Come oggi guardiamo gli afghani

L'editoriale di Annalisa Monfreda, direttrice di Donna Moderna

Qualche giorno fa Cecilia Strada, figlia di Gino, ha dato voce all’incoerenza che, due settimane dopo la presa del potere dei talebani a Kabul, è ormai evidente. L’emozione suscitata dalla vicenda è stata enorme. Un vento di solidarietà ha iniziato a soffiare tra social, stampa e tv, e si è tradotto in donazioni e offerte di aiuto: il potere della Rete, straordinario!
Ma è come se tutto fosse successo improvvisamente. Come se i talebani dalla sera alla mattina avessero occupato l’Italia e non l’Afghanistan,
che da oltre mezzo secolo è una terra di conflitto. Abbiamo iniziato a parlare di ponte aereo come se non fossero anni che da quel Paese a frotte si mettono in marcia per raggiungere, in un modo o nell’altro, via terra o via mare, l’Europa. Come se non fossero le stesse persone. «Eppure sono le stesse persone» scrive Cecilia Strada. «Le stesse famiglie che oggi si accalcano all’aeroporto. Oggi li vorremmo salvare tutti, ed è giusto così. Perché non siamo stati capaci di vederli anche ieri? Ecco, forse l’Afghanistan dovrebbe aiutarci a capire questo: che è meglio occuparsi dei vivi finché son vivi. Finché hanno ancora una possibilità di salvezza, prima che siano completamente fregati». L’incoerenza è che non riusciamo a collegare chi preme alle frontiere dell’Europa con le persone che oggi scappano da un Paese occupato da una forza oscurantista, particolarmente odiosa per noi. I migranti non sono tutti afghani? Certo, perché oggi dell’Afghanistan ci sembra di sapere tutto. Ma cosa ne sappiamo dell’Etiopia, del Sudan, del Mali? Come possiamo stabilire che fame, siccità e persecuzioni siano meno gravi di quanto accada oggi a Kabul? Sapere implica gestire una quantità di dolore poco sopportabile per ciascuno di noi. Provate a pensare a cosa è successo questa estate. Al senso di colpa tutte le volte che volevamo condividere la foto di un tramonto o di un aperitivo in spiaggia, mentre le persone morivano cadendo dai carrelli degli aerei in volo. Da tragedie come queste possiamo farci toccare solo ogni tanto, perché confliggono col piano editoriale della nostra esistenza, ci mettono di fronte allo specchio e ci fanno domandare: come posso permettermi di essere felice? Ma forse è questa domanda a essere sbagliata. Il dolore di altri esseri umani non è un atto di accusa verso la nostra felicità e il nostro benessere. Anzi, più ci impegniamo a sapere, conoscere, capire, più il senso di colpa per la nostra fortuna immeritata svanisce e prende posto la consapevolezza di cosa possiamo fare noi. Che, spesso, non è così difficile. Perché, è vero, chi lascia la propria terra ha bisogno del nostro tempo, dei nostri vestiti, delle nostre case, dei nostri soldi, ma prima di tutto ha bisogno di essere guardato con gli occhi con cui stiamo guardando oggi gli afghani. E cambiare sguardo non costa nulla.

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