Il nostro sondaggio

Se li guardi dal punto di vista della tua vita, 35 anni sembrano un’eternità. Ma se li guardi dal punto di vista delle donne e dei cambiamenti della società non sono poi così tanti.

«Sono poco più di una generazione» spiega Marta Villa, antropologa culturale del dipartimento di Sociologia dell’Università di Trento. Ma perché parliamo proprio di 35 anni? Perché nel marzo del 1988 nasceva il nostro giornale. Un compleanno che abbiamo voluto celebrare con un sondaggio realizzato con l’istituto di ricerca Swg, che ha coinvolto oltre 1.000 italiane, per capire chi sono le donne “moderne”, di cosa hanno bisogno, quali desideri hanno. Non a caso abbiamo scelto la parola desideri che in latino – de-sidera – significa “in mancanza delle stelle”. Quelle stelle che erano la rotta luminosa per i naviganti: se scompaiono, diventa difficile trovare la strada, se non inventandone una nuova, tutta nostra, che ignora le mappe già tracciate, che ci rende più felici e più consapevoli.

Ecco i risultati del nostro sondaggio.

La consapevolezza è il punto di partenza per il cambiamento

Ottavia Marchiori

Proprio la consapevolezza è il punto di partenza per il cambiamento. E il punto di svolta rispetto alle donne di 35 anni fa. «In questi anni abbiamo acquistato il senso dell’ironia. Ridiamo, anche di noi stesse. E ridere vuol dire amarsi, avere più rispetto di sé» spiega la scrittrice Lidia Ravera, che di cambiamenti in fatto di diritti delle donne ne ha visti molti e che adesso è in libreria con Age Pride (Einaudi). La consapevolezza è la prima tappa di un lungo viaggio che ci ha portato a essere quelle che siamo oggi. E a desiderare ciò che vi raccontiamo in queste pagine.

La salute prima di tutto

Per iniziare abbiamo chiesto alle donne italiane di immergersi nella loro vita ideale e di scattarne un selfie per riuscire a individuare la “costellazione” di valori e priorità. Al primo posto, per il 59%, c’è la salute, seguita da famiglia e rispetto, quel riguardo verso noi stesse di cui parla Lidia Ravera. «Negli ultimi 10 anni la salute è uno dei temi centrali, e ha acquisito ancora più importanza con il Covid. Per salute si intende sia “Non posso ammalarmi”, perché la malattia in una società capitalista e competitiva come la nostra è considerata una disabilità dato che ci impedisce di essere produttive, sia – soprattutto – la cura del corpo» spiega l’antropologa Marta Villa. Un’attenzione costante al nostro benessere che emerge anche da un altro dato: tra le cose che noi donne vorremmo, in particolare quelle della Generazione X, tra i 43 e i 58 anni, c’è una forma fisica migliore. «All’epoca delle nostre nonne e delle nostre mamme non esisteva questo attaccamento alla cura della propria persona. Loro erano più sensibili all’appartenenza a un’ideologia, alla costruzione culturale e collettiva del sé» dice Villa. «Quando poi le ideologie tramontano e, come in questo momento, non abbiamo più schemi sicuri in cui incasellare la realtà, l’individualismo prende piede e il nostro corpo diventa il centro».

Essere belle (ancora…)

Pensavamo, o forse speravamo, che fosse superato, ma i dati – che vanno dal 61 al 67% a seconda delle generazioni – dicono il contrario: il tabù principale per noi donne, in primis per la Generazione X, resta ancora la bellezza. L’età, il sesso, il genere, anche se parzialmente, vengono accettati. Ma il corpo, le rughe, le smagliature, nonostante l’ondata body positive, ci perseguitano: quel «Sei brutta», «Sei grassa » che ci dicono o che ci scrivono sui social resta incollato addosso. E forse siamo ferme lì perché il nostro corpo non è mai solo nostro. Non abbiamo deciso le sue forme, si ammala e muore anche se noi non lo vogliamo. «Ma soprattutto è sempre guardato, fotografato, giudicato» spiega l’antropologa Marta Villa. «Anche se le ragazze oggi hanno un’immagine di loro non “svalutativa” come l’avevamo noi, non si percepiscono cioè inferiori rispetto ai loro compagni maschi, sono insicure» continua Lidia Ravera. «Perché si sentono di “dover essere”, imprigionate in un mucchio di stereotipi di comportamenti e di progetti futuri che la società impone, per esempio avere dei figli. Ma anche perché non hanno ancora fatto quel passaggio da oggetto del desiderio a soggetto che decide, sceglie, corteggia».

Un lavoro che ci appaghi

Se la bellezza resta in cima alla top ten delle nostre priorità, il lavoro è solo settimo. «Anche negli anni passati, pur non essendo così in basso nelle classifiche, non era mai comunque ai primi posti» spiega l’imprenditrice Riccarda Zezza, Ceo di Lifeed, azienda che sta cambiando il mondo del lavoro trasformando le esperienze di vita in competenze funzionali alla crescita delle persone e delle imprese. «Veniva sempre dopo qualcosa, di solito dopo la famiglia, nonostante il modello di donna in carriera fosse quello predominante». A cambiare oggi, però, sono due cose: da un lato, la nostra maggiore consapevolezza che ci fa dire, finalmente ad alta voce e non più sussurrandolo, che il lavoro conta ma fino a un certo punto; dall’altro, il senso stesso del lavoro, che non è più tempo in cambio di denaro, ma un’attività che ci deve far stare bene, piacere, insegnare cose nuove, far crescere. La stabilità economica, lo stipendio elevato, il successo e il prestigio lasciano quindi spazio alla conciliazione della carriera con le passioni (54%), all’opportunità di apprendere (35%), alla possibilità – per scelta o per necessità – di preservare lo spazio della propria vita privata (43%). «Il lavoro oggi da noi donne viene visto come scelta, come ricerca di senso, di scopo, come qualcosa che ti colloca nel tempo che stai vivendo, che ti realizza come persona. Un po’ come succede con la maternità» aggiunge Zezza.

Prendere il potere. Per cambiarlo

Nonostante il senso del lavoro si stia trasformando per lasciare più spazio alla soddisfazione personale, siamo tutte d’accordo nel dire che ancora oggi il mondo del lavoro non presta sufficiente attenzione alle esigenze di noi donne, in primis perché il peso della famiglia è tutto sulle nostre spalle (lo dichiara il 65% delle intervistate). Ma anche qui c’è stato uno scatto in avanti. «La nostra maggiore consapevolezza ci ha fatto capire che le difficoltà che continuiamo a incontrare nel lavoro non dipendono da noi perché non siamo abbastanza ambiziose o abbastanza competenti, come si pensava 30 anni fa. È il sistema che non funziona. E proprio per questo noi donne abbiamo la responsabilità di prendere il potere. Per cambiare paradigma, per inventare un modo nuovo che ci consenta di distribuire il carico emotivo e mentale delle responsabilità » spiega l’imprenditrice Riccarda Zezza. «Perché se lo prendiamo per tenerlo lì, il potere ci distrugge». Come è successo alla premier neozelandese Jacinda Ardern e a quella scozzese Nicola Sturgeon, che si sono dimesse.

Amore sì, matrimonio ni

Cos’è il matrimonio oggi? Qualcosa di molto diverso rispetto alla generazione delle nostre mamme per cui era un obiettivo, un modo per sentirsi riconosciute dalla società. Adesso è un coraggioso patto di amore per il 55% delle ragazze della Generazione Z (tra i 18 e i 26 anni) – coraggioso forse anche perché la fedeltà arriva penultima nella lista dei valori – ma soprattutto una tutela legale (per il 47% della Generazione X). «Siamo tornati indietro di migliaia di anni, a quando, come succede ancora oggi in altre culture, il matrimonio era semplicemente un contratto. Nei decenni passati ci eravamo fatte prendere dal romanticismo e dall’idea del principe azzurro. Ma adesso il pensiero razionale prevale» spiega Villa. E in qualche modo questo ritorno al matrimonio come contratto è legato all’importanza del rispetto dei nostri diritti e di quelli dei nostri figli, soprattutto in questo momento di crisi e di transizione. Ma le donne comunque vogliono ancora innamorarsi e si mettono in gioco per trovare l’amore, soprattutto la Generazione Z e le Millennials (27-42 anni), che non si vergognano a usare app di incontri, lasciare il numero di telefono a uno sconosciuto o a iniziare una nuovo hobby per conoscere qualcuno.

E ora, uno sguardo al futuro

Pink-alegrìa
Ottavia Marchiori

Questo viaggio attraverso i nostri desideri e le nostre priorità sta per finire. E le donne – ne siamo fiere – ne escono bene. Siamo più consapevoli, più attente, più libere, più determinate. Vogliamo essere in forma, innamorarci, avere un lavoro che ci piaccia e che ci lasci tempo, la cosa forse che ci manca di più, visto che 2 su 5 si lamentano di non averne a sufficienza da dedicare a se stesse e alle amicizie. Vogliamo stare bene, divertirci. «Con il crollo delle grandi ideologie, non c’è più niente che ti trascende. Non c’è Dio, non c’è il partito. C’è solo la tua vita. Che, in una società angosciata ma gaudente come la nostra, fai di tutto perché sia bella, felice, piena, appagante, attiva anche nel terzo e quarto tempo» conclude Lidia Ravera. Ma i nostri desideri non riguardano solo noi stesse, hanno un respiro ampio: vogliamo una società più giusta, con la parità di genere, l’ambiente e la qualità della scuola al centro. E in questo le adulte si alleano con le ragazze della Generazione Z, che insegnano nuovi valori, che goccia dopo goccia riescono a modificare la cultura, che tentano di sgretolare l’individualismo, parlando di persone, rispetto, collettività e mettendo al centro i diritti delle persone Lgbt+ (61%) e dei migranti (55%). Per una società più inclusiva.

Il potere delle parole

Le parole sono il mezzo più potente che abbiamo per esistere prendere coscienza dei cambiamenti, raccontarli. Lo sa bene la sociolinguista Vera Gheno, adesso in libreria con Parole d’altro genere (Bur Rizzoli), un saggio su come le scrittrici abbiano cambiato il mondo. «La lingua è viva, si arricchisce ogni giorno grazie al rapporto di circolarità che ha con la società». Però non dobbiamo cadere nel mito che se si cambiano le parole si cambia la realtà: non è così. «Certo, le parole hanno un potere maggiore di quello che pensiamo. Ne abbiamo bisogno per esprimere il nostro pensiero; per dare forma a noi stessi; per metterci in relazione con gli altri; per nominare le cose che ci circondano». Quando una cosa viene nominata si vede meglio. Quindi, il primo passo perché la lingua possa raccontare i cambiamenti sociali è nominare senza paura, senza quel «terrore semantico» di cui parlava Italo Calvino. E in questo, rispetto a 30-35 anni fa, abbiamo vissuto grandi cambiamenti, perché la globalizzazione ha reso più piccolo il nostro mondo e noi siamo stati “costretti” a nominare di più. C’è però un altro passo da fare: «Bisogna tenere in considerazione i desideri di chi si nomina perché le parole, se da un lato possono velocizzare i cambiamenti, dall’altro li possono cristallizzare» dice l’esperta. Un esempio di accelerazione? «Il linguaggio “ampio”, come lo chiamo io, che per i ragazzi della Generazione Z è ormai un dato di fatto. “È ovvio che dobbiamo parlare di fluidità di genere se è quello che viviamo” dicono». Ed è ovvio che si stia cercando un modo per non esprimere solo il genere maschile o femminile e indicare le persone non binarie, come per esempio lo schwa, la desinenza neutra. Quali parole, invece, rallentano? «Per esempio l’espressione “famiglia naturale”, infatti nel vostro sondaggio usate giustamente “famiglia tradizionale”, perché naturale implica che ci sia un ordine che non può essere sovvertito». E qui Vera Gheno ci fa un piccolo rimprovero: «Al posto di “utero in affitto” sarebbe stato meglio usare sempre “maternità surrogata”, perché nell’espressione “utero in affitto” è già insito un giudizio negativo. Un po’ come succedeva con la parola “invertito”». Giusto, d’ora in poi faremo più attenzione.

Puoi ascoltarci anche in podcast nella puntata registrata venerdì 3 Marzo all’interno della trasmissione 12 Minuti con Donna Moderna, un nuovo appuntamento su Giornale Radio condotto da Vicky Mangone. Interviene la nostra direttrice Maria Elena Viola con due ospiti: l’attrice Pilar Fogliati e l’antropologa Marta Villa.