Divieto di fumo a Milano alle fermate di bus e tram

21 01 2020 di Lorenza Pleuteri
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A partire da marzo a Milano non si potrà più fumare alle fermate di tram, autobus e filovie. Il divieto successivamente verrà esteso allo stadio di San Siro. Il sindaco Sala mira a far diventare “smoke free” tutti gli spazi all’aperto entro il 2030

A Milano (salvo ripensamenti, marce indietro o boicottaggi) da marzo non si potrà più fumare alle fermate di tram, autobus e filovie. Le sigarette saranno bandite anche mentre si starà in coda fuori da un museo o da un ufficio pubblico. Il divieto successivamente verrà esteso allo stadio di San Siro. Poi, entro il 2030, tutti gli spazi all’aperto diventeranno “smoke free”. Lo ha annunciato in due riprese il sindaco Giuseppe Sala, a capo di una giunta di centro-sinistra, anticipando i contenuti del Piano aria e clima in arrivo (dopo la discussione in consiglio comunale) e probabilmente di una ordinanza ad hoc con le misure più urgenti e immediate (da emettere senza passare dall’assemblea di Palazzo Marino).

I commenti si dividono

Le parole e i desiderata del primo cittadino hanno fatto il giro dei social e innescato una catena di reazioni, commenti e giudizi di segno opposto. Il  fronte pro sottoscrive, approva, plaude. Il fronte contro si indigna, contesta, critica, parla di “crociata”, si appresta ad alzare le barricate. Ma si rischiano incidenti anche dal “fuoco amico”. Le bordate arrivano pure da sinistra, assieme alle riserve manifestate da una parte degli ecologisti. Per tutti, sostenitori e oppositori, la domanda è la stessa: fino a dove può essere spostato il confine tra libertà assoluta e comportamenti individuali, in nome di un asserito interesse collettivo?

Le argomentazioni del primo cittadino

«Se sono in luogo aperto e mi fumi di fianco, se mi dà fastidio ho la libertà di spostarmi» argomenta il sindaco di Milano. «Se sono alla fermata dell'autobus o se sono allo stadio, invece, non ho la possibilità di cambiare posto. Quindi, da questo punto di vista, il divieto è una restituzione di diritti a coloro cui il fumo come minimo dà fastidio e probabilmente fa anche male o che non hanno modo di evitarlo». E, ancora: «Il rischio è che per ridurre lo smog si riducano solo il traffico e il riscaldamento, ma c’è anche altro: analisi che abbiamo – sostiene sempre Sala, senza dare dettagli né pezze d’appoggio - confermano che incidono anche il fumo, i forni delle pizzerie e gli ambulanti che usano ancora i motori a benzina e li lasciano accesi».

Gli appoggi, i no, distinguo

Il ministro dell’Ambiente Sergio Costa, indipendente nell’orbita del Movimento cinque stelle, è sulla stessa lunghezza d’onda: «Tutto ciò che serve per migliorare la qualità, dell’aria, come micro tassello, è buono». Il deputato e capogruppo della Lega in consiglio comunale, Alessandro Morelli, va giù duro. «Come ogni weekend –attacca – la magica fabbrica di armi di distrazione di massa “made in Milano’’ produce nuove trovate di marketing e il signor Sala annuncia una stretta sul fumo. Purtroppo gli annunci non bastano per fare del bene ad una città in cui l’amministrazione ha cannato tutte le politiche ecologiche». Il capogruppo dell’opposizione, il liberale Manfredi Palmieri, rilancia una sua vecchia proposta inserita nel Regolamento per la tutela degli animali: abolire il fumo all’aperto, ma “solo” nel recinti per cani di parchi e giardini.

Il fronte ecologista non è compatto

Appoggio pieno al sindaco, invece, è garantito dall’anima ambientalista del Pd, rappresentata dal consigliere Carlo Monguzzi. «Vietare il fumo alle fermate dei mezzi pubblici è giusto. Il fumo delle sigarette – asserisce - contribuisce in città alla formazione dello smog in misura del 5-7 per cento». Il composito schieramento green però non è granitico. Il coordinatore dell’esecutivo nazionale dei Verdi, Angelo Bonelli,  commenta: «Vietare il fumo in spazi pubblici è un atto civico, anche per rispetto delle persone. Però pensare che questo divieto sia utile nella lotta allo smog non solo è sbagliato, ma rischia di essere drammaticamente dannoso per chi chiede provvedimenti strutturali nella conversione ecologica delle nostre città. Non posso credere e non voglio credere che la lotta allo smog venga derubricata nella lotta alle sigarette».

Le voci antiproibizioniste della città

Il giornalista e saggista Ivan Berni, docente all’università Iulm e già direttore di Radio Popolare, incalza via Facebook, raccogliendo adesioni e consensi: «Il proposito del sindaco non mi piace per niente. Non mi piace l'idea di società prescrittiva che sottende. Non mi piace per l'intolleranza che lo ispira. Non mi piace per l'ipocrisia di un Paese che ha il monopolio di Stato del tabacco e tratta i fumatori da reietti. Intendiamoci: la legge Sirchia è giusta e tutelare chi non fuma dal fumo passivo altrettanto. Ma dichiarare fuorilegge chi fuma in città, all'aperto sennò dove, è un sopruso. Si dice che la sigaretta fumata produce una quantità di polveri sottili: pregherei di documentare seriamente e con dati inoppugnabili, prima di pronunciare sentenze. E soprattutto, rispettiamo chi fa uso di tabacco, senza considerarlo un criminale da espellere dal consesso civile».

Gli altri casi italiani

Siti e testate online – tra cui Corsera, Repubblica e Sole 24 Ore – fanno intanto il punto della situazione in Italia e all’estero. A Milano, voluto dal predecessore di Sala, dal 2012 è in vigore il no al fumo nelle aree dei parchi dove giocano i bambini. In altri città, ad esempio Verona, sono proibite le sigarette in tutti i giardini pubblici. Tra i luoghi “no smoking” di Bolzano figurano anche gli impianti sportivi e le arene e gli spazi comunali destinatati a cinema, spettacoli e concerti sotto le stelle, limitatamente agli spazi utilizzati per la somministrazione di cibi e bevande ed a quelli allestiti per ospitare il pubblico. A Venezia è stata lanciata l’idea di bandire il fumo libero dal centro, a cominciare da piazza San Marco e dal Ponte di Rialto. Napoli, con una ordinanza apripista del 2007, è stata la prima città italiana a bloccare la possibilità di fumare all’aperto in presenza di donne incinte e di under 12. In caso di trasgressione ovunque sono previste multe, perlomeno in teoria, comprese in genere tra i 25 e i 500 euro.

Che cosa succede nel resto del mondo

All’estero per i fumatori accaniti va pure peggio. A Parigi dall’estate scorsa 52 parchi pubblici sono “smoke free” e chi sgarra rischia 38 euro di sanzione. A New York, già da tempo, è vietato fumare in tutti i parchi pubblici. In California non è consentito accendere sigarette su una spiaggia (come in una manciata di località turistiche italiane) o in strada, a meno di 6 metri dall’ingresso di un palazzo. In Costa Rica, dopo anni di totale anarchia, il tabagismo è stato normato con una legge che non permette di fumare nei luoghi di lavoro, negli uffici pubblici, nei bar, nei ristoranti, alle fermate degli autobus e ai parcheggi dei taxi. A Tokyo il diktat vale per strada, per evitare che i tabagisti possano ustionare i passanti, urtandoli, ed è indicato da cartelli facilmente comprensibili anche da chi non parla il giapponese. La Nuova Zelanda partì con le leggi antitabacco già nel 1876, anche se allora la preoccupazione più che ai pericoli per la salute era legata al rischio di incendi, visto la diffusione delle costruzioni. Il divieto di fumo nei luoghi pubblici chiusi è del 2003. L’obiettivo del governo neozelandese è liberarsi totalmente dal tabacco entro il 2025. Il Paese al modo con le maggiori restrizioni ad oggi è la Svezia. Da luglio del 2019 il no al fumo, già previsto in bar e ristoranti, è stato allargato a parchi giochi, banchine d’attesa di treni e bus, stazioni ferroviarie e locali open air.

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