«Siamo abituati a leggere la storia europea degli ultimi 1.000 anni sulla base delle guerre, cioè di eventi che hanno per protagonisti gli uomini. Le donne entravano a farne parte solo se adottavano ruoli maschili, come Giovanna d’Arco alla testa dei francesi in battaglia. Altrimenti restavano sullo sfondo. Ma esiste un’altra lettura della nostra civiltà, a partire dagli spazi che hanno esaudito i desideri delle donne».

Marco Romano, urbanista, nel suo libro La città delle donne ricorda in quanti e quali modi le nostre città si siano conformate alle richieste femminili. Tra gli esempi più importanti, il mercato: perché la ricchezza di un territorio nasce dagli scambi, certo, ma soprattutto perché la vita quotidiana degli abitanti richiedeva un luogo in cui le donne potessero fare acquisti alimentari. Se oggi ammiriamo Piazza del Campo a Siena vuota, dobbiamo immaginarla strapiena di bancarelle nei secoli scorsi quando, più che per le adunate del popolo, serviva a fare compere.

Strade commerciali e vie dello “struscio”

Nel 1184 il re di Francia Filippo Augusto prescrive ai proprietari di locali e botteghe di pavimentare il pezzo di strada davanti al loro esercizio. La ragione? Permettere alle donne di camminare senza sciupare lo strascico dei vestiti. Più o meno contemporaneamente nascono i portici, per consentire alle donne di visitare i negozi anche con la pioggia o il sole cocente. Oltre alle strade commerciali, poi, arrivano le vie del passeggio: chiamate “liston” nelle città del Veneto e “via del Corso” altrove, erano più ampie delle altre per permettere alle donne di fare sfoggio serale dei loro abiti e chiacchierare affiancando le carrozze.

Fontane e viali alberati

Dal XIII secolo nelle città riappaiono le fontane monumentali, che erano sparite di pari passo con il degrado degli acquedotti romani: opere come la Fonte Maggiore di Perugia, edificata nel 1278, nascono in risposta all’esigenza delle donne di usare l’acqua per il cibo e il bucato. «Non sono dunque le idee degli uomini ma i desideri e i bisogni delle donne a stimolare le innovazioni che nel corso dei secoli hanno migliorato la vita quotidiana e l’aspetto delle città» sottolinea Marco Romano.

E così, poco prima che il Rinascimento imponga una pianificazione urbanistica a strade perpendicolari in ossequio a un principio razionale fatto proprio dai progettisti maschi, spetta «a un’intuizione della regina Caterina de’ Medici il senso dell’editto emanato verso la metà del 1500 da Enrico II di Francia: imponeva di piantare lungo le strade di campagna due file di alberi per poter passeggiare al fresco. Viene da qui la tradizione dei viali alberati davanti alle porte delle città, come la Alameda de Hercules di Siviglia: una “invezione” di cui ancora oggi beneficiano tutti i cittadini, grazie ai desideri di una metà di loro».

UNA LETTURA ORIGINALE

Marco Romano, urbanista e docente di Estetica delle città allo IUAV di Venezia, è autore di La cit

Marco Romano, urbanista e docente di Estetica delle città allo IUAV di Venezia, è autore di La città delle donne. Desiderio e bellezza (La nave di Teseo). Il saggio analizza l’evoluzione delle nostre città dal Medioevo in poi.