Dislessia e disturbi dell’apprendimento: perché è importante riconoscerli

27 09 2018 di Barbara Rachetti
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La dislessia e i disturbi dell'apprendimento, se non diagnosticati, possono provocare la cosiddetta "impotenza appresa", che provoca sfiducia in se stessi e senso di inadeguatezza

In Italia sono circa due milioni le persone, tra adulti e bambini, con un disturbo specifico dell’apprendimento (DSA). Un numero elevato, che fotografa una situazione molto variegata, in cui accanto a bambini e ragazzi con la certificazione di DSA, convivono universitari che si affacciano al mondo del lavoro e adulti ancora nel limbo dell’incertezza, con disturbi evidenti ma non ancora riconosciuti come tali.

Per aiutare le famiglie, la scuola e gli adulti stessi a riconoscere e dare un nome alle proprie difficoltà (che è il primo passo per affrontarle), AID (Associazione Italiana Dislessia) promuove la terza Settimana nazionale della dislessia: dal 1° al 7 ottobre organizza eventi in tutta Italia che vedono coinvolti oltre 1.000 volontari AID e la collaborazione di 300 tra enti pubblici e istituzioni scolastiche. Per chi non potesse intervenire di persona, tante iniziative online - tra cui webinar -  in collaborazione con Erickson che permetteranno a genitori, insegnanti, bambini e ragazzi di entrare in contatto con esperti e scoprire di più sui disturbi specifici dell’apprendimento.

L’impotenza appresa


Perché è importante capire se le difficoltà di un bambino o ragazzo sono legate a un disturbo dell’apprendimento? «Perché in genere si è convinti che le difficoltà nell’apprendimento, quindi nel leggere, scrivere e contare siano legate solo al momento in cui un bambino sta a scuola. Invece coinvolgono tutta la sfera dello sviluppo della persona» spiega il dottor Sergio Messina, neuropsichiatra infantile e presidente di Aid. «I bambini frequentano 6-7 ore di scuola, tra le lezioni del mattino e quelle del pomeriggio, e nel frattempo si confrontano con continue esperienze di insuccesso che ricadono a cascata su tutti gli aspetti della loro vita. Ciò che vive chi ha disturbi dell’apprendimento non riconosciuti è un senso di “impotenza appresa”, cioè la sensazione costante di essere inadeguato e non solo a scuola, ma anche nel gioco, nello sport, nelle amicizie. Essere incapace di svolgere un compito in classe vuol dire convivere con le risate dei compagni, l’impazienza (spesso) degli insegnanti, la paura di non farcela. E questo senso di impotenza si estende alle altre sfere della personalità e può trasformarsi in un lento abbandono del piacere nel fare le cose: a un certo punto, dal non essere in grado di fare i calcoli alla lavagna non ci sente neanche capaci di giocare a pallone e si perde il gusto di ciò che prima dava gioia e piacere, come andare a casa da un amico o a una festa di compleanno».

Cosa succede alla scuola primaria

Il tempo della scuola diventa pesante come un macigno, che i bambini si portano a casa e che poi cominciano a voler evitare: da qui mal di pancia, mal di testa, malesseri pur di non confrontarsi con la classe e gli insegnanti. Campanelli d’allarme per i genitori, da non sottovalutare perché spesso sotto a queste somatizzazioni ci sono disturbi dell’apprendimento non diagnosticati. «Questi bambini sono intelligenti, non hanno danni neurologici perché la dislessia non è una malattia: è una neurodiversità, cioè il cervello di una persona con dislessia funziona in modo diverso» prosegue il dottor Messina. «I bambini e i ragazzi con dislessia, discalculia, disortografia hanno un’intelligenza nella norma, spesso anche superiore a tanti compagni. E questo è un vantaggio ma anche uno svantaggio: perché un conto è sapere di avere una Cinquecento e vedere che gli altri ti sorpassano, un conto è avere una berlina e lasciarsi superare dalle Cinquecento. La frustrazione e il senso di inadeguatezza vengono anche da questa consapevolezza».

Cosa succede alla scuola media

Finché si tratta della scuola primaria, il senso di impotenza agisce su una personalità ancora sfumata, ma a partire dalla scuola media è capace di condizionare pesantemente il futuro del ragazzo: «Crescere con la certezza di essere inadeguato vuol dire sviluppare una bassa autostima che porta a evitare le situazioni che fanno stare male, tra cui la scuola: si crea un circolo vizioso per cui i ragazzi non si impegnano a migliorare perché pensano di non meritarsi buoni voti. E meno si impegnano, più i risultati sono bassi» dice il dottor Messina. «Matura in questi ragazzi una vera perdita di interesse verso se stessi: non credono più nella propria crescita. La scuola è un cibo di cui tutti abbiamo bisogno: ma se a un certo punto non crediamo più in noi stessi, perché dovremmo cibarci di una cosa che non ci serve più?».

Cosa succede alle superiori

Un disturbo non riconosciuto può portare a scegliere la scuola superiore sbagliata. «Tanti genitori hanno aspettative troppo alte, non fanno i conti, cioè, con le reali difficoltà dei figli, che quindi cambiano tipo di scuola, spesso anche varie volte, iniziando dal liceo per arrivare al professionale. Oppure accade il contrario, cioè che i genitori non ritengono il figlio in grado di frequentare un liceo, e lo iscrivono in un professionale, cementando in questo modo la bassa autostima dei ragazzi che così si convincono di non “essere all’altezza” di una scuola diversa, a cui magari invece ambirebbero».

Come lavorare sull’autostima dei figli con DSA

I genitori hanno un grande peso nella vita dei ragazzi: sono capaci, con i loro atteggiamenti, di condizionare l’immagine che i figli avranno di sé, la loro autostima. «I bambini vivono attraverso gli occhi dei loro genitori. Se restituiscono ai figli un’immagine di sé confusa e sfocata, i figli cresceranno con la certezza di meritare poco, di non poter realizzare i propri sogni» conclude Messina. «Occorre ascoltare i nostri figli e non sottovalutare quello che intendono quando ci dicono “Non riesco a leggere”. Molti genitori fanno finta di niente o evitano la questione per non farsene carico. Eppure avere un figlio con DSA non è una disgrazia, e se a scuola può avere dei problemi, ci sono sgli strumenti e le persone che possono aiutarlo. Dobbiamo pensare che la scuola non è tutto e che la vita dei ragazzi è piena di altre cose». C’è tanta luce in questi bambini. Accendiamola.

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