Ragazza musulmana mascherina Covid

Come ospitare i profughi afghani

Migliaia di persone si stanno offrendo per ospitare a casa propria i profughi afghani. Un’ondata di generosità spontanea e inaspettata. Ecco cosa c’è da sapere perché si trasformi in un sostegno concreto

«Di fronte al dramma dei profughi afgani, non è pensabile rispondere: “Loro stanno arrivando, ma noi cosa possiamo farci?”. Non esistono separazioni fra “noi” e “loro”. Siamo esseri umani, tutti, e come tali non dobbiamo voltare la faccia dall’altra parte». Serena Tallarico lavora da anni come etnopsicologa: aiuta chi fugge da guerre e povertà a elaborare i traumi vissuti e fa da mediatrice tra loro, i medici che li curano all’arrivo e le organizzazioni che si occupano dell’accoglienza prima e dell’inserimento sociale poi. Quando parla dell’importanza della «compassione per il dolore di ogni essere vivente», dalle sue parole emerge la consapevolezza di chi si impegna quotidianamente per sostenere i migranti nella costruzione di una nuova vita.

Ma la sua consapevolezza, oggi, ce l’hanno anche i tanti, tantissimi italiani che non stanno dicendo: «Noi cosa possiamo farci?». Anzi. Oltre a raccogliere denaro e beni di prima necessità per i 5.000 afghani arrivati nel nostro Paese (per contribuire, vedi sotto "Indirizzi utili"), migliaia di persone si sono offerte di ospitare a casa propria ragazzini, mamme, perfino intere famiglie.

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Accogliere a casa un profugo

Questa ondata di solidarietà ha sorpreso le stesse associazioni che hanno lanciato le richieste di aiuto: «Il 16 agosto ha preso il via il nostro progetto “Una stanza per una donna afghana”. In 2 settimane abbiamo raccolto via mail 600 adesioni da tutta Italia, più altre 350 inviate ad altre 2 associazioni che hanno sposato l’iniziativa. C’è chi ha una camera libera, chi può offrire porzioni o piani delle proprie case. Il 70% di coloro che ci hanno risposto è pronto a ospitare, il resto ad aiutare in altre forme» racconta Marco Chiapella, responsabile dei servizi dell’Area inclusione della cooperativa lombarda “Il Melograno” (per informazioni, scrivere ad afghanistan@ilmelogranonet.it).

Dopo la quarantena di 10 giorni nei Covid hotel o negli hub della Croce Rossa, la maggior parte dei profughi è stata già trasferita nei centri Sai (Sistema di accoglienza e integrazione) e in altre strutture di competenza dei Comuni. Accoglierli a casa non è un impegno da poco: «Si tratta di ospitare per almeno 6 mesi donne o nuclei familiari. E, dopo gli afghani giunti con i ponti aerei, ipotizziamo che nei prossimi mesi ne arriveranno tanti altri a piedi attraverso la rotta balcanica. Perciò va valutata con attenzione ogni disponibilità a condividere con loro la casa, perché all’onda emotiva di generosità deve seguire una preparazione specifica» sottolinea Chiapella.

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Le famiglie ospitanti vengono formate

Le famiglie ospitanti saranno formate e accompagnate nel percorso da mediatori culturali, assistenti sociali, educatori e psicologi. Perché non si possono sottovalutare i traumi che portano con sé i profughi: «Chi fugge da guerre, disastri ambientali, persecuzioni, miseria, parte con tante attese ma anche con un fardello pesante. Io, come etnopsicologa, sono chiamata a creare uno spazio di comprensione di questo dolore: ogni persona lo vive influenzata dalla propria cultura, religione, società di origine» spiega Serena Tallarico, che sarà coinvolta in un progetto per il reinserimento sociale di alcune famiglie afghane, promosso dall’Unione buddhista italiana (unionebuddhistaitaliana.it).

Le famiglie disponibili a ospitare saranno accompagnate nel percorso da mediatori culturali, psicologi, assistenti sociali

In questa integrazione, dopo aver imparato la lingua del Paese ospitante, «il lavoro ha un ruolo terapeutico. È importante valutare i profughi per le loro capacità umane e professionali, non considerarli solo come persone da assistere» osserva l’etnopsicologa, che è anche assistente di cattedra in Psicopatologia all’ateneo Paris VIII e coordinatrice della formazione di équipe che curano i migranti all’ospedale Le Vinatier di Lione. Lo scorso anno ha ideato e avviato a Camini (Rc) il laboratorio tessile Ama-la.it, gestito da donne nigeriane e rifugiate siriane: «Hanno imparato a usare il telaio a mano da 2 artigiani del paesino calabrese, dove i migranti sono un terzo degli abitanti. Ormai fanno parte della comunità».

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L’accoglienza diffusa

L’accoglienza diffusa in piccoli centri e in famiglia non è una novità: prevista dal Sistema di accoglienza e integrazione del Viminale, in tanti Comuni viene già messa in pratica con ottimi risultati. «Funziona se è ben preparata, costantemente animata dal confronto con esperti e mediatori linguistico-culturali» assicura Tallarico.

Ne è convinta anche Karin Falconi, vicepresidente dell’associazione “M’ama - dalla parte dei bambini”, che promuove l’affido e l’adozione di minori con bisogni speciali. «La nostra rete di 2.000 famiglie è disponibile a prendere in casa adolescenti e mamme afghane con bambini, ma prima ci formeremo con associazioni che operano da anni in questo campo. Il progetto si chiama “Ospitazione”, da una frase di mio figlio 11enne che, mentre vedeva in tv le mamme in fuga con i loro figli, ha chiesto: “Ma noi possiamo dare ospitazione a una famiglia?”. Chi vuole unirsi a noi può scrivere a emergenzamama@gmail.com».

Ma per ricostruire vite spezzate i volontari non sono mai abbastanza: lo sanno le professioniste che hanno appena varato la rete solidale “Donne per le donne” (info@ledonnexledonne.org). «Vogliamo mettere a disposizione le nostre competenze» dice Silvia Robertazzi, giornalista che ha aderito alla nuova rete. «In pochi giorni abbiamo ricevuto oltre 800 offerte di aiuto, dall’ospitalità all’assistenza medica e legale». Un flusso solidale «per continuare a tenere alta l’attenzione sui profughi afghani».

Indirizzi utili

In tutta Italia. La Caritas chiede sostegno economico per organizzare l’accoglienza dei profughi afghani nelle diocesi (info su www.caritas.it).
A Roma. Alla Città ecosolidale della Comunità di Sant’Egidio (www.santegidio.org), in via del Porto Fluviale 2, aperta mercoledì e sabato dalle 9 alle 13, si possono portare abiti, biancheria intima, calzini, scarpe, latte in polvere, omogenizzati e frutta per neonati, pannolini 0-15 kg, assorbenti, giocattoli, quaderni, album, colori, saponi, dentifrici, spazzolini. Altro punto di raccolta nella Capitale è la Casa del Municipio, in via Galilei 53.
A Napoli. L’associazione “Il Quadrifoglio” di Ponticelli ha bisogno di abiti nuovi per bambini e adulti, foulard grandi, gonne lunghe, leggins, pantaloni larghi, sandali e tuniche. Si possono consegnare da consegnare dal lunedì al sabato, dalle 16 alle 19 (per informazioni, tel. 3883874980).
A Milano. Si può contattare la Caritas Ambrosiana al numero 0240703424 per sapere di cosa c’è bisogno.

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