai trovato la tua strada per sbocciare, sarai abbastanza forte per occuparti di chi non ce la fa più come prima, da tua madre alla vicina di pianerottolo. Anche per questo io dico che è importante coltivare i propri talenti. Poi, come offri aiuto dipende da indole e competenze. Se sei un bravo medico puoi fare per tempo una diagnosi corretta, se sei una persona che ha una grande empatia fisica porterai conforto con un abbraccio. Chi è indebolito dalla vita o dalla malattia, ha bisogno di essere protetto prima di tutto in modo dolce e non burocratico. Chi fa le leggi deve partire da questo».

Ci fa un esempio?

«Pensiamo alla figura dell’amministratore di sostegno di cui mi sono occupato in questi anni. È nata per prendersi in carico le pratiche quotidiane che anziani, disabili e malati non riescono più a fare da sole, come andare in banca o pagare le bollette. L’umanità di questo strumento sta nel fatto che parte dalla persona: il giudice tutelare chiede prima di tutto quali sono i desideri e si impegna affinché chi assiste li rispetti. L’assistito, nei limiti delle sue capacità, ha il pieno controllo delle decisioni che lo riguardano».

Mettere chi è fragile nella condizione di rimanere parte attiva della propria vita è una forma di terapia?

«Non si tratta né di una cura né di una concessione: essere o diventare la persona che vorresti è un diritto inalienabile sancito dalla nostra Costituzione».

I consigli di Donna Moderna: quando puoi rivolgerti all'avvocato? Se pensi di aver subito un danno esistenziale, prima di tutto verifica che il torto ricevuto leda un diritto inalienabile tra quelli sanciti dall’art.2 della Costituzione. Poi, esponi i fatti e le conseguenze subite a un avvocato. Facciamo un esempio che può riguardare molte donne. La mancata corresponsione degli alimenti da parte di un ex marito porta a trascurare figli e vita sociale per far quadrare i conti. Se riterrà legittima la richiesta, l’avvocato citerà in giudizio la controparte per i danni esistenziali causati dal suo comportamento. Il riconoscimento e la valutazione del danno è un passaggio successivo che stabilisce un giudice in base a valutazioni personali e tabelle giudiziali specifiche.


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