Ore 14,30 di un mercoledì di gennaio. Un gruppo di ‘insufficienti’ di tre quarte ginnasio di un liceo classico milanese segue un corso di recupero di greco. La prof che lo tiene insegna in altre classi, non li conosce personalmente e chiede conto delle loro lacune: «A cosa sono dovuti i 4 e i 5 delle vostre pagelle?». Caterina, serafica e rassegnata ma persino convinta del senso di quello che racconta, dice: «In realtà io avevo la media del 6, ma la prof ha preferito darmi 5 in pagella per spingermi a migliorare nello scritto». L’insufficienza quindi come strumento didattico. Gli altri ragazzi del corso si guardano un po’ smarriti e bisbigliano tra loro: per fortuna nessuno di loro aveva dei 6 che valgono 5. Poco male: è la fine del primo quadrimestre e Caterina di sicuro si rafforzerà dove è più fragile. Ma se valutazioni di questo genere si riproponessero a giugno?

Il valore del 6

Quanto vale allora quel 6, che è spartiacque tra la gratificazione dell’andar bene a scuola e il baratro dei ‘brutti voti’? Alle scuole medie il 6 è percepito come un voto basso, mediocre al punto che la sufficienza risicata all’esame di licenza sconsiglia l’iscrizione a scuole descritte impegnative come i licei. Il 6 in condotta non è o non dovrebbe essere segno di nefandezze comportamentali come un tempo, ma rimane per tutti un brutto segnale. E a dire il vero non se ne attribuiscono molti. Nel passaggio dalle medie alle superiori qualche studente carico di aspettative (sue e dei genitori) soffre davanti ai primi 6 riportati nelle verifiche, nelle interrogazioni o sulla pagella, poi tutti si abituano a considerarlo un voto non esaltante, ma comunque un dignitoso lasciapassare per l’agognata promozione senza debiti. Traduzione dallo slang degli adolescenti: “Mate? Ce l’ho sotto” = ho meno di 6; “Filo? Ce l’ho sopra” = ho più di 6.

Storia recente della sufficienza

Nel ‘68 e dintorni il famigerato ‘sei politico’ era un modo per affermare che la scuola doveva garantire a tutti indistintamente la promozione: bando alla meritocrazia, largo al minimo contrattuale per il proseguio degli studi. Finita la stagione delle contestazioni, archiviato il sei politico? Forse no: a luglio di ogni anno nella promozione (quasi) di massa agli esami di Stato c’è chi legge la sopravvivenza del 6 così ideologico di cinquant’anni fa. È notizia recente che Rossana Piera Guglielmi, che dirige l’istituto omnicomprensivo Visconti a Roma, ha raccomandato ai docenti di non mettere voti inferiori al 5 nelle pagelle degli alunni di prima media. I suoi insegnanti la appoggiano. Paura dei ricorsi? Paura di affrontare la fragilità dei ragazzi di fronte all’insuccesso? Paura di favorire l’abbandono scolastico precoce? Di sicuro quello che è già stato battezzato il ‘5 politico’ della preside romana è destinato a non rimanere un’iniziativa isolata.

La scala di valutazione e i criteri di attribuzione dei voti

Da qualche anno i dirigenti scolastici chiedono ai loro docenti l’abolizione di quella anomalia che sono i mezzi voti, i +, i –: se il messaggio valutativo deve arrivare chiaro ai ragazzi e alle loro famiglie, come spiegare la differenza tra un 6+, un 6 e mezzo, un 6/7 e un 7-? Con spericolate disamine sul significato di decimi e centesimi, certo. Ma è chiaro che molti insegnanti ritengono che una scala di dieci voti dall’1 al 10 non basti e hanno bisogno di un sistema con venti, trenta, quaranta voti. Perché? E perché poi a fine anno la maggior parte delle valutazioni è schiacciata tra il 4 e l’8? Chi ha pratica di tabelloni esposti a giugno e di lettere inviate alle famiglie per il recupero dei debiti, sa che se pochi sono i voti bassissimi, grande è anche la cautela nell’attribuire i 10: peccato, perché senza la media del 9 e del 10 il 100 alla maturità diventa tecnicamente off limits. E, ancora: di cosa è frutto il voto in pagella? Di una media aritmetica o è la valutazione di un percorso di apprendimento? Un voto negativo può essere cancellato da un voto positivo conseguito in una prova di recupero sui medesimi argomenti? A logica sì, nella realtà non sempre. Ci sono modi per limitare l’arbitrarietà nell’attribuzione del voto? Sì, sono i criteri condivisi dai PTOF di quasi tutte le scuole: costanza nello studio, spostamento dalla situazione iniziale, autonomia, risultati ottenuti nelle iniziative di sostegno. Ma docimologia, attenzione e buonsenso non sempre si tengono per mano nei consigli di classe.

Alternative?

Il razionalissimo mondo anglosassone da sempre opta per un range ridotto di lettere dell’alfabeto, di solito dalla A alla F, ma poi scopriamo che anche negli Stati Uniti la tendenza ad accoppiare la lettera a un + o un – è più diffusa di quanto si creda. La legge sulla Buona Scuola un paio d’anni fa aveva iniziato un dibattito sull’opportunità di inserire una scala di valutazione alfabetica anche in Italia, poi la discussione è stata congelata. I giudizi estesi funzionano se fotografano lo studente nella sua complessità (così dovrebbe essere nella scuola primaria), non se sono formule standard identiche ai numeri (sufficiente, buono, discreto e così via). Ma comportano la fatica di stilarli, cucendoli sull’individuale personalità di ogni ragazzo. L’abolizione delle valutazioni intermedie? È una provocazione: non aiuterebbe a seguire il percorso di un ragazzo tappa per tappa, eppure risolverebbe molti problemi legati alle nevrosi prestazionali. Tornano d’attualità alcune affermazioni coraggiose di don Milani in proposito: «Il voto è discriminante perché è ingiusto fare parti uguali tra disuguali. Il voto monopolizza l’attenzione e l’interesse degli studenti, facendoli studiare solo per la valutazione, in una situazione di ansia e competizione». Era il 1967.