Com’è cambiata la figura del papà

18 04 2018 di Ilaria Amato
<p>Le immagini di questo articolo fanno parte di un progetto della fotografa Francesca Cesari. I suoi lavori hanno come tema la famiglia, la maternità, l’adolescenza e il rapporto tra generazioni</p> Credits: Francesca Cesari

Le immagini di questo articolo fanno parte di un progetto della fotografa Francesca Cesari. I suoi lavori hanno come tema la famiglia, la maternità, l’adolescenza e il rapporto tra generazioni

I nuovi maschi sono aperti al dialogo e attenti alle emozioni dei figli. Allora perché le madri non danno loro il giusto spazio? Lo chiede una psicoterapeuta in un manuale che fa discutere

I papà dei nostri figli sono in piena crisi d’identità. Non si vedono più nei panni inamidati del padre tradizionale, ma non sono a proprio agio neanche nella veste del genitore maschio di oggi: un gregario, un vice mamma mentre lei resta la centralina decisionale e affettiva della famiglia. «Bersagliati dalle crescenti richieste dei figli, i padri sentono che hanno bisogno di fare un salto di qualità, ma non sempre sanno in quale direzione» dice la psicologa e psicoterapeuta Stefania Andreoli, che in Papà, fatti sentire (Rizzoli) ha studiato l’evoluzione di questa figura oltre i cliché.

Nel libro lei fa differenza tra “padre” e “papà”. Ce la spiega?

«I “padri” erano i nostri: quelli che portavano i pantaloni, i cui compiti si esaurivano nel lavorare e guadagnare, di poche parole e sguardi eloquenti. Quelli che mettevano soggezione e prima che padri erano indiscutibilmente uomini. I loro figli oggi sono i “papà”: affettivi, presenti, dialoganti. Si mettono in discussione, accettano di affiancare le mamme anche nelle cure primarie, si chiedono come offrire qualcosa che vada oltre il sostentamento materiale».

Un tempo i padri ci dicevano come stare al mondo. E ora?

«I nostri figli non chiedono come si fa il nodo alla cravatta o come si usa una canna da pesca. Per quello ci sono i tutorial su Internet. Non domandano al padre come “fare”, ma come “essere”. Hanno bisogno di conoscere i suoi pensieri per costruirsi un archivio di emozioni al maschile. Ma non sempre i papà sono pronti a rispondere».

In che senso?

«Non tutti sono a proprio agio nei nuovi panni, ma non facciamogliene una colpa: è legittimo che sia così. Hanno avviato quella che io chiamo una “rivoluzione gentile” che è appena agli inizi. Immaginiamo un grande fiume. È come se i papà fossero nel mezzo del guado: sono partiti, coraggiosi, ma ancora non riescono ad arrivare dall’altra parte e a volte bevono un po’ d’acqua. Il mio consiglio è fare squadra, tra loro e con i figli: va costruita una nuova paternità collettiva».

In che modo?

«Concentrandosi meno sul cosa e più sul come con maggiore attenzione alle emozioni. Lo conferma un mio paziente adolescente: “Io so che mio padre mi vuole bene, ma non lo sento”. La traduzione è: “Non mi serve che rinunci al calcetto per guardare la tv con me. Ma vorrei che mi dicesse che gli spiace non poter stare insieme”. Non occorre molto, basta chiacchierare, scherzare, condividere momenti di intimità che rimarranno per sempre nella memoria».

Credits: Francesca Cesari

Lei scrive che c’è bisogno di più padri e meno madri oggi. Cosa intende?

«Voglio dire che alcune mamme sono difficili da arginare: sono ovunque, non mollano sui territori conquistati, tra educazione, presenza a scuola, social network, lavoro. I loro uomini, ma anche i figli, le raccontano come factotum a cui è difficile affiancarsi per fare squadra. Se loro fanno un passo indietro, gli uomini, nonostante la crisi della virilità, possono partecipare di più al percorso di crescita dei figli».

Quindi se i padri non trovano un loro ruolo la responsabilità è un po’ anche delle mamme?

«Può essere: alcuni papà mi raccontano di sentirsi mal rappresentati, criticati. Questo influisce sull’idea che un figlio si costruisce sul padre: un conto è relazionarsi con un adulto che ritieni credibile, un altro è avere a che fare con qualcuno di cui dubiti. Per i maschi è difficile immedesimarsi in quella figura mortificata, vivono un vuoto e fanno fatica a diventare grandi. Le femmine, se non riescono a intercettare i loro papà, si convincono di poterne fare a meno, si identificano con le mamme un po’ scontente ma procedono comunque a grandi falcate. Questo accade perché di emozioni hanno sentito parlare di più e prima rispetto ai maschi».

A conti fatti, cosa abbiamo noi mamme da imparare dai papà?

«Lo stile: la capacità di non drammatizzare, di non prendersi sempre troppo sul serio. Non è finita finché non è finita: questa è una verità che a volte gli uomini conoscono meglio di noi. Ricordiamocelo. Per insegnarlo ai nostri figli».

La mamma rimane un modello

Oggi la mamma si conferma il punto di riferimento della famiglia per i figli, la figura cardine con cui confrontarsi su problemi e desideri. Solo il 9% dei ragazzi attribuisce un ruolo altrattanto importante al genitore maschio. Lo dice il Rapporto Giovani dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori. 

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