Ma i prof. delle nostre scuole sono davvero preparati?

12 09 2019 di Isabella Colombo
<p>L'immagine è tratta dal programma "Prof – La scuola siamo noi", un nuovo format in onda su laF dal 16 settembre alle 21.10</p>

L'immagine è tratta dal programma "Prof – La scuola siamo noi", un nuovo format in onda su laF dal 16 settembre alle 21.10

All’ultimo concorso per presidi si sono visti strafalcioni di ogni tipo. E anche le classifiche internazionali bocciano studenti e docenti. Perché gli insegnanti finiscono sempre sotto accusa? Dal sistema di reclutamento ai (pochi) incentivi, gli esperti ci aiutano a capire

«Nel corso della mia carriera non mi è mai capitato di trovarmi di fronte a candidati a un concorso così importante che fossero tanto sprovveduti o impreparati». Parola di Massimo Arcangeli, celebre linguista e docente universitario, presidente di una delle commissioni d’esame all’ultimo concorso per dirigenti scolastici. Gli aspiranti presidi che si è trovato di fronte il professore, tutti docenti da almeno 5 anni come richiesto dai requisiti di partecipazione, hanno dimostrato in molti casi di non saper usare il congiuntivo, non riconoscere una radice quadrata né la lingua straniera o le basi dell’informatica. La denuncia di Arcangeli (dalle colonne del quotidiano la Repubblica) suscita parecchie domande sulla qualità del nostro sistema di istruzione, a partire da chi deve gestirlo, dirigenti e insegnanti. Ma siamo davvero messi così male?

Alle selezioni accedono anche i non laureati, ma alla fine passano solo i più bravi

«Ai concorsi per dirigente scolastico accedono anche tecnici non laureati con un bagaglio culturale generale più basso dei laureati di alto livello» spiega Orazio Niceforo, docente di Sistemi scolastici contemporanei all’università di Roma Tor Vergata. «Questo non vuol dire che a un tecnico candidato alla presidenza si possa perdonare l’uso sbagliato del congiuntivo o l’ignoranza dell’inglese, infatti i concorsi sono rigidi e alla fine passano solo i più validi». Che sono poi tenuti a frequentare un corso e seguire un tirocinio per acquisire le necessarie abilità manageriali. Resta il fatto che alcuni dei candidati bocciati per le loro lacune culturali più che per quelle manageriali torneranno in classe a formare i nostri figli.

«Se ci sono prof poco preparati è perché il nostro sistema per reclutarli non mette sufficienti barriere all’ingresso per chi aspira a diventare insegnante» continua l’esperto. «Senza contare che il dilagare del precariato nel settore fa sì che in classe arrivino spesso docenti che non hanno completato la loro formazione. Ci sono quindi quelli con un alto bagaglio culturale e tanto senso di responsabilità, e per fortuna sono moltissimi. Ma ce ne sono altri che non leggono libri né quotidiani. Io che insegno in corsi per aspiranti docenti riscontro un livello culturale medio». Non eccellente come sarebbe logico aspettarsi.

È un mestiere che gode di poca considerazione ed è snobbato dai laureati brillanti

Indicativi in questo senso sono i dati Ocse relativi a un’indagine sugli studenti 15enni di 68 Paesi: solo il 3% dei ragazzi italiani sogna di fare l’insegnante, e sono tra coloro con risultati scadenti nei test Invalsi. Vuol dire che i meno bravi aspirano all’insegnamento, l’opposto di quello che succede in Germania, Giappone o Svizzera dove solo i migliori vogliono e possono scegliere la cattedra. Ma perché un lavoro così nobile non è preferito dai più brillanti?

«Non è considerato prestigioso» prosegue Niceforo. «Se il laureato con lode in Chimica è pagato di più in un’azienda farmaceutica, perché dovrebbe scegliere di insegnare?». In effetti un maestro italiano guadagna 29.000 euro l’anno, il collega tedesco 58.000. «Le differenze tra i Paesi riguardano anche il numero di anni di servizio per raggiungere la retribuzione massima» aggiunge Simona Baggiani della rete europea Eurydice che compara i sistemi di istruzione. «Può andare da 6 a 42 anni e in Italia ne sono necessari 35. Qui, inoltre, gli scatti di carriera avvengono solo per anzianità».

Manca un sistema di valutazione efficace e non ci sono misure correttive

Da noi, tra l’altro, non esiste un sistema di valutazione dei docenti né di premi per i più bravi. «In Francia gli ispettori vanno in classe ad assistere alle lezioni per valutare gli insegnanti» dice Niceforo. «In Inghilterra non è una graduatoria a decidere chi va dove, è un team fatto di altri insegnanti, dirigenti, genitori e autorità locali. Così solo i più bravi vengono richiesti e pagati di più». In Italia la Buona Scuola ha introdotto un sistema di valutazione. «Ma identifica solo i docenti che hanno diritto a ricevere un bonus economico per la valorizzazione del merito» spiega Baggiani. «In molti Paesi europei se dalla valutazione emerge che un insegnante ha performance insoddisfacenti si applicano misure correttive. Solo in Spagna, Italia e Slovacchia non sono previsti interventi».

Al Sud i risultati degli studenti sono sotto la media europea

Secondo i dati Invalsi le performance delle scuole settentrionali sono nella media europea mentre quelle del Sud ben al di sotto. «Non vuol dire che gli insegnanti meridionali sono meno bravi: al contrario, per trovare lavoro emigrano in massa al Nord dove ci sono più cattedre» spiega Orazio Niceforo. «La differenza si spiega con il contesto socioeconomico in cui si innesta la scuola, più svantaggiato al Sud. In ambienti più ricchi di stimoli e opportunità, i ragazzi sono più ricettivi, gli insegnanti più stimolati e il livello generale si alza».

La piaga del precariato

Metà dei docenti appena entrati in classe, in alcune regioni, sono precari: in totale 170.000. «Dal passato ci portiamo dietro il gap tra i docenti ogni anno assunti dallo Stato e quelli che servono davvero alla scuola per funzionare» spiega Sergio Govi di Tuttoscuola. «Docenti che sono reclutati dagli istituti tra i precari». E le loro fila sono oggi ingrossate da 3 problemi in più.

Quota 100 Con il nuovo sistema di calcolo contributivo lasciano la cattedra circa 15.000 docenti in più rispetto ai soliti 22.000 che vanno in pensione ogni anno. «La loro sostituzione non è facile perché molte graduatorie, in mancanza di nuovi concorsi, si sono esaurite» dice Govi. «E le scuole devono chiamare i supplenti».

Decreto salva precari «Erano previste misure per rimpinguare le graduatorie e permettere l’immissione in ruolo dei precari con concorsi straordinari e percorsi abilitanti per i laureati. Poi con la crisi di governo tutto si è fermato» dice l’esperto. «Si normava anche la situazione dei diplomati nei vecchi istituti magistrali, 50.000 docenti che tornano precari». Il nuovo ministro dell’Istruzione Fioramonti ha detto che perfezionerà il decreto e lo pubblicherà al più presto.

Decreto inclusione Ha regolamentato il metodo per assegnare le ore di sostegno ma non ha inciso sul numero dei docenti di sostegno: ne mancano 55.000 secondo il sindacato Anief. Le scuole li reclutano tra i precari spesso neolaureati senza formazione né abilitazione al sostegno.

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